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Liberazione anticipata: l’obbligo del PM prima dell’ordine

La Corte di Cassazione ha stabilito che, prima di emettere un ordine di esecuzione per una pena, il Pubblico Ministero deve considerare il periodo di detenzione già scontato dal condannato. Se questo periodo è sufficiente a far scendere, tramite il beneficio della liberazione anticipata, la pena residua sotto la soglia di legge, gli atti devono essere trasmessi al Magistrato di Sorveglianza per la relativa valutazione, sospendendo l’esecuzione immediata.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Liberazione Anticipata: Quando il PM Deve Sospendere l’Esecuzione della Pena

La fase di esecuzione della pena rappresenta un momento cruciale nel procedimento penale, dove i diritti del condannato devono essere bilanciati con le esigenze di giustizia. Una recente sentenza della Corte di Cassazione chiarisce un importante obbligo del Pubblico Ministero riguardo alla liberazione anticipata, un beneficio che può modificare sostanzialmente il destino del condannato. La Corte ha affermato che, prima di ordinare la carcerazione, il PM ha il dovere di verificare se il periodo di detenzione già sofferto (il cosiddetto presofferto) possa, attraverso questo beneficio, ridurre la pena residua al di sotto dei limiti di legge che consentono la sospensione dell’esecuzione. Analizziamo insieme i dettagli di questa importante pronuncia.

I Fatti del Caso

Un condannato si opponeva al provvedimento di esecuzione di pene concorrenti emesso dalla Procura della Repubblica. La pena complessiva da espiare era stata determinata in quattro anni, tre mesi e diciassette giorni di reclusione, oltre a una multa. Tale entità di pena è superiore al limite previsto dall’art. 656, comma 5, del codice di procedura penale, che normalmente comporterebbe l’immediata carcerazione.

Tuttavia, il condannato aveva già scontato un significativo periodo di custodia cautelare, pari a un anno, dieci mesi e tredici giorni. Questo periodo, secondo la difesa, era più che sufficiente per maturare il diritto a una riduzione di pena per liberazione anticipata su almeno tre semestri. Se tale riduzione fosse stata applicata, la pena residua da scontare sarebbe scesa al di sotto della soglia critica, imponendo al Pubblico Ministero di sospendere l’ordine di carcerazione e trasmettere gli atti al Magistrato di Sorveglianza.

Il Tribunale, in prima istanza, aveva rigettato l’opposizione, limitandosi a constatare che la pena totale superava il limite di legge, senza considerare l’impatto del presofferto e della potenziale liberazione anticipata.

Il Principio di Diritto: il calcolo della pena residua e la liberazione anticipata

Il cuore della questione risiede nell’interpretazione dell’articolo 656, comma 4-bis, del codice di procedura penale. Questa norma stabilisce che, se la pena residua da espiare, tenendo conto delle detrazioni previste dall’articolo 54 dell’Ordinamento Penitenziario (appunto, la liberazione anticipata), non supera i limiti indicati dal comma 5 dello stesso articolo, il Pubblico Ministero ha un obbligo preciso. Anziché emettere l’ordine di esecuzione, deve prima trasmettere gli atti al Magistrato di Sorveglianza. Sarà quest’ultimo a valutare la concessione del beneficio e, di conseguenza, a determinare se il condannato abbia diritto a misure alternative alla detenzione.

Questo meccanismo rappresenta una garanzia fondamentale per il condannato, volta a evitare la carcerazione quando, in realtà, la pena effettiva da scontare consentirebbe l’accesso a percorsi di rieducazione esterni al carcere.

Le Motivazioni della Cassazione

La Corte di Cassazione ha accolto pienamente le ragioni del ricorrente, annullando con rinvio l’ordinanza del Tribunale. I giudici supremi hanno ribadito che il Pubblico Ministero non può ignorare un periodo di presofferto così consistente. Nel caso specifico, il periodo di quasi due anni già scontato comprendeva chiaramente tre semestri utili per la liberazione anticipata.

Di fronte a questa evidenza, il PM avrebbe dovuto, prima di ogni altra cosa, attivare la procedura prevista dal comma 4-bis dell’art. 656 c.p.p. Computando, anche solo in via astratta, la detrazione di pena derivante dal beneficio, la pena residua sarebbe risultata inferiore al limite di legge. L’emissione diretta dell’ordine di esecuzione ha quindi costituito una violazione della procedura, pregiudicando il diritto del condannato a una valutazione preventiva da parte della magistratura di sorveglianza.

Conclusioni

Questa sentenza rafforza un principio di garanzia fondamentale nella fase esecutiva. Il Pubblico Ministero non è un mero esecutore di sentenze, ma un organo che deve agire nel rispetto della legalità e dei diritti del condannato. La valutazione del presofferto ai fini della liberazione anticipata non è una facoltà, ma un preciso dovere procedurale. La pronuncia chiarisce che il calcolo della pena ‘da espiare’ deve essere effettuato al netto di tutte le detrazioni potenzialmente applicabili, assicurando che la carcerazione sia disposta solo quando strettamente necessaria e non vi siano le condizioni per accedere a misure alternative. Per i difensori, ciò significa vigilare attentamente affinché le Procure applichino correttamente questa procedura, opponendosi a ordini di esecuzione emessi in violazione di tale principio.

Quando il pubblico ministero deve sospendere l’ordine di esecuzione della pena?
Quando la pena residua da scontare, calcolando la potenziale riduzione derivante dalla liberazione anticipata sulla base del periodo di detenzione già sofferto, risulta inferiore ai limiti previsti dall’art. 656, comma 5, c.p.p. In tal caso, gli atti devono essere trasmessi al Magistrato di Sorveglianza.

Il calcolo della liberazione anticipata da parte del PM è automatico prima dell’esecuzione?
Non è un calcolo automatico nel merito, ma il PM ha l’obbligo procedurale di attivare la valutazione del Magistrato di Sorveglianza se rileva un periodo di presofferto sufficiente a far scendere la pena sotto la soglia. Non può emettere l’ordine di esecuzione ignorando tale circostanza.

Cosa succede se il pubblico ministero emette l’ordine di carcerazione senza questa verifica preliminare?
L’ordine di esecuzione è illegittimo e può essere annullato. Come dimostra la sentenza, il condannato può proporre opposizione e ottenere l’annullamento del provvedimento, con rinvio al giudice per una nuova valutazione che tenga conto della corretta procedura.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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