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Inammissibilità ricorso: i motivi generici lo bloccano

La Corte di Cassazione dichiara l’inammissibilità del ricorso presentato da un soggetto condannato per violazione degli arresti domiciliari. La decisione si fonda sulla genericità dei motivi di appello, sia riguardo alla richiesta di applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, sia in merito al trattamento sanzionatorio. La Suprema Corte ha confermato la valutazione della Corte d’Appello, che aveva adeguatamente motivato sulla gravità del fatto e l’intensità del dolo, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della cassa delle ammende.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Inammissibilità Ricorso: La Cassazione sulla Genericità dei Motivi e la Tenuità del Fatto

L’ordinanza della Corte di Cassazione, Sezione Settima Penale, del 7 giugno 2024, offre un importante chiarimento sui requisiti di ammissibilità dei ricorsi e sulle valutazioni relative alla causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Con questa decisione, la Suprema Corte ribadisce un principio fondamentale: l’inammissibilità del ricorso quando i motivi addotti sono generici e non criticano specificamente la logica della sentenza impugnata. Questo caso riguarda un soggetto condannato per aver violato gli arresti domiciliari, il cui appello è stato respinto in ogni sua parte.

I Fatti del Caso

La vicenda processuale trae origine da una sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello di Palermo. Un individuo, sottoposto al regime degli arresti domiciliari, aveva presentato ricorso in Cassazione contestando la decisione dei giudici di merito sotto due profili principali: la mancata applicazione dell’art. 131-bis del codice penale, che disciplina la non punibilità per particolare tenuità del fatto, e l’entità del trattamento sanzionatorio ritenuto eccessivo. Il ricorrente sosteneva che la sua condotta non fosse così grave da meritare la condanna e che la pena inflitta fosse sproporzionata.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questa decisione non entra nel merito delle questioni sollevate, ma si ferma a un livello preliminare, stabilendo che il ricorso non possedeva i requisiti minimi per essere esaminato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di 3.000 euro in favore della cassa delle ammende, come previsto dall’articolo 616 del codice di procedura penale in caso di inammissibilità del ricorso.

Le Motivazioni della Decisione

La Corte ha basato la sua pronuncia di inammissibilità su una valutazione di genericità dei motivi di appello. Vediamo nel dettaglio le argomentazioni.

La non applicabilità dell’art. 131-bis c.p.

Il primo motivo di ricorso riguardava la richiesta di assoluzione per particolare tenuità del fatto. La Cassazione ha osservato che la Corte d’Appello aveva fornito una motivazione adeguata e logicamente coerente per negare l’applicazione di tale norma. I giudici di merito avevano infatti considerato:

1. La gravità del fatto: La violazione del regime degli arresti domiciliari è stata ritenuta un’azione seria.
2. L’intensità del dolo: La Corte ha sottolineato la correlazione tra l’esperienza del soggetto e la sua piena consapevolezza dell’importanza di rispettare le prescrizioni imposte. Questo indica un’intenzione deliberata e non un comportamento superficiale o occasionale.

La Cassazione ha chiarito che le valutazioni sulle ragioni e la durata dell’allontanamento, effettuate dalla Corte d’Appello, non presentavano vizi logici evidenti. Pertanto, non era possibile una diversa e autonoma rivalutazione dei fatti in sede di legittimità, il cui compito è verificare la corretta applicazione della legge e la coerenza logica della motivazione, non riesaminare le prove.

La genericità del motivo sul trattamento sanzionatorio

Anche il secondo motivo, relativo alla presunta eccessività della pena, è stato giudicato generico. La Corte ha rilevato che il ricorrente non aveva articolato una critica specifica contro le valutazioni espresse nel giudizio di merito, ma si era limitato a una contestazione vaga, speculare alla genericità dei motivi già presentati in appello. Per contestare una sanzione, è necessario indicare precisamente perché i criteri di commisurazione della pena (ex art. 133 c.p.) sarebbero stati applicati in modo errato, cosa che nel caso di specie non è avvenuta.

Le Conclusioni

Questa ordinanza è un monito sull’importanza di redigere ricorsi specifici e ben argomentati. Non è sufficiente esprimere un generico dissenso con la decisione impugnata; è necessario individuare e contestare con precisione i vizi logici o giuridici della motivazione del giudice. La declaratoria di inammissibilità del ricorso non solo chiude la porta a un esame nel merito, ma comporta anche significative conseguenze economiche per il ricorrente. Inoltre, la decisione ribadisce che la valutazione sulla ‘particolare tenuità del fatto’ è strettamente legata all’analisi concreta della condotta e dell’elemento psicologico del reo, un’analisi che, se motivata in modo logico e coerente, è insindacabile in sede di Cassazione.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché i motivi presentati erano ritenuti generici, sia riguardo alla mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.), sia in merito alla contestazione del trattamento sanzionatorio.

Quali sono state le conseguenze economiche per il ricorrente a seguito dell’inammissibilità?
A seguito della dichiarazione di inammissibilità, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di euro 3.000 in favore della cassa delle ammende, come previsto dall’art. 616 del codice di procedura penale.

Per quale motivo la Corte ha ritenuto non applicabile l’art. 131-bis cod. pen. (particolare tenuità del fatto)?
La Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, i quali avevano fornito un’adeguata motivazione basata sulla gravità del fatto e sull’intensità del dolo. Si è tenuto conto dell’esperienza dell’imputato e della sua consapevolezza nell’infrangere le prescrizioni degli arresti domiciliari, ritenendo la condotta non meritevole del beneficio della non punibilità.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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