Con la sentenza n. 956 del 2026, la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione ha affrontato un caso cruciale in materia di misure cautelari, chiarendo i requisiti per la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La pronuncia ribadisce la necessità che i motivi di ricorso siano specifici e non si limitino a una semplice rilettura degli elementi fattuali già valutati dai giudici di merito.
I Fatti di Causa
La vicenda trae origine da un’ordinanza del G.i.p. del Tribunale di Catania, che applicava la misura della custodia cautelare in carcere a un soggetto indagato per i reati di associazione per delinquere finalizzata al traffico di cocaina e crack (art. 74 d.P.R. 309/90) e per il trasporto di sostanze stupefacenti (art. 73 d.P.R. 309/90).
Secondo l’accusa, l’indagato agiva come corriere per un’associazione criminale ben strutturata, il cui capo, ristretto ai domiciliari, gestiva lo spaccio dalla propria abitazione. L’ordinanza del G.i.p. veniva confermata dal Tribunale del riesame, che riteneva sussistenti sia i gravi indizi di colpevolezza sia le esigenze cautelari. L’indagato proponeva quindi ricorso per Cassazione.
I Motivi del Ricorso
Il ricorrente basava la sua difesa su due motivi principali:
- Violazione di legge e vizio di motivazione per mancanza di gravi indizi di colpevolezza: Sosteneva di aver avuto solo rapporti sporadici con il capo dell’associazione e un altro membro, che gli episodi contestati erano limitati a un breve arco temporale (marzo-maggio 2024) e che le conversazioni intercettate erano criptiche. Negava inoltre di aver mai avuto un ruolo continuativo, affermando di essere stato talvolta sostituito da un altro soggetto. A suo dire, i fatti potevano al massimo configurare un concorso di persone in singoli reati di cessione, non una partecipazione stabile a un’associazione.
- Violazione di norme processuali e vizio di motivazione per mancanza delle esigenze cautelari: Lamentava l’assenza di attualità e concretezza delle esigenze cautelari, poiché i fatti risalivano al maggio 2024 e l’associazione era ritenuta cessata nel 2025. Evidenziava inoltre il suo stato di incensurato, la sua regolare attività lavorativa e la disponibilità del padre ad accoglierlo agli arresti domiciliari.
L’Analisi della Cassazione sui Gravi Indizi di Colpevolezza
La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e, quindi, inammissibile. I giudici hanno qualificato le censure del ricorrente come generiche e rivalutative, ovvero un tentativo di ottenere dalla Corte di legittimità un nuovo e diverso giudizio sul merito dei fatti, attività che non rientra nelle sue competenze.
La Corte ha sottolineato come l’ordinanza impugnata avesse fornito una motivazione solida e coerente. Le indagini, basate su intercettazioni ambientali, conversazioni telefoniche, servizi di osservazione e pedinamento, avevano dimostrato che l’indagato non era un semplice conoscente, ma un corriere inserito stabilmente nella struttura. Egli si recava quotidianamente presso l’abitazione del capo, tipicamente dopo le ore 12, dopo essere passato dal luogo dove era custodito lo stupefacente. Subito dopo il suo passaggio, verso le ore 13, iniziava l’attività di spaccio al dettaglio presso l’abitazione del capo.
Questa ricostruzione, secondo la Corte, non deponeva per un rapporto occasionale, ma per un inserimento funzionale nel sodalizio, con il ruolo cruciale di corriere e custode del denaro, finalizzato a eludere i controlli di polizia.
La Valutazione sulle Esigenze Cautelari
Anche il secondo motivo di ricorso è stato ritenuto infondato. La Corte ha implicitamente confermato la valutazione del Tribunale del riesame, che aveva ritenuto persistenti le esigenze cautelari nonostante il tempo trascorso e la situazione personale dell’indagato. La gravità dei fatti e la stabilità del ruolo ricoperto all’interno dell’associazione sono stati elementi sufficienti per giustificare il mantenimento della misura cautelare più afflittiva.
Le Motivazioni
La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile principalmente perché i motivi addotti dal ricorrente non si confrontavano specificamente con la logica e completa argomentazione dell’ordinanza impugnata. Invece di evidenziare vizi di legittimità (come un’errata interpretazione della legge o una motivazione manifestamente illogica), la difesa ha tentato di proporre una lettura alternativa delle prove, un compito che spetta ai giudici di merito e non alla Corte di Cassazione. Il quadro indiziario, composto da elementi convergenti, è stato ritenuto sufficiente a configurare la gravità richiesta dalla legge per l’applicazione della custodia cautelare. L’attività dell’indagato non era sporadica, ma metodica e funzionale all’operatività quotidiana del gruppo criminale.
Conclusioni
Questa sentenza riafferma un principio fondamentale del processo penale: il ricorso per Cassazione non è un terzo grado di giudizio sul merito. Per ottenere l’annullamento di un’ordinanza cautelare, è necessario dimostrare vizi specifici di legittimità e non semplicemente contestare la valutazione delle prove effettuata dai giudici precedenti. Inoltre, la pronuncia evidenzia come un insieme di elementi indiziari, se gravi, precisi e concordanti (come le intercettazioni unite ai servizi di osservazione), possa validamente fondare un giudizio di alta probabilità di colpevolezza, giustificando così l’applicazione della più severa delle misure cautelari.
Quando un ricorso contro la custodia cautelare viene considerato inammissibile?
Un ricorso è considerato inammissibile quando le censure sono generiche, ripetitive di argomenti già respinti o si limitano a proporre una diversa valutazione dei fatti (censura di merito), senza individuare un vizio di legittimità (violazione di legge o motivazione illogica) nel provvedimento impugnato.
Quali elementi sono stati considerati sufficienti per costituire gravi indizi di colpevolezza per associazione a delinquere?
Sono stati considerati sufficienti le intercettazioni delle conversazioni (anche ambientali), i servizi di osservazione e pedinamento e i sequestri di stupefacenti. Questi elementi, nel loro complesso, hanno dimostrato che l’indagato si recava quotidianamente presso l’abitazione del capo per consegnare lo stupefacente, svolgendo un ruolo stabile e continuativo di corriere, essenziale per l’attività di spaccio del sodalizio.
Perché la difesa dell’imputato, secondo cui frequentava l’abitazione del capo solo come muratore, non è stata accolta?
Sebbene l’indagato abbia dichiarato di frequentare l’abitazione solo come muratore, questa versione è stata smentita dalle prove raccolte. La ricostruzione dei fatti ha dimostrato un inserimento stabile nel sodalizio criminale, con un ruolo definito (corriere e custode del denaro) e non un rapporto di lavoro occasionale. La Corte ha ritenuto che le argomentazioni difensive non si confrontassero adeguatamente con questa solida ricostruzione accusatoria.