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Finalità di cessione: quando la detenzione è spaccio

La Cassazione conferma la condanna per spaccio, superando la tesi dell’uso personale. La Corte ha ritenuto provata la finalità di cessione basandosi sul frazionamento della sostanza in dosi, la presenza di un bilancino di precisione e la quantità detenuta, giudicando illogica la versione difensiva dell’imputato.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Finalità di cessione: la Cassazione chiarisce i criteri per la prova dello spaccio

La distinzione tra detenzione di sostanze stupefacenti per uso personale e quella finalizzata allo spaccio è una delle questioni più delicate e frequenti nel diritto penale. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 24329/2024) offre un’analisi dettagliata degli indizi che permettono di accertare la finalità di cessione, anche a fronte di una versione difensiva apparentemente plausibile. La decisione ribalta un’assoluzione di primo grado, sottolineando come la valutazione del giudice non possa basarsi su mere possibilità, ma debba fondarsi su un’analisi logica e complessiva di tutti gli elementi a disposizione.

I Fatti di Causa

Il caso ha origine dal controllo di un individuo, trovato in possesso di due involucri di cocaina nella sua autovettura. La successiva perquisizione domiciliare portava al rinvenimento di ulteriori 45 involucri contenenti cocaina, per un totale di circa 33 grammi, e una modica quantità di marijuana. In casa veniva trovato anche un bilancino di precisione con tracce di polvere bianca.

In primo grado, il Tribunale aveva assolto l’imputato ‘perché il fatto non costituisce reato’. Il giudice aveva ritenuto credibile, o quantomeno ‘non impossibile’, la versione dell’imputato, secondo cui la droga era stata trovata in un parco, nascosta da spacciatori, e detenuta per finalità terapeutiche personali.

La Riforma in Appello: l’accertamento della finalità di cessione

La Procura della Repubblica impugnava la sentenza di assoluzione. La Corte d’Appello, in totale riforma della decisione precedente, condannava l’imputato a otto mesi di reclusione e 1.000 euro di multa. Secondo i giudici di secondo grado, la versione dell’imputato era palesemente illogica. L’insieme degli elementi raccolti provava in modo inequivocabile la finalità di cessione della sostanza. In particolare, la Corte d’Appello valorizzava:

* Il frazionamento: La sostanza era suddivisa in ben 47 dosi, pronte per la vendita.
* La modalità di detenzione: Parte della droga era in auto, pronta per la cessione, e parte in casa.
* La strumentazione: Il rinvenimento di un bilancino di precisione è un chiaro indicatore dell’attività di spaccio.
* Il contesto: L’imputato si trovava in un luogo notoriamente frequentato per lo smercio di stupefacenti.

L’analisi della Corte di Cassazione

L’imputato ricorreva in Cassazione, sostenendo che la motivazione della Corte d’Appello fosse illogica e basata su meri sospetti. La Suprema Corte, tuttavia, ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando in pieno la logicità e la correttezza giuridica della sentenza di condanna.

La Cassazione ha censurato l’approccio del giudice di primo grado, il quale aveva assolto l’imputato sulla base della ‘non impossibilità’ della sua versione. Questo criterio, secondo la Corte, è errato. Il giudice deve valutare la credibilità delle prove e delle dichiarazioni attraverso un percorso logico rigoroso, non limitarsi a escludere scenari impossibili. La versione dell’imputato è stata definita ‘manifestamente illogica’ e inverosimile alla luce degli elementi concreti emersi.

Le Motivazioni della Decisione

La Corte di Cassazione ha ribadito i principi consolidati per la valutazione della finalità di cessione. Il giudice di merito deve considerare una serie di parametri, che non si esauriscono nel solo dato quantitativo (il cosiddetto ‘dato ponderale’). Sebbene il superamento dei limiti tabellari non sia una prova decisiva, concorre a formare la prova dello spaccio se unito ad altri elementi. Nel caso specifico, gli elementi decisivi sono stati:

1. Le circostanze dell’azione: Il possesso di dosi già confezionate e pronte per la cessione immediata.
2. La strumentazione: La disponibilità di un bilancino di precisione per il confezionamento delle dosi.
3. La pluralità di sostanze: La detenzione contestuale di cocaina e marijuana.

La combinazione di questi indizi, gravi, precisi e concordanti, ha permesso alla Corte d’Appello di ritenere provata, oltre ogni ragionevole dubbio, l’intenzione di spacciare la sostanza e non di destinarla a un uso meramente personale.

Conclusioni

La sentenza in commento è un importante promemoria sui criteri di valutazione della prova nel reato di spaccio di stupefacenti. La Cassazione chiarisce che la valutazione del giudice non può arrestarsi di fronte a una versione difensiva semplicemente ‘non impossibile’, ma deve procedere a un’analisi critica e complessiva di tutti gli indizi. Il frazionamento in dosi, il possesso di strumenti per il confezionamento e le modalità di detenzione rimangono elementi centrali per dimostrare la finalità di cessione e distinguere l’attività di spaccio dal consumo personale.

Quando la detenzione di droga è considerata spaccio e non uso personale?
La detenzione è considerata spaccio quando, sulla base di una serie di indizi, si può provare che la sostanza non è destinata a un uso esclusivamente personale ma alla cessione a terzi. La valutazione non si basa solo sulla quantità, ma su un insieme di circostanze.

Quali elementi utilizza un giudice per provare la finalità di cessione di stupefacenti?
Un giudice utilizza diversi elementi, tra cui: la quantità di sostanza (dato ponderale), il suo frazionamento in dosi, le modalità di detenzione (es. parte in auto e parte a casa), la presenza di strumenti per pesare e confezionare (es. bilancino di precisione), e le circostanze del controllo (es. in un luogo noto per lo spaccio).

Una versione dei fatti ‘non impossibile’ fornita dall’imputato è sufficiente per ottenere un’assoluzione?
No. Come chiarito dalla Corte di Cassazione in questa sentenza, il giudice non può assolvere un imputato solo perché la sua versione difensiva non è ‘impossibile’. La valutazione deve basarsi su un’analisi logica e rigorosa di tutte le prove, e la tesi difensiva deve essere credibile e non manifestamente illogica alla luce degli elementi oggettivi.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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