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Furto in abitazione: quando il consenso è ingannevole

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una donna condannata per furto in abitazione. La Corte ha confermato che il reato si configura anche quando l’ingresso nell’abitazione della vittima avviene con un consenso ottenuto tramite inganno, e non solo con lo scopo iniziale di rubare. La difesa basata su altre finalità dell’ingresso è stata respinta.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Furto in Abitazione: Ingresso con Inganno è Reato

L’ordinanza della Corte di Cassazione in esame affronta un caso di furto in abitazione, fornendo chiarimenti cruciali su quando questo reato si possa considerare configurato. La questione centrale riguarda la validità del consenso all’ingresso nell’abitazione della vittima: cosa succede se questo consenso è ottenuto con l’inganno e non con il fine esplicito di rubare? La Suprema Corte conferma un principio consolidato: l’inganno vizia il consenso e il reato sussiste.

I Fatti del Caso: Un Ingresso Sospetto

Una donna veniva condannata in primo e secondo grado per il reato di furto in abitazione ai danni di un signore ultraottantenne. La condannata si era introdotta nell’abitazione della persona offesa e aveva commesso il furto. La difesa, però, ha tentato di smontare l’accusa sostenendo che l’intenzione originaria non fosse quella di commettere un reato contro il patrimonio.

La Difesa dell’Imputata: Non Volevo Rubare

L’imputata ha proposto ricorso per Cassazione, basando la sua difesa su un unico motivo: l’introduzione nell’abitazione dell’anziano non era avvenuta con lo scopo di rubare. Secondo la sua versione, il suo obiettivo era trovare un riparo e, eventualmente, intrattenere un rapporto con la vittima. Di conseguenza, mancava il nesso finalistico tra l’ingresso e il furto, elemento che, a suo dire, avrebbe dovuto escludere la configurabilità del reato di furto in abitazione.

La Decisione sul Furto in Abitazione: il Principio della Cassazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno sottolineato come il motivo del ricorso fosse una mera riproduzione di argomentazioni già esaminate e respinte dalla Corte d’Appello. Questa ripetitività rende il ricorso aspecifico e, quindi, inammissibile.

le motivazioni

Nel merito, la Corte ha ribadito che il nesso finalistico tra l’introduzione nell’abitazione e il furto sussiste pienamente. La Corte territoriale aveva correttamente osservato come l’intenzione di derubare l’anziano fosse facilmente deducibile dalle circostanze: la vittima era un soggetto ultraottantenne, particolarmente vulnerabile e facilmente raggirabile. Pertanto, l’argomentazione della difesa è stata giudicata non manifestamente illogica.
La Suprema Corte ha poi richiamato il proprio consolidato orientamento giurisprudenziale. La fattispecie del furto in abitazione si configura anche quando il consenso all’introduzione nell’abitazione viene ‘carpito in modo ingannevole’. Non è necessario che l’agente entri con la violenza o clandestinamente; è sufficiente che ottenga il permesso di entrare attraverso un raggiro, inducendo in errore il proprietario di casa sulle sue reali intenzioni. L’inganno vizia alla radice il consenso, rendendo l’ingresso illegittimo ai fini della norma penale.

le conclusioni

La decisione in commento consolida un importante principio di diritto: per la configurazione del reato di furto in abitazione, l’intenzione criminale non deve essere l’unica e originaria ragione dell’ingresso. Anche se l’agente entra con un pretesto (ad esempio, chiedere un bicchier d’acqua, offrire un servizio, o come nel caso di specie, cercare riparo), ma il consenso della vittima è ottenuto con l’inganno e con la finalità, anche solo successiva, di commettere un furto, il reato è pienamente integrato. Questa interpretazione offre una maggiore tutela alle vittime, specialmente quelle più vulnerabili come gli anziani, spesso bersaglio di raggiri finalizzati a ottenere l’accesso alle loro abitazioni.

Se entro in una casa con il permesso del proprietario ma con l’inganno, e poi rubo qualcosa, commetto il reato di furto in abitazione?
Sì. Secondo la sentenza, il reato di furto in abitazione si configura anche quando il consenso all’ingresso è ottenuto in modo ingannevole, poiché tale consenso è viziato e l’introduzione è considerata illegittima ai fini della legge penale.

Per configurare il furto in abitazione, l’intenzione di rubare deve essere l’unico motivo per cui si entra in casa?
No. La Corte ha chiarito che non è necessario che l’intenzione di rubare sia l’unica o la principale ragione dell’ingresso. Il nesso finalistico tra l’introduzione e il furto sussiste anche se il piano di derubare si concretizza dopo essere entrati con un altro pretesto.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile dalla Corte di Cassazione?
Il ricorso è stato ritenuto inammissibile principalmente perché i motivi presentati erano una semplice riproduzione delle argomentazioni già discusse e respinte dalla Corte d’Appello. Questa mancanza di specificità e di una critica puntuale alla sentenza impugnata viola i requisiti previsti dal codice di procedura penale.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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