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Frode in commercio: tentativo se la merce è in negozio

Un imprenditore è stato condannato per aver messo in vendita prodotti con marcatura CE contraffatta. Inizialmente accusato di frode in commercio consumata, ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha riqualificato il reato in tentata frode in commercio, specificando che la semplice detenzione della merce per la vendita, senza che questa sia stata effettivamente consegnata a un acquirente, costituisce solo un tentativo. Di conseguenza, la sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d’Appello per la sola rideterminazione della pena.

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Pubblicato il 7 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Frode in commercio: è tentativo se la merce è in negozio

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 40853 del 2024, ha fornito un chiarimento fondamentale sulla distinzione tra frode in commercio consumata e tentata. La semplice detenzione di prodotti con marcatura CE contraffatta, pronti per la vendita ma non ancora venduti, non configura il reato consumato, bensì la sua forma tentata. Questa decisione ha importanti implicazioni sulla qualificazione giuridica del fatto e sulla conseguente determinazione della pena.

I Fatti di Causa

Il caso riguarda il procuratore generale di un’impresa individuale, condannato nei primi due gradi di giudizio per aver posto in vendita oltre 111.000 prodotti industriali, tra cui luci natalizie e articoli per uso domestico, con una marcatura CE contraffatta e una certificazione “RHOS” erroneamente trascritta come “ROSH”. La merce era stata rinvenuta in parte esposta nel negozio e in parte stoccata in un magazzino adiacente.

L’imputato si era difeso sostenendo di non essere a conoscenza della presenza di tale merce, in particolare quella nel magazzino, affermando che si trattava di rimanenze precedenti alla sua nomina.

I Motivi del Ricorso in Cassazione

L’imputato ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione basandosi su quattro motivi principali:
1. Erronea valutazione dell’elemento soggettivo: Si contestava la presunzione di colpevolezza basata sulla sola presenza della merce nel negozio e nel magazzino.
2. Mancanza di motivazione: Si lamentava che la Corte d’Appello avesse ignorato gli argomenti difensivi sulla sua presunta ignoranza dei fatti.
3. Mancata applicazione dell’art. 131-bis c.p.: Si richiedeva il riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.
4. Errata qualificazione giuridica: Si sosteneva che il reato dovesse essere qualificato come tentativo e non come reato consumato.

La Frode in Commercio e la Decisione della Corte

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i primi tre motivi. Ha ritenuto che la valutazione della consapevolezza dell’imputato fosse una questione di merito, logicamente argomentata dalla Corte d’Appello sulla base del suo ruolo, della sua presenza durante il controllo e dell’impossibilità di fornire la documentazione di conformità. Ha inoltre respinto la richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto, poiché non era stata sollevata nel precedente grado di giudizio.

Il quarto motivo, invece, è stato accolto. La Corte ha stabilito un principio cruciale: la detenzione di prodotti con marcatura CE contraffatta, presso l’esercizio di vendita o i magazzini aziendali, integra il reato di tentata frode in commercio e non la sua forma consumata.

Le Motivazioni

Il ragionamento della Corte si basa sulla natura stessa del reato di frode in commercio (art. 515 c.p.). Questo delitto si consuma con la consegna effettiva al compratore di un prodotto con caratteristiche diverse da quelle pattuite o dichiarate. La marcatura CE, pur non essendo un marchio in senso stretto, garantisce al consumatore la conformità a standard di qualità e sicurezza europei.

La sua contraffazione è quindi idonea a indurre in errore l’acquirente. Tuttavia, finché la merce non viene materialmente venduta e consegnata, non si verifica l’evento lesivo tipico del reato consumato. L’esposizione per la vendita e la detenzione in magazzino costituiscono “atti idonei diretti in modo non equivoco a commettere il delitto”, che sono gli elementi costitutivi del tentativo secondo l’art. 56 del codice penale.

Di conseguenza, i giudici hanno ritenuto che il fatto, così come accertato, dovesse essere riqualificato giuridicamente come tentativo di frode.

Le Conclusioni

La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza impugnata, ma con rinvio ad un’altra sezione della Corte d’Appello di Milano. È importante sottolineare che l’annullamento riguarda esclusivamente la rideterminazione della pena. La responsabilità penale dell’imputato è stata definitivamente accertata e non è più in discussione. Il nuovo giudice dovrà semplicemente ricalcolare la sanzione, tenendo conto della minore gravità del reato tentato rispetto a quello consumato.

Questa sentenza riafferma un principio fondamentale per gli operatori commerciali: la corretta qualificazione giuridica di un illecito è essenziale e la semplice detenzione di merce non conforme, sebbene grave, non equivale a una frode già portata a compimento.

La semplice detenzione in negozio di prodotti con marchio CE falso è sufficiente per essere condannati per frode in commercio consumata?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che la detenzione di merce con marcatura CE contraffatta, destinata alla vendita ma non ancora venduta, integra il reato di tentata frode in commercio (artt. 56 e 515 c.p.), non il reato consumato.

Un imprenditore può difendersi affermando di non sapere che la merce nel suo magazzino era contraffatta?
In questo caso, la Corte ha ritenuto tale difesa non sufficiente. La posizione di procuratore generale, la presenza in negozio al momento del controllo, l’esposizione della merce per la vendita e l’incapacità di fornire la documentazione necessaria sono stati considerati elementi sufficienti a dimostrare la consapevolezza, rendendo irrilevante la presunta ignoranza sulla specifica provenienza o anzianità della merce.

È possibile chiedere l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto per la prima volta in Cassazione?
No. La sentenza ribadisce che la questione dell’applicabilità dell’art. 131-bis c.p. non può essere dedotta per la prima volta in Cassazione se non è stata sollevata in appello, a meno che i suoi presupposti non siano immediatamente rilevabili dagli atti senza necessità di ulteriori accertamenti fattuali.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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