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Giurisdizione reati all’estero: la Cassazione decide

La Corte di Cassazione si è pronunciata sulla giurisdizione per reati all’estero, stabilendo che per procedere contro un cittadino italiano per un delitto commesso interamente fuori dall’Italia (nel caso di specie, maltrattamenti in famiglia in Giordania), è sufficiente la sua presenza, anche solo temporanea, nel territorio nazionale dopo la commissione del fatto ma prima dell’esercizio dell’azione penale. La successiva partenza dell’imputato non incide sulla giurisdizione ormai radicata. La Corte ha rigettato il ricorso dell’imputato, confermando la condanna.

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Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Giurisdizione reati all’estero: quando la presenza in Italia fa scattare il processo

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19335 del 2023, ha affrontato un’importante questione sulla giurisdizione reati all’estero, chiarendo i presupposti per processare in Italia un cittadino per un delitto interamente commesso fuori dai confini nazionali. La pronuncia stabilisce che la presenza, anche solo temporanea e occasionale, dell’imputato sul territorio italiano dopo il reato è condizione sufficiente per radicare la competenza del giudice italiano, purché avvenga prima dell’inizio dell’azione penale.

I Fatti: Maltrattamenti in Giordania e la Fuga in Italia

Il caso riguarda un cittadino italiano accusato di gravi maltrattamenti in famiglia, perpetrati dal 2009 al 2014 ad Amman, in Giordania, ai danni della moglie e dei quattro figli. Le violenze includevano anche lesioni e minacce. La vicenda processuale ha avuto inizio dopo che le vittime sono riuscite a fuggire dalla Giordania e a trovare rifugio in Italia.

Condannato in primo grado e in appello, l’imputato ha presentato ricorso in Cassazione, sollevando una questione preliminare di cruciale importanza: il difetto di giurisdizione del giudice italiano. Secondo la difesa, poiché i reati erano stati commessi interamente all’estero, la procedibilità era subordinata alla presenza fisica dell’imputato in Italia al momento dell’esercizio dell’azione penale, condizione che a suo dire non si era verificata.

La questione della giurisdizione per reati all’estero

Il fulcro del ricorso si basava sull’interpretazione dell’articolo 9 del codice penale, che disciplina il “delitto comune del cittadino all’estero”. La norma richiede, come condizione di procedibilità, che il cittadino “si trovi nel territorio dello Stato”. La difesa sosteneva che una presenza estemporanea, avvenuta prima dell’avvio formale del procedimento, non fosse sufficiente a soddisfare tale requisito, e che l’elezione di domicilio non potesse sostituire la presenza fisica.

La Corte di Appello di Venezia aveva invece ritenuto soddisfatta la condizione, valorizzando la presenza dell’imputato in Italia in diverse occasioni dopo la commissione dei fatti, tra cui l’identificazione presso un aeroporto e la comparizione in un procedimento civile, nonché una telefonata minatoria fatta alla moglie già rifugiata in Italia. Questi eventi, avvenuti prima dell’inizio dell’azione penale, sono stati considerati sufficienti a radicare la giurisdizione italiana.

La Decisione della Corte di Cassazione e i principi chiave

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la correttezza della decisione dei giudici di merito e cogliendo l’occasione per consolidare importanti principi in materia di giurisdizione reati all’estero.

Quando deve sussistere la presenza dell’imputato?

La Cassazione ha chiarito che la presenza dell’imputato nel territorio dello Stato è una condizione di procedibilità, non di punibilità. Questo significa che deve esistere nel momento in cui lo Stato decide di agire penalmente. Il Collegio ha stabilito che il momento rilevante per verificare tale condizione è quello dell’esercizio dell’azione penale. È sufficiente che la presenza si sia verificata in un qualsiasi momento dopo la commissione del reato e prima dell’avvio del procedimento. Una volta che questa condizione si è avverata, la giurisdizione si radica e non viene meno neanche se l’imputato si allontana nuovamente dal territorio nazionale. Questa interpretazione impedisce all’imputato di sottrarsi al processo con la sua libera scelta di lasciare l’Italia.

