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Istigazione alla corruzione: quando il fatto non sussiste

La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per istigazione alla corruzione, stabilendo che il reato non sussiste se il pubblico ufficiale a cui viene fatta l’offerta non ha alcuna competenza o potere effettivo sull’atto richiesto. Nel caso specifico, un imprenditore aveva offerto una tangente a un vicesindaco per un appalto la cui gestione era di competenza esclusiva di un altro ente. L’azione è stata quindi ritenuta inidonea a ledere il bene giuridico tutelato.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Istigazione alla corruzione: la Cassazione chiarisce i limiti della punibilità

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 24715 del 2024, offre un’importante lezione sulla configurabilità del reato di istigazione alla corruzione. Affinché si possa parlare di questo grave delitto, non è sufficiente una qualsiasi offerta a un pubblico ufficiale, ma è necessario che quest’ultimo abbia un potere, anche solo di influenza, sull’atto che si vuole ‘comprare’. Se il funzionario è del tutto estraneo alle competenze necessarie, l’azione è inidonea e il fatto non sussiste. Analizziamo insieme questa pronuncia.

I Fatti del Caso

La vicenda processuale nasce dalla denuncia di un vicesindaco e assessore ai lavori pubblici di un Comune. Secondo l’accusa, un imprenditore lo avrebbe contattato per offrirgli una tangente pari al 10% del valore di un appalto per lavori stradali, corrispondente a circa 350.000 euro. La promessa era legata all’aggiudicazione della gara a una specifica società di costruzioni. Il pubblico ufficiale, tuttavia, rifiutava prontamente l’offerta e sporgeva denuncia.

Nei primi due gradi di giudizio, l’imprenditore veniva ritenuto colpevole del reato di istigazione alla corruzione, seppur con una riqualificazione del fatto verso l’ipotesi di corruzione impropria (per un atto conforme ai doveri d’ufficio) anziché propria.

Il Ricorso in Cassazione e i Motivi della Difesa

La difesa dell’imputato ha presentato ricorso alla Suprema Corte, basandosi su un argomento cruciale: l’assoluta incompetenza del vicesindaco a influenzare l’esito della gara d’appalto. Si è evidenziato, infatti, che la procedura non era gestita dal Comune, ma da un ente completamente diverso, il Provveditorato Interregionale delle opere pubbliche. Di conseguenza, il vicesindaco non aveva alcun potere, né formale né di fatto, per condizionare l’aggiudicazione. L’offerta, quindi, era rivolta alla persona sbagliata, rendendo l’azione penalmente irrilevante per inidoneità, configurando un’ipotesi di reato impossibile ai sensi dell’art. 49 c.p.

La Valutazione sull’Istigazione alla Corruzione e la Sfera di Competenza

Il cuore della questione giuridica ruota attorno al nesso che deve esistere tra la promessa illecita e le funzioni del pubblico ufficiale. La Corte del merito aveva superato questo ostacolo sostenendo che la posizione di centralità del vicesindaco all’interno dell’amministrazione comunale gli avrebbe comunque conferito la capacità di “condizionare l’operato dei membri della commissione di gara o quantomeno di intercedere nell’interesse del privato”. Un’argomentazione ritenuta dalla Cassazione puramente suggestiva e priva di riscontri fattuali concreti.

Le Motivazioni della Sentenza

La Corte di Cassazione ha accolto pienamente la tesi difensiva, annullando la sentenza di condanna senza rinvio “perché il fatto non sussiste”. I giudici hanno chiarito che il reato di istigazione alla corruzione (art. 322 c.p.) è strutturato in modo speculare ai delitti di corruzione (artt. 318 e 319 c.p.). Ciò significa che la promessa di denaro deve essere collegata, causalmente o finalisticamente, all’esercizio della funzione o del potere propri del pubblico ufficiale contattato (l’intraneus).

Nel caso di specie, è stato pacificamente accertato che tutte le competenze relative alla gara (verifica delle offerte e aggiudicazione) appartenevano a un’amministrazione diversa dal Comune di cui il vicesindaco faceva parte. Quest’ultimo era un soggetto completamente estraneo alle competenze amministrative su cui l’istigatore voleva illecitamente incidere. Non sono emersi elementi concreti che dimostrassero una sua reale possibilità di ingerenza. L’ipotesi che potesse fungere da “chiave di accesso” o “tramite” per avvicinare i veri responsabili è stata considerata eccentrica rispetto all’imputazione e non provata. Mancando il collegamento funzionale tra l’offerta e il potere del ricevente, l’azione è stata giudicata inidonea a offendere il bene giuridico protetto dalla norma, ovvero il buon andamento e l’imparzialità della Pubblica Amministrazione.

Conclusioni

Questa sentenza ribadisce un principio fondamentale: per la punibilità dell’istigazione alla corruzione, non basta l’intento criminoso, ma è necessaria l’oggettiva idoneità dell’azione. Se la promessa corruttiva è rivolta a un pubblico ufficiale che non detiene alcuna competenza, né diretta né indiretta, sull’atto desiderato, il reato non può configurarsi. La condotta, pur moralmente riprovevole, risulta penalmente irrilevante perché incapace di mettere in pericolo l’integrità della funzione pubblica. La decisione sottolinea l’importanza di un’analisi rigorosa e fattuale della sfera di influenza del pubblico ufficiale, evitando presunzioni basate sul mero ruolo ricoperto.

Perché la condanna per istigazione alla corruzione è stata annullata?
La condanna è stata annullata perché il pubblico ufficiale a cui è stata offerta la tangente, un vicesindaco, non aveva alcuna competenza né potere di influenza sulla gara d’appalto in questione, la quale era gestita da un’altra amministrazione. L’azione è stata quindi ritenuta inidonea a ledere il bene protetto dalla norma.

Cosa si intende per ‘reato impossibile’ in questo contesto?
Si intende che l’azione compiuta dall’imputato (offrire la tangente al vicesindaco) era, per sua natura, completamente inadeguata a raggiungere lo scopo illecito (influenzare la gara), poiché il destinatario dell’offerta non aveva alcun potere in merito. Di conseguenza, secondo l’art. 49 c.p., il fatto non è punibile.

È sempre necessario che il pubblico ufficiale abbia competenza diretta sull’atto per configurare il reato di corruzione?
No, non è sempre necessaria una competenza diretta e formale. La giurisprudenza ammette che il reato sussista anche quando il pubblico ufficiale eserciti un’influenza di mero fatto. Tuttavia, come chiarito da questa sentenza, tale possibilità di ingerenza deve essere concreta e dimostrata, non solo presunta o basata sulla posizione generica ricoperta dall’ufficiale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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