Insolvenza Fraudolenta: Come si Prova l’Intenzione di Non Pagare?
L’insolvenza fraudolenta rappresenta un reato insidioso che colpisce la fiducia nelle transazioni commerciali. Ma come si può dimostrare che una persona, fin dal momento in cui ha contratto un debito, aveva già l’intenzione di non onorarlo? Con l’ordinanza n. 45016 del 2023, la Corte di Cassazione torna su questo tema cruciale, delineando i confini della prova del dolo e i limiti del sindacato di legittimità.
I Fatti del Caso
Il caso trae origine dal ricorso presentato da un individuo contro una sentenza della Corte d’Appello di Messina. L’imputato era stato condannato per un reato contro il patrimonio, in una fattispecie che oscillava tra l’insolvenza fraudolenta e la truffa. Egli decideva di rivolgersi alla Corte di Cassazione, affidando il suo ricorso a tre motivi principali: lamentava un’errata qualificazione giuridica del fatto, contestava la valutazione delle prove operata dai giudici di merito e proponeva una ricostruzione alternativa della vicenda.
I Motivi del Ricorso e la Decisione della Cassazione
La Suprema Corte ha esaminato i tre motivi di ricorso, ritenendoli tutti inammissibili. Vediamo perché.
Primo Motivo: Errata Qualificazione del Fatto
L’imputato sosteneva che il fatto contestato dovesse essere inquadrato nell’ipotesi di truffa anziché in quella di insolvenza fraudolenta (o viceversa), lamentando una violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza. La Corte ha respinto questa censura, chiarendo che, in entrambi i reati, l’elemento centrale è un comportamento fraudolento che induce in errore la vittima. Pertanto, la riqualificazione operata dal giudice non viola i diritti di difesa quando il fatto storico descritto nell’imputazione rimane invariato.
Secondo e Terzo Motivo: Valutazione delle Prove e Ricostruzione dei Fatti
Gli altri due motivi miravano, in sostanza, a ottenere dalla Cassazione una nuova e diversa valutazione delle prove e una ricostruzione alternativa dell’accaduto. La Corte ha ribadito un principio consolidato: il giudizio di legittimità non è un terzo grado di merito. La Cassazione non può sovrapporre la propria valutazione a quella dei giudici precedenti, né può considerare modelli di ragionamento alternativi. Il suo compito è limitato a verificare la coerenza logica e la correttezza giuridica della motivazione della sentenza impugnata, senza entrare nel merito delle prove.
Le Motivazioni della Corte sulla Prova del Dolo
Il cuore della decisione risiede nella disamina del terzo motivo, dove la Corte si sofferma sulla prova dell’elemento soggettivo nell’insolvenza fraudolenta. La difesa contestava la logicità della motivazione con cui i giudici di merito avevano dedotto l’esistenza di un proposito preordinato a non adempiere.
La Cassazione ha affermato che tale proposito può essere legittimamente desunto da una serie di elementi indiziari, purché gravi, precisi e concordanti. Non è necessario, quindi, una prova diretta (come una confessione), ma è sufficiente un ragionamento logico basato su:
* Il contesto dell’azione: le circostanze specifiche in cui l’obbligazione è stata assunta.
* Il comportamento successivo: le azioni compiute dall’imputato dopo aver contratto il debito, che possono rivelare la sua reale intenzione iniziale.
La Corte ha sottolineato che il semplice inadempimento, di per sé, non basta a configurare il reato, poiché potrebbe essere dovuto a cause sopravvenute e non volute. Tuttavia, quando si accompagna ad altri elementi indiziari, può diventare un tassello fondamentale per dimostrare il dolo iniziale.
Le Conclusioni
L’ordinanza in commento consolida un importante principio in materia di reati contro il patrimonio. La prova del dolo nell’insolvenza fraudolenta non richiede prove dirette e può essere raggiunta attraverso un percorso logico-induttivo che valorizzi elementi circostanziali e la condotta complessiva dell’agente. Questa decisione riafferma la distinzione dei ruoli tra giudici di merito, unici deputati all’accertamento del fatto e alla valutazione delle prove, e la Corte di Cassazione, custode della corretta applicazione della legge e della logicità delle motivazioni. Per chi opera nel mondo degli affari, ciò significa che la valutazione della serietà di una controparte non può basarsi solo su dichiarazioni, ma deve tenere conto di un quadro complessivo di indicatori, e che, in sede penale, la giustizia può arrivare a una condanna anche basandosi su prove logiche e non solo su evidenze materiali.
