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Ingresso illegale: Cassazione conferma la sanzione

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per il reato di ingresso illegale e soggiorno nel territorio dello Stato. La Corte ha ribadito che la sanzione penale pecuniaria prevista dalla legge italiana non è in contrasto con la direttiva dell’Unione Europea sui rimpatri e, pertanto, non può essere disapplicata. Anche il motivo sulla presunta carenza di motivazione della pena è stato respinto, poiché era stata applicata la sanzione minima prevista dalla legge.

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Pubblicato il 14 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Ingresso illegale: La Cassazione ribadisce la compatibilità della sanzione con il diritto UE

Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione si è pronunciata sulla questione dell’ingresso illegale nel territorio nazionale, confermando la piena legittimità della sanzione penale pecuniaria prevista dalla normativa italiana. La decisione chiarisce, ancora una volta, che tale sanzione non contrasta con la direttiva europea sui rimpatri, respingendo le argomentazioni di un ricorrente che ne sosteneva l’incompatibilità.

I Fatti del Processo

Il caso trae origine da una sentenza del Giudice di Pace di Padova, che aveva dichiarato un cittadino straniero colpevole del reato di cui all’art. 10-bis del D.Lgs. 286/98, ovvero la contravvenzione di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato. Al soggetto era stata comminata una pena di 5.000,00 euro di ammenda. Avverso tale decisione, l’imputato ha proposto ricorso per Cassazione, basando la sua difesa su due motivi principali.

I Motivi del Ricorso: Contrasto con il Diritto Europeo e Difetto di Motivazione

Il ricorrente ha sollevato due questioni fondamentali dinanzi alla Suprema Corte:

1. Contrasto con la normativa unionale: Il primo motivo evocava un presunto conflitto tra la sanzione penale italiana per l’ingresso illegale e la Direttiva dell’Unione Europea n. 115/2008 in materia di rimpatri. Secondo la difesa, la sanzione penale costituirebbe un ostacolo alla procedura di rimpatrio prevista dalla direttiva, motivo per cui la norma nazionale avrebbe dovuto essere disapplicata.
2. Difetto di motivazione: Il secondo motivo lamentava una carenza di motivazione nella sentenza impugnata riguardo al trattamento sanzionatorio, ritenuto generico.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha esaminato entrambi i motivi, dichiarando il ricorso interamente inammissibile. La decisione si fonda su un consolidato orientamento giurisprudenziale e su una chiara interpretazione delle norme.

Inammissibilità del motivo sul contrasto con la normativa UE sull’ingresso illegale

La Corte ha qualificato il primo motivo come ‘manifestamente inammissibile’. Richiamando una sua precedente pronuncia (Sez. 1, n. 12130 del 20/02/2019), ha ribadito un principio ormai consolidato: la sanzione penale pecuniaria per la contravvenzione di ingresso illegale e permanenza irregolare non è in contrasto con la Direttiva Rimpatri. La ragione risiede nel fatto che una sanzione di natura esclusivamente pecuniaria non costituisce un ostacolo concreto all’esecuzione delle procedure amministrative di rimpatrio. Di conseguenza, il giudice nazionale non ha il potere di disapplicare la norma penale interna.

Infondatezza del motivo sulla motivazione della pena

Anche il secondo motivo è stato giudicato ‘manifestamente infondato’. La Corte ha osservato che la critica mossa dal ricorrente era del tutto generica. Inoltre, e in modo decisivo, la pena di 5.000,00 euro inflitta dal Giudice di Pace corrispondeva al minimo edittale previsto dalla legge per quel reato. Secondo la giurisprudenza costante, quando il giudice applica la sanzione minima, non è tenuto a fornire una motivazione specifica e dettagliata, essendo tale scelta di per sé indice di una valutazione favorevole all’imputato.

Le Conclusioni

In conclusione, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Tale decisione comporta due conseguenze per il ricorrente: la condanna al pagamento delle spese processuali e il versamento di una somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Questa ordinanza rafforza la posizione della giurisprudenza italiana sulla legittimità del reato di ingresso illegale, confermando che la sanzione pecuniaria prevista non viola i principi del diritto dell’Unione Europea e che l’applicazione della pena minima non necessita di una motivazione complessa da parte del giudice.

Il reato di ingresso e soggiorno illegale è in contrasto con il diritto dell’Unione Europea?
No. Secondo la Corte di Cassazione, la sanzione penale pecuniaria prevista dall’art. 10-bis del d.lgs. 286/98 non contrasta con la Direttiva UE sui rimpatri (n. 115/2008), poiché non costituisce un ostacolo alla procedura di rimpatrio. Pertanto, la norma italiana non può essere disapplicata.

Perché il motivo di ricorso sulla quantificazione della pena è stato respinto?
Il ricorso è stato ritenuto infondato perché la pena di 5.000 euro applicata corrispondeva al minimo edittale previsto dalla legge per quel reato. La giurisprudenza costante non richiede una motivazione specifica da parte del giudice quando viene applicata la sanzione minima.

Quali sono le conseguenze della dichiarazione di inammissibilità del ricorso?
La dichiarazione di inammissibilità comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di denaro (in questo caso, tremila euro) in favore della Cassa delle ammende, come stabilito dall’art. 616 del codice di procedura penale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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