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Istigazione al terrorismo e soggetti già radicalizzati

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 44190/2023, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per istigazione al terrorismo. La difesa sosteneva che l’azione non fosse punibile poiché rivolta a persone già ideologicamente allineate. La Corte ha stabilito che anche il rafforzamento di un proposito criminale preesistente, spingendo all’azione concreta, integra il reato di istigazione al terrorismo, confermando la condanna.

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Pubblicato il 19 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Istigazione al Terrorismo: È Reato Anche Verso Soggetti Già Radicalizzati?

La recente sentenza della Corte di Cassazione n. 44190 del 2023 affronta un tema di cruciale attualità: l’istigazione al terrorismo nell’era digitale. La questione centrale riguarda la punibilità di chi invia propaganda jihadista a persone già ideologicamente affini. La Suprema Corte fornisce una risposta netta, stabilendo che rafforzare un proposito criminale è tanto grave quanto crearlo dal nulla.

I Fatti del Processo

Il caso ha origine dalla condanna, confermata in primo e secondo grado, di un giovane per il reato di istigazione a commettere delitti con finalità di terrorismo internazionale. Tra il 2019 e il 2020, l’imputato aveva utilizzato strumenti informatici e telematici per inviare a diversi soggetti materiale di propaganda dello Stato Islamico, video di combattimenti e messaggi che incitavano all’addestramento fisico e mentale per unirsi alla lotta armata. Le prove a suo carico includevano intercettazioni, accertamenti telematici e dichiarazioni di persone informate sui fatti, tra cui un coimputato.

La Tesi Difensiva: Inidoneità dell’Istigazione al Terrorismo

La difesa del ricorrente ha basato la sua strategia su un punto specifico: l’inidoneità della condotta a costituire un’effettiva istigazione. Secondo l’avvocato, i destinatari dei messaggi erano individui già radicalizzati, che condividevano l’ideologia jihadista e, in alcuni casi, scambiavano a loro volta materiale propagandistico. Di conseguenza, l’azione dell’imputato non avrebbe potuto né creare né accrescere propositi criminosi già esistenti e consolidati. Si sosteneva, in pratica, che non si può ‘convertire’ chi è già ‘convertito’.

L’Analisi della Corte di Appello e il Ricorso in Cassazione

La Corte di Appello aveva già respinto questa tesi, affermando che la condotta dell’imputato aveva avuto l’effetto di ‘rafforzare’ il proposito dei destinatari, spingendoli concretamente ad arruolarsi e a compiere atti di violenza. Nonostante la precedente radicalizzazione, l’invito all’azione rappresentava un passo ulteriore e penalmente rilevante. Il ricorso in Cassazione ha riproposto le medesime argomentazioni, criticando la motivazione della sentenza d’appello come illogica e contestando l’eccessiva severità della pena inflitta, considerata la giovane età e la buona condotta processuale dell’imputato.

Le Motivazioni della Decisione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendolo manifestamente infondato. I giudici hanno sottolineato come il ricorrente si sia limitato a riproporre le stesse doglianze già esaminate e respinte dalla Corte di Appello, senza un confronto critico con la motivazione della sentenza impugnata. Questo vizio procedurale, definito di ‘aspecificità’, è sufficiente a rendere un ricorso inammissibile.

Nel merito, la Suprema Corte ha validato pienamente il ragionamento dei giudici di secondo grado. L’istigazione al terrorismo prevista dall’art. 302 del codice penale non richiede che il destinatario sia un soggetto ‘neutro’ o estraneo all’ideologia. Il reato si configura anche quando l’azione è diretta a soggetti già indottrinati ma non ancora determinati a compiere specifici delitti. L’incitamento a passare dalla condivisione ideologica all’azione violenta concreta (arruolamento, attentati, sabotaggio) costituisce il nucleo del reato, poiché determina il rischio effettivo della commissione di atti terroristici. La Corte ha richiamato il proprio costante orientamento, secondo cui è necessario un comportamento che, per contenuto, condizione dell’autore e circostanze, crei un pericolo non teorico ma concreto.

Anche la censura relativa al trattamento sanzionatorio è stata respinta. La pena, seppur superiore al minimo, è stata ritenuta congrua e motivata in base alla gravità dei fatti, alla continuità dell’azione e alla personalità dell’imputato, bilanciando correttamente le attenuanti generiche con la necessità di un percorso risocializzante.

Conclusioni

La sentenza consolida un principio fondamentale nella lotta al terrorismo digitale: l’attività di proselitismo e incitamento all’azione è penalmente rilevante anche all’interno di una cerchia di individui già radicalizzati. Non è necessario ‘creare’ un terrorista dal nulla per essere puniti; è sufficiente spingere chi è già ideologicamente vicino a compiere il passo decisivo verso la violenza. Questa pronuncia ribadisce che il ruolo della Cassazione non è quello di rivalutare le prove, ma di verificare la correttezza logica e giuridica delle decisioni dei giudici di merito. Per gli operatori del diritto, è un chiaro monito sull’importanza di costruire ricorsi che si confrontino criticamente con le motivazioni delle sentenze impugnate, pena l’inammissibilità.

È configurabile il reato di istigazione al terrorismo se i destinatari dei messaggi sono già persone radicalizzate?
Sì. Secondo la Corte di Cassazione, il reato sussiste anche quando l’azione è rivolta a soggetti già indottrinati, se questa ha lo scopo di rafforzare il loro proposito criminale e spingerli a compiere concretamente atti di terrorismo, come arruolarsi o commettere atti di violenza.

Cosa succede se un ricorso in Cassazione si limita a ripetere i motivi già presentati e respinti in appello?
Il ricorso viene dichiarato inammissibile per genericità e aspecificità. La legge richiede che il ricorso si confronti criticamente con le argomentazioni della sentenza impugnata, non che si limiti a riproporre le stesse lamentele.

Può la Corte di Cassazione riesaminare le prove e i fatti di un processo?
No, la Corte di Cassazione è un giudice di legittimità, non di merito. Il suo compito non è rivalutare le prove o ricostruire i fatti, ma assicurare che la legge sia stata applicata correttamente e che la motivazione della sentenza sia logica e non contraddittoria.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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