Quando il reato di insolvenza fraudolenta può essere riqualificato come truffa senza violare i diritti della difesa?
Non si viola il principio di correlazione tra accusa e sentenza se il giudice riqualifica l’imputazione da insolvenza fraudolenta a truffa (o viceversa), poiché entrambi i reati si fondano su un comportamento fraudolento che induce in errore la vittima e il fatto storico contestato rimane il medesimo.
Come si può provare il proposito iniziale di non pagare un debito nell’insolvenza fraudolenta?
La prova del proposito preordinato di non adempiere può essere desunta da argomenti induttivi seri e univoci. Questi possono essere ricavati dal contesto dell’azione e dal comportamento tenuto dal debitore successivamente all’assunzione dell’obbligazione, non basandosi esclusivamente sul mero inadempimento.
Qual è il ruolo della Corte di Cassazione nella valutazione delle prove?
La Corte di Cassazione non può effettuare una nuova valutazione delle prove o sostituire il proprio giudizio a quello dei tribunali di merito. Il suo compito è verificare la tenuta logica e la correttezza giuridica della motivazione della sentenza impugnata, senza entrare nel merito della ricostruzione dei fatti.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 45016 Anno 2023
Penale Ord. Sez. 7 Num. 45016 Anno 2023
Presidente: COGNOME NOME
Relatore: COGNOME
Data Udienza: 10/10/2023
ORDINANZA
sul ricorso proposto da: NOME nato a NASO il DATA_NASCITA
avverso la sentenza del 06/03/2023 della CORTE APPELLO di MESSINA
dato avviso alle parti;
udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOMECOGNOME;
RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO
letto il ricorso di NOME COGNOME;
ritenuto che il primo motivo di ricorso, con cui si deduce violazione di legge in ordine al riqualificazione del fatto operata dal primo giudice, è manifestamente infondato poiché, propri tenendo conto della sottolineata (dalla difesa) differenza tra la ipotesi delittuosa descritta da 640 cod. pen. e quella invece contemplata all’art. 641 cod. pen., è dalla stessa lettura del ca di imputazione che si evince che l’elemento “specializzante” della simulazione dello stato d insolvenza era stato oggetto di puntuale e specifica descrizione e contestazione da parte della pubblica accusa; che, comunque, è stato più volte ribadito che non viola il principio correlazione tra accusa e sentenza la decisione di condanna con la quale il giudice, nel prendere in esame e valutare la condotta dell’imputato di non avere, in modo preordinato, adempiuto l’obbligazione contratta, qualifica l’originaria imputazione di insolvenza fraudolenta come tru perché la condotta tenuta dall’agente in entrambi i reati consiste in un comportamento fraudolento tale da ingenerare errore nella vittima (cfr., Sez. 2, n. 29507 del 16/06/2015, Fil Rv. 264151 – 01);
ritenuto che il secondo motivo del ricorso è articolato in termini non consentiti in ques sede, finendo per sollecitare un diverso giudizio di rilevanza o comunque di attendibilità de fonti di prova laddove è invece escluso che la Corte di cassazione possa sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei prec:edenti gradi, ma anche saggiare la tenuta logica della pronuncia portata alla sua cognizione mediante un raffronto tr l’apparato argomentativo che la sorregge ed eventuali altri modelli di ragionamento mutuati dall’esterno (tra le altre, Sez. U, n. 12 del 31/05/2000, Jakani, Rv. 216260);
considerato che il terzo motivo del ricorso è anch’esso fondato su censure che si risolvono nella prospettazione di una diversa ed alternativa ric:ostruzione del fatto e non già nel rilie una manifesta illogicità o intrinseca contraddittorietà della motivazione che, al contrario valorizzato elementi circostanziali per dedurre, senza salti logici, l’esistenza di un preord proposito di non adempiere, essendo appena il caso di ribadire che, proprio in tema d’insolvenza fraudolenta, che la prova del preordinato proposito di non adempiere ala prestazione dovuta sin dalla stipula del contratto, dissimulando lo stato di insolvenza, può essere desunta anche d argomenti induttivi seri e univoci, ricavabili dal contesto dell’azione e dal comportamen successivo all’assunzione dell’obbligazione, ancorché non esc usivamente dal mero inadempimento che, in sé, costituisce un indizio equivoco del dolo (cfr., Sez. 2, n. 6947 d 21.1.2015, COGNOME; Sez. 2, n. 39887 del 16.6.2015, COGNOME);
rilevato, pertanto, che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende.
Così deciso, in data 10 ottobre 2023
Il Consiglierepstensore
Il Pres COGNOME nte