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Formula assolutoria: quando è possibile impugnare?

La Corte di Cassazione ha confermato l’inammissibilità del ricorso di un ex dirigente bancario assolto per truffa. Il ricorrente chiedeva una formula assolutoria più ampia, ma i giudici hanno stabilito che la pronuncia ‘il fatto non costituisce reato’ era corretta, poiché la condotta materiale era sussistente nonostante la mancanza di dolo.

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Pubblicato il 18 marzo 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

La scelta della formula assolutoria e il diritto all’impugnazione

Il tema della formula assolutoria rappresenta uno dei punti più delicati del processo penale, poiché la modalità con cui un imputato viene prosciolto può avere riflessi significativi sulla sua reputazione e su eventuali procedimenti civili o disciplinari futuri.

Il caso oggetto di esame

La vicenda trae origine dal coinvolgimento di un ex direttore di filiale di un noto istituto bancario in un presunto schema di truffa aggravata. Secondo l’accusa, il dirigente avrebbe concorso con altri soggetti nel gonfiare artificiosamente le perizie di alcuni immobili per facilitare l’erogazione di mutui per milioni di euro, garantendo così ingiusti profitti a intermediari immobiliari. In primo grado, il Tribunale ha assolto l’imputato con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, ritenendo che non vi fosse prova della sua consapevolezza riguardo al carattere truffaldino delle operazioni.

Il ricorso per una formula più ampia

La difesa ha presentato ricorso lamentando che tale pronuncia fosse insufficiente. L’obiettivo era ottenere l’assoluzione con formule ancora più liberatorie, come “il fatto non sussiste” o “per non aver commesso il fatto”. Secondo la tesi difensiva, la formula utilizzata dai giudici di merito sarebbe stata equivoca e potenzialmente lesiva per l’onorabilità dell’imputato, specialmente considerando le implicazioni professionali e disciplinari che una sentenza di questo tipo può comportare.

Il giudizio della Cassazione

La Corte di Cassazione, analizzando il caso, ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno ribadito che, sebbene esista in astratto un interesse dell’imputato a ottenere la formula più favorevole possibile, tale interesse deve confrontarsi con la realtà dei fatti emersi durante il dibattimento. Nel caso specifico, è stato accertato che l’imputato aveva effettivamente trasmesso le pratiche di finanziamento e che tale condotta era stata oggettivamente necessaria per il perfezionamento della truffa commessa da terzi.

le motivazioni

Le ragioni della decisione risiedono nella distinzione ontologica tra le diverse formule. La Corte ha chiarito che non si può parlare di insussistenza del fatto quando la condotta materiale è stata provata ed è inserita nella catena causale del reato. Poiché il direttore ha materialmente istruito e inoltrato pratiche basate su perizie gonfiate, il “fatto” inteso come azione dinamica è avvenuto. L’assoluzione è derivata esclusivamente dalla mancanza dell’elemento soggettivo, ovvero dalla prova che il dirigente avesse agito con superficialità o colpa, ma senza il dolo richiesto per il reato di truffa. Pertanto, la formula “il fatto non costituisce reato” è stata ritenuta tecnicamente corretta e non sostituibile con formule che neghino l’esistenza materiale della condotta o il contributo causale del soggetto.

le conclusioni

In conclusione, la sentenza stabilisce che il diritto a impugnare per ottenere una formula assolutoria diversa non è assoluto. Esso è subordinato alla verifica della correttezza giuridica della formula adottata rispetto alla ricostruzione dei fatti. Quando la condotta materiale è accertata, anche se priva di rilevanza penale per mancanza di dolo, l’imputato non può pretendere una formula che neghi l’accadimento storico delle sue azioni. La decisione conferma quindi il rigore del sistema processuale nel bilanciare l’interesse alla reputazione con la verità dei fatti processualmente accertati.

Si può impugnare una sentenza di assoluzione per cambiare la formula?
Sì, l’imputato può impugnare se dimostra un interesse concreto a ottenere una formula più favorevole che elimini ambiguità sulla sua condotta. Tuttavia, il giudice negherà il cambio se la formula attuale rispecchia correttamente i fatti provati durante il processo.

Cosa accade se il fatto materiale è avvenuto ma manca l’intenzione di frodare?
In questo caso il giudice pronuncia l’assoluzione con la formula perché il fatto non costituisce reato. Tale decisione riconosce che l’azione è stata compiuta ma esclude la colpevolezza penale a causa della mancanza di dolo.

Qual è la differenza pratica tra il fatto non sussiste e il fatto non costituisce reato?
La formula il fatto non sussiste nega che l’azione materiale sia mai avvenuta storicamente. Invece, il fatto non costituisce reato conferma che l’azione è avvenuta ma stabilisce che essa non è punibile come delitto per mancanza di elementi psicologici o per la presenza di cause di giustificazione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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