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Furto in studio: quando è considerata privata dimora?

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato condannato per furto in uno studio dentistico. La sentenza ribadisce che uno studio professionale rientra nel concetto di privata dimora e che il reato è consumato, non tentato, quando il ladro acquisisce la disponibilità della refurtiva, anche solo per un breve istante. La Corte conferma inoltre il diniego delle attenuanti generiche, ritenendo corretta la valutazione del giudice di merito sul dolo dell’imputato.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Furto in studio professionale: è reato di furto in privata dimora?

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 24477/2024, è tornata a pronunciarsi su un tema di grande interesse pratico: la qualificazione giuridica del furto in privata dimora quando il fatto avviene all’interno di uno studio professionale. La decisione offre importanti chiarimenti sulla nozione di “privata dimora” e sulla distinzione tra furto tentato e consumato, consolidando un orientamento giurisprudenziale ormai granitico.

I fatti del caso

Il caso trae origine dalla condanna di un individuo per il furto di un portafogli, commesso all’interno di uno studio dentistico. L’imputato, tramite il suo difensore, ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la decisione della Corte d’Appello su tre punti principali. In primo luogo, sosteneva che il reato dovesse essere qualificato come tentato e non consumato. In secondo luogo, contestava che lo studio dentistico potesse essere considerato “privata dimora” ai sensi dell’art. 624-bis del codice penale. Infine, lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.

I motivi del ricorso in Cassazione

L’imputato ha basato il suo ricorso su tre motivi specifici:
1. Tentativo e non consumazione: Secondo la difesa, non si era realizzata la piena disponibilità della refurtiva, elemento necessario per considerare il furto consumato.
2. Errata qualificazione del luogo: Si sosteneva che uno studio professionale non potesse rientrare nella nozione di “privata dimora”, la cui violazione aggrava il reato di furto.
3. Mancata concessione delle attenuanti generiche: La difesa lamentava una carenza di motivazione da parte dei giudici di merito nel negare le attenuanti previste dall’art. 62-bis c.p.

L’analisi della Corte sul furto in privata dimora

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, respingendo tutte le argomentazioni della difesa. La decisione si fonda su principi giuridici consolidati, che vengono qui ribaditi con chiarezza.

Sul primo punto, la Corte ha ricordato che, per la giurisprudenza costante, il furto si considera consumato nel momento in cui l’agente acquisisce la piena, autonoma ed effettiva disponibilità della refurtiva, anche se per un periodo di tempo molto breve e pur non allontanandosi dal luogo del reato. Nel caso di specie, l’imputato aveva messo il portafogli sottratto nella tasca dei propri pantaloni, ottenendone così il pieno controllo prima che il proprietario se ne accorgesse.

Per quanto riguarda la nozione di furto in privata dimora, i giudici hanno richiamato l’insegnamento delle Sezioni Unite. Rientrano in questa categoria tutti i luoghi in cui si svolgono, anche in modo non occasionale, atti della vita privata, inclusi quelli destinati ad attività lavorativa o professionale. I requisiti essenziali sono tre: a) l’utilizzo del luogo per manifestazioni di vita privata; b) una certa stabilità del rapporto tra la persona e il luogo; c) la non accessibilità a terzi senza il consenso del titolare. Uno studio dentistico, dove si svolge una consistente attività professionale e l’accesso è controllato, soddisfa pienamente questi criteri.

Le motivazioni della decisione

La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso manifestamente infondato, in quanto riproponeva censure già adeguatamente esaminate e respinte dalla Corte d’Appello con argomentazioni logiche e giuridicamente corrette. I motivi di ricorso non presentavano una critica puntuale alla sentenza impugnata, ma si limitavano a riproporre le stesse tesi.

In particolare, la Corte ha ritenuto infondato anche il terzo motivo, relativo al diniego delle attenuanti generiche. I giudici di merito avevano adeguatamente motivato la loro decisione, valutando negativamente l’intensità del dolo e lo specifico proposito criminoso dell’imputato, che si era introdotto nello studio medico proprio per commettere il furto. La Cassazione ha ribadito che, per negare le attenuanti, è sufficiente che il giudice si concentri sugli elementi ritenuti decisivi, senza dover analizzare ogni singolo aspetto favorevole o sfavorevole.

Infine, data la manifesta infondatezza del ricorso, la Corte ha sottolineato come non fosse possibile dichiarare l’eventuale prescrizione del reato maturata dopo la sentenza d’appello, poiché l’inammissibilità dell’impugnazione impedisce la formazione di un valido rapporto processuale.

Le conclusioni

L’ordinanza in esame consolida due principi fondamentali. Primo, la nozione di “privata dimora” è estesa e include anche i luoghi di lavoro come studi professionali, garantendo una tutela rafforzata contro le intrusioni illecite. Secondo, la distinzione tra furto tentato e consumato dipende dal conseguimento di una seppur minima ma autonoma disponibilità del bene sottratto. La decisione conferma la severità dell’ordinamento verso i reati predatori commessi in luoghi che, pur non essendo abitazioni, sono considerati estensione della sfera privata della persona.

Uno studio professionale, come quello di un dentista, può essere considerato “privata dimora” ai fini del reato di furto?
Sì. La Corte di Cassazione ha confermato che rientrano nella nozione di privata dimora anche i luoghi destinati ad attività lavorativa o professionale, dove si svolgono atti della vita privata in modo non occasionale e che non sono accessibili a terzi senza il consenso del titolare.

Quando un furto si considera “consumato” e non solo “tentato”?
Il furto si considera consumato nel momento in cui chi lo commette acquisisce la piena, autonoma ed effettiva disponibilità del bene rubato, anche se per un tempo molto breve e senza essersi allontanato dal luogo del reato. Aver messo l’oggetto in tasca è stato ritenuto sufficiente.

Se un ricorso in Cassazione è manifestamente infondato, il giudice può dichiarare la prescrizione del reato?
No. La giurisprudenza consolidata afferma che l’inammissibilità del ricorso per cassazione, dovuta a manifesta infondatezza dei motivi, preclude la possibilità di rilevare e dichiarare cause di non punibilità, come la prescrizione, maturate dopo la sentenza impugnata.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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