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Lieve entità spaccio: negata per droga in carcere

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione di hashish a fini di spaccio. Il ricorrente aveva tentato di introdurre la droga in carcere, ingerendola, al rientro da un permesso premio. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto come lieve entità spaccio, ma i giudici hanno confermato la gravità della condotta. La decisione si fonda sulle modalità insidiose del trasporto, sul contesto carcerario e sulla pericolosità sociale del soggetto, già gravato da precedenti specifici.

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Pubblicato il 24 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Lieve entità spaccio: negata l’attenuante per l’introduzione di droga in carcere

La configurabilità della lieve entità spaccio è un tema centrale nel diritto penale degli stupefacenti. Recentemente, la Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un detenuto che, approfittando di un permesso premio, ha tentato di introdurre hashish all’interno di un istituto penitenziario. La Suprema Corte ha chiarito che le modalità della condotta e il contesto ambientale possono precludere l’accesso al trattamento sanzionatorio più mite.

Il caso e il contesto del reato

Il ricorrente era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per la detenzione di oltre 1500 dosi di hashish. La particolarità del caso risiede nel metodo di occultamento: la sostanza era stata ingerita per eludere i controlli all’ingresso del carcere. La difesa ha impugnato la sentenza d’appello lamentando, tra i vari motivi, la mancata riqualificazione del reato ai sensi dell’art. 73, comma 5, del d.P.R. 309/1990, che disciplina appunto la lieve entità spaccio.

La decisione della Suprema Corte

Gli Ermellini hanno confermato l’inammissibilità del ricorso. Quando ci si trova dinanzi a una cosiddetta doppia conforme, le motivazioni dei giudici di merito si integrano tra loro. Nel caso di specie, è stato dato rilievo ostativo non solo al quantitativo di droga, ma soprattutto alle modalità di commissione del fatto. L’abuso di un beneficio penitenziario e l’insidiosità del trasporto mediante ingestione sono stati ritenuti elementi incompatibili con il concetto di lieve entità.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano su un’analisi multidimensionale della condotta. In primo luogo, l’introduzione di stupefacenti in un carcere altera gravemente l’ordine e la sicurezza interna, aumentando il potenziale offensivo del reato. In secondo luogo, la modalità di occultamento (ingestione degli involucri) dimostra una preordinazione e una determinazione criminale che esulano dal fatto episodico o di minima rilevanza. Infine, i precedenti penali specifici del ricorrente testimoniano una spiccata pericolosità sociale e una ricaduta non occasionale nel reato, giustificando anche il mantenimento della recidiva e il diniego delle attenuanti generiche.

Le conclusioni

In conclusione, la sentenza ribadisce che la lieve entità spaccio non può essere riconosciuta automaticamente basandosi solo sul tipo di sostanza o sul numero di dosi. Il giudice deve valutare complessivamente i mezzi, le modalità e le circostanze dell’azione. Chi introduce droga in un penitenziario violando la fiducia riposta dallo Stato attraverso un permesso premio non può beneficiare di sconti di pena legati alla minima offensività, poiché la sua condotta presenta un disvalore sociale e giuridico elevato. Il ricorso è stato dunque rigettato con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria verso la Cassa delle Ammende.

Quando si applica la lieve entità nel reato di spaccio?
Si applica quando, per mezzi, modalità dell’azione o qualità e quantità delle sostanze, il fatto presenta un’offensività ridotta. Tuttavia, l’introduzione in carcere e l’occultamento tramite ingestione sono spesso considerati elementi ostativi.

Cosa comporta la doppia conforme in un ricorso per Cassazione?
Comporta che le motivazioni delle sentenze di primo e secondo grado si integrino, rendendo più difficile contestare la ricostruzione dei fatti se i giudici di merito hanno fornito argomentazioni coerenti e logiche.

Quali sono le conseguenze se il ricorso viene dichiarato inammissibile?
Il ricorrente deve pagare le spese del procedimento e una somma, solitamente tra i 1.000 e i 3.000 euro, in favore della Cassa delle Ammende, a meno che non dimostri l’assenza di colpa nella determinazione dell’inammissibilità.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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