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Furto consumato: quando il reato è completo?

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 25720/2024, chiarisce la distinzione tra tentativo e reato di furto consumato. Il caso riguarda un individuo condannato per il furto di un telefono. La Corte ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, stabilendo che il reato si considera consumato nel momento in cui l’agente acquisisce l’autonoma disponibilità del bene, anche se per un breve lasso di tempo e sotto la sorveglianza della vittima, interrompendo così la sfera di controllo di quest’ultima.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Furto Consumato: la Cassazione chiarisce quando il reato si perfeziona

Capire la differenza tra furto tentato e furto consumato è fondamentale nel diritto penale, poiché da essa dipendono l’entità della pena e le conseguenze giuridiche per l’imputato. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (n. 25720/2024) offre un’analisi precisa su questo punto, chiarendo il momento esatto in cui il reato di furto si considera perfezionato. La decisione si concentra sul concetto di ‘signoria del bene’, ovvero l’acquisizione di un controllo autonomo sulla refurtiva.

I Fatti del Caso

Il caso analizzato dalla Suprema Corte riguarda un individuo condannato nei primi due gradi di giudizio per il furto di un telefono cellulare, aggravato dalla violenza sulle cose. L’imputato, tramite il suo difensore, ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo principalmente tre motivi:

1. La configurabilità del reato come tentato e non consumato.
2. La sussistenza di una causa di giustificazione come lo stato di necessità o, in subordine, la desistenza volontaria dall’azione criminosa.
3. La mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131 bis c.p.).

Secondo la difesa, l’imputato non avrebbe mai avuto il pieno controllo del telefono, essendo stato costantemente inseguito dai soccorritori subito dopo la sottrazione del bene.

La Decisione della Corte di Cassazione sul furto consumato

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando integralmente la decisione della Corte d’Appello di Milano. I giudici di legittimità hanno ritenuto i motivi del ricorso come una mera riproposizione di censure già esaminate e respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza introdurre nuove e specifiche critiche alle motivazioni della sentenza impugnata. La Corte ha sottolineato come il ricorso si traducesse in una richiesta di rilettura dei fatti, attività non consentita in sede di legittimità.

Analisi del concetto di furto consumato

Il punto cruciale della decisione riguarda la distinzione tra tentativo e consumazione del reato. La Corte ribadisce un principio consolidato: il furto consumato si perfeziona non appena l’agente acquisisce la ‘signoria del bene’, ovvero un’autonoma disponibilità della cosa sottratta, anche se per un periodo di tempo molto breve. Nel caso di specie, era emerso pacificamente che l’imputato si era allontanato con il telefono, creando una ‘interruzione temporale’ tra il momento dell’apprensione e la costante sorveglianza della vittima. Durante questo breve lasso di tempo, l’imputato aveva acquisito il controllo esclusivo del bene, perfezionando così il reato.

L’insussistenza del recesso attivo

La Corte ha anche escluso la possibilità di configurare un’ipotesi di recesso attivo. L’imputato, infatti, non aveva posto in essere una ‘contro condotta’ volontaria per annullare gli effetti del suo gesto. Al contrario, si era limitato a gettare a terra il telefono solo perché si era visto inseguito dai soccorritori. La decisione di abbandonare la refurtiva non è stata frutto di una scelta volontaria e spontanea, ma è stata necessitata da fattori esterni, ovvero la pressione dell’inseguimento, che rendeva impossibile per lui mantenere il possesso del bene. Per la legge, la desistenza o il recesso attivo devono derivare da una scelta autonoma e non da cause di forza maggiore.

Le motivazioni

Le motivazioni della Corte si fondano su un consolidato orientamento giurisprudenziale. Per configurare il furto consumato, è sufficiente che il bene sottratto esca dalla sfera di vigilanza e controllo del legittimo proprietario ed entri nella piena ed autonoma disponibilità dell’agente. Questo passaggio di ‘signoria’ può essere anche momentaneo. L’osservazione a distanza da parte della vittima o di terzi non è sufficiente a impedire la consumazione, se l’autore del reato riesce ad allontanarsi con la refurtiva. Inoltre, la Corte ha specificato che le doglianze relative allo stato di necessità e alla particolare tenuità del fatto erano state formulate in modo generico e non erano state adeguatamente proposte come motivo di appello, risultando quindi inammissibili in Cassazione.

Le conclusioni

L’ordinanza ribadisce con chiarezza che per la consumazione del furto non è necessario che l’agente si assicuri il possesso definitivo e tranquillo del bene, ma basta che ne acquisisca il controllo autonomo, anche per un breve istante. Questa decisione ha importanti implicazioni pratiche: chi commette un furto non può sperare di vederlo derubricato a tentativo semplicemente perché viene scoperto e inseguito subito dopo. L’atto di abbandonare la refurtiva durante la fuga, se dettato dalla paura di essere catturato, non costituisce una valida desistenza, ma è solo una conseguenza dell’azione di contrasto messa in atto da terzi. Infine, viene confermata la regola processuale secondo cui i motivi di ricorso in Cassazione devono essere specifici e non possono limitarsi a riproporre le stesse argomentazioni già respinte dai giudici di merito.

Quando un furto si considera consumato e non solo tentato?
Il furto si considera consumato nel momento in cui l’autore del reato acquisisce l’autonoma disponibilità del bene sottratto (la cosiddetta ‘signoria del bene’), anche solo per un breve periodo, uscendo dalla sfera di controllo diretto del proprietario.

Perché gettare la refurtiva durante un inseguimento non è considerato ‘recesso attivo’?
Non è considerato recesso attivo perché l’azione non è frutto di una scelta volontaria e spontanea, ma è necessitata da fattori esterni, come la paura di essere catturati. La legge richiede che la decisione di interrompere l’azione criminosa o di impedirne le conseguenze sia autonoma.

È possibile presentare in Cassazione motivi di ricorso già respinti nei gradi precedenti?
No, se i motivi sono una mera riproposizione di censure già esaminate e respinte dai giudici di merito. Il ricorso in Cassazione è inammissibile se si limita a una generica critica della sentenza impugnata o a una richiesta di rilettura dei fatti, senza sollevare specifiche violazioni di legge o vizi di motivazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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