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Incidente di esecuzione: no a istanze ripetitive

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso in un caso di incidente di esecuzione. La richiesta di estinzione della pena è stata giudicata una mera riproposizione di istanze precedenti già respinte, attivando la preclusione processuale ‘rebus sic stantibus’.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Incidente di esecuzione: la Cassazione dice no alle istanze ripetitive

L’incidente di esecuzione rappresenta una fase cruciale del processo penale, in cui si affrontano le questioni che sorgono dopo la condanna definitiva. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: non è possibile presentare ripetutamente la stessa istanza sperando in un esito diverso, a meno che non emergano nuovi elementi. Analizziamo insieme la decisione per comprendere i limiti e le condizioni della preclusione processuale.

I Fatti del Caso

Il caso ha origine dal ricorso di un soggetto condannato, che aveva presentato al Giudice dell’Esecuzione un’istanza per ottenere la dichiarazione di estinzione di una pena inflittagli anni prima. Il Giudice dell’Esecuzione del Tribunale di Brescia aveva dichiarato l’istanza inammissibile, rilevando che si trattava di una mera riproposizione di altre richieste identiche, già presentate e respinte in passato.

Nello specifico, esistevano già diverse pronunce negative: una del 4 marzo 2021, un’altra del 2 dicembre 2021 e un’ulteriore ordinanza del 3 giugno 2022. Tutte queste decisioni avevano respinto la richiesta del condannato, basandosi sui medesimi presupposti. Nonostante ciò, il ricorrente ha deciso di impugnare l’ultima ordinanza negativa dinanzi alla Corte di Cassazione.

Le Ragioni del Ricorrente

Il ricorrente basava le sue argomentazioni su un presunto errore del giudice dell’esecuzione. Sosteneva che il giudice non avesse considerato correttamente una precedente ordinanza che aveva riconosciuto il vincolo della continuazione tra il reato oggetto della pena da estinguere (del 2001) e un reato associativo successivo (del 2004). Secondo la sua tesi, questa connessione avrebbe dovuto portare a una valutazione diversa, impedendo di considerare la seconda condanna come ostativa all’estinzione della prima pena. In sostanza, il ricorrente riproponeva una lettura giuridica già implicitamente o esplicitamente disattesa nelle precedenti decisioni.

L’incidente di esecuzione e la preclusione processuale

La Corte di Cassazione, nel dichiarare il ricorso inammissibile, ha richiamato un principio cardine della procedura penale, sancito dall’art. 666, comma 2, del codice di procedura penale. Questa norma consente al giudice di dichiarare l’inammissibilità di un’istanza quando essa costituisce una semplice riproposizione di una richiesta già rigettata.

Questo meccanismo dà origine a una preclusione processuale nota con la formula latina rebus sic stantibus, ovvero “stando così le cose”. Ciò significa che la decisione precedente rimane ferma e non può essere messa nuovamente in discussione, a meno che non vengano presentati:

* Nuovi dati di fatto: Elementi sopravvenuti o anche preesistenti ma non presi in considerazione nella decisione precedente.
* Nuove questioni giuridiche: Argomentazioni legali diverse da quelle già esaminate.

In assenza di tali novità, insistere con la stessa richiesta è un’attività processuale inutile e, pertanto, inammissibile.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha evidenziato come il ricorrente non si sia confrontato con la vera ragione della decisione impugnata, ovvero il carattere ripetitivo della sua istanza. Invece di dimostrare l’esistenza di nuovi elementi, si è limitato a riproporre le stesse argomentazioni già valutate e respinte in passato dai giudici dell’esecuzione.

I giudici hanno sottolineato che il provvedimento impugnato si fondava correttamente sulla constatazione che le precedenti ordinanze avevano già affrontato la medesima questione. Di conseguenza, il nuovo ricorso, privo di qualsiasi elemento di novità, non poteva che essere dichiarato inammissibile. La Corte ha quindi confermato la validità del principio di preclusione, che impedisce di sovraccaricare il sistema giudiziario con istanze fotocopia.

Conclusioni

La sentenza in esame offre un importante monito: la fase dell’esecuzione penale non è un’arena dove si possono tentare all’infinito le stesse strade. Il principio di preclusione rebus sic stantibus serve a garantire la stabilità delle decisioni giudiziarie e l’efficienza del sistema. Per poter ottenere un nuovo esame di una questione già decisa in un incidente di esecuzione, è indispensabile presentare al giudice fatti o argomenti giuridici genuinamente nuovi, che non siano stati oggetto della precedente valutazione. In caso contrario, l’esito sarà, come in questo caso, una inevitabile dichiarazione di inammissibilità, con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali.

Quando un’istanza presentata durante un incidente di esecuzione può essere dichiarata inammissibile?
Un’istanza è dichiarata inammissibile se costituisce una mera riproposizione di una richiesta già esaminata e respinta, in assenza di nuovi elementi di fatto o nuove questioni giuridiche.

Cosa significa la preclusione ‘rebus sic stantibus’ in questo contesto?
Significa che una decisione presa in un incidente di esecuzione è definitiva ‘stando così le cose’, cioè sulla base degli elementi disponibili in quel momento. La questione può essere riaperta solo se tali elementi cambiano.

È sufficiente riproporre le stesse argomentazioni per ottenere un riesame della propria richiesta?
No, la Corte di Cassazione chiarisce che riproporre le medesime argomentazioni, senza introdurre elementi di novità, non è sufficiente per superare la preclusione e porta a una dichiarazione di inammissibilità del ricorso.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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