La natura della presenza richiesta

La Corte ha inoltre specificato che la presenza richiesta dall’art. 9 c.p. non deve essere stabile o continuativa. Può essere anche transitoria e occasionale. Ciò che conta è il fatto storico dell’ingresso del cittadino nel territorio dello Stato, che fa sorgere l’interesse concreto della collettività alla repressione del reato commesso all’estero.

Il rigetto delle attenuanti generiche

Oltre alla questione giurisdizionale, la Corte ha respinto anche il motivo di ricorso relativo alla mancata concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno ritenuto che la gravità e la durata delle condotte violente, il numero delle vittime (tra cui quattro minori) e l’inadeguatezza del risarcimento offerto giustificassero ampiamente il diniego, rendendo recessivi altri elementi potenzialmente favorevoli.

Le motivazioni

La Corte di Cassazione ha fondato la sua decisione su una precisa logica giuridica e teleologica. La ratio dell’art. 9 del codice penale è quella di evitare che il territorio italiano diventi un “asilo di malfattori”, ovvero un luogo sicuro per cittadini che, dopo aver commesso reati all’estero, rientrano in patria senza poter essere perseguiti. L’interesse dello Stato a punire il colpevole sorge concretamente nel momento in cui quest’ultimo entra in contatto con la comunità nazionale, trovandosi fisicamente sul suo territorio. Qualificare la presenza come condizione di procedibilità, e non di punibilità, significa legarla all’esercizio dell’azione processuale piuttosto che alla struttura stessa del reato. La Corte ha aderito all’orientamento giurisprudenziale più rigoroso, secondo cui una volta che la condizione si è verificata (con l’ingresso in Italia), essa rimane “avverata” e non può essere annullata da un successivo allontanamento volontario dell’imputato. Una soluzione diversa, infatti, rimetterebbe all’arbitrio dell’accusato la possibilità di paralizzare la giurisdizione italiana, vanificando la finalità della norma.

Le conclusioni

La sentenza consolida un principio di fondamentale importanza pratica: per la giurisdizione reati all’estero commessi da un cittadino italiano, è sufficiente che quest’ultimo sia stato presente in Italia, anche per un breve periodo, in un momento compreso tra la consumazione del reato e l’avvio formale dell’azione penale. Questa pronuncia rafforza la capacità dello Stato di perseguire i propri cittadini per i crimini commessi ovunque nel mondo, assicurando che la giustizia possa fare il suo corso e che le vittime possano ottenere tutela, a condizione che si crei un legame, seppur minimo, tra l’autore del reato e il territorio nazionale.

Per processare in Italia un cittadino per un reato commesso all’estero, è necessario che sia residente in Italia?
No, la sentenza chiarisce che non è richiesta la residenza né una presenza stabile. È sufficiente una presenza fisica anche transitoria e occasionale nel territorio dello Stato.

In quale momento del procedimento deve essere verificata la presenza dell’imputato in Italia?
La presenza deve essersi verificata in un momento successivo alla commissione del reato ma anteriore all’esercizio dell’azione penale (ad esempio, la richiesta di rinvio a giudizio). Una volta che la presenza è stata accertata in questo lasso di tempo, la giurisdizione si considera radicata e un eventuale successivo allontanamento dell’imputato è irrilevante.

L’elezione di domicilio in Italia è sufficiente a dimostrare la presenza richiesta dalla legge per la giurisdizione?
La sentenza chiarisce che la legge richiede la presenza fisica dell’imputato. Tuttavia, la Corte ha ritenuto la giurisdizione sussistente non solo sulla base dell’elezione di domicilio, ma soprattutto sulla base di prove concrete della presenza fisica dell’imputato in Italia, come l’identificazione in aeroporto e la comparizione personale in un altro procedimento.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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