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Fatto di lieve entità: la Cassazione chiarisce i criteri

La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di condanna per detenzione di stupefacenti, riqualificando il reato come fatto di lieve entità. La Corte ha stabilito che la quantità di droga, sebbene rilevante (circa 58 grammi di marijuana), non è l’unico criterio da considerare. Per escludere l’ipotesi del fatto di lieve entità, è necessaria una valutazione complessiva di tutti gli elementi, inclusi mezzi, modalità e circostanze dell’azione, non potendo basarsi su presunzioni generiche di un’attività di spaccio continuativa.

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Pubblicato il 20 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Fatto di Lieve Entità: Non Basta la Quantità di Droga per Escluderlo

La recente sentenza della Corte di Cassazione Penale, n. 45692 del 2023, offre un’importante lezione sui criteri per definire un fatto di lieve entità in materia di stupefacenti. La Corte ha stabilito che la sola quantità di droga detenuta, anche se non minima, non è sufficiente per escludere automaticamente questa ipotesi di reato meno grave. È necessaria un’analisi completa di tutte le circostanze del caso concreto.

I Fatti del Caso

Il caso ha origine dalla condanna di un uomo, emessa dal Tribunale di Agrigento e confermata dalla Corte d’Appello di Palermo. L’imputato era stato giudicato colpevole, all’esito di un giudizio abbreviato, per la detenzione a fini di spaccio di 58,61 grammi di marijuana, con un principio attivo di 4,947 grammi, corrispondente a circa 198 dosi singole. La sostanza era stata trovata nella sua abitazione.

La condanna era stata di un anno e quattro mesi di reclusione, oltre a quattromila euro di multa, tenendo conto delle attenuanti generiche ritenute equivalenti alla recidiva contestata.

Il Ricorso in Cassazione: i motivi della difesa

La difesa ha presentato ricorso in Cassazione, sollevando diversi punti. Tra questi, il più importante riguardava la qualificazione giuridica del fatto. Secondo il ricorrente, i giudici di merito avevano errato nel non considerare il reato come un fatto di lieve entità, previsto dall’art. 73, comma 5, del Testo Unico sugli Stupefacenti (d.P.R. 309/90).

La Corte d’Appello aveva escluso tale qualificazione basandosi principalmente sul dato quantitativo della droga e sulla presunzione che questo indicasse una serialità e continuità nell’attività di spaccio, destinata a rifornire un vasto numero di clienti.

La Valutazione della Corte sul Fatto di Lieve Entità

La Suprema Corte ha accolto il motivo di ricorso relativo alla qualificazione del reato. Gli Ermellini hanno censurato la decisione della Corte d’Appello, giudicandola viziata ed errata. Il riferimento al carattere stabile e continuativo dello spaccio, desunto unicamente dal dato ponderale, è stato ritenuto apodittico e non dimostrato, poiché privo di elementi di prova concreti a supporto.

La Cassazione ha ribadito un principio fondamentale, già espresso dalle Sezioni Unite: per valutare se un reato legato agli stupefacenti sia di lieve entità, il giudice non può fermarsi al solo dato qualitativo e quantitativo, ma deve procedere a una valutazione globale e onnicomprensiva di tutti gli indici previsti dalla norma, quali i mezzi, le modalità e le circostanze dell’azione.

le motivazioni

La Corte di Cassazione ha motivato la sua decisione sottolineando che l’ipotesi del fatto di lieve entità non è incompatibile, in linea di principio, con uno svolgimento dell’attività di spaccio non occasionale, ma continuativo. L’errore del giudice di merito è stato quello di inferire una presunta frequenza delle cessioni e un’attività stabile solo dalla quantità di sostanza sequestrata, senza altri riscontri probatori.

Inoltre, la quantità specifica del caso (58 grammi lordi di marijuana, equivalenti a circa 197 dosi) non è stata ritenuta un valore assoluto tale da escludere a priori la riconducibilità del fatto nell’ipotesi del comma quinto. La giurisprudenza di legittimità ha già chiarito che, anche di fronte a quantitativi non irrisori, il giudice deve compiere una valutazione complessiva per determinare la reale offensività della condotta.

le conclusioni

In conclusione, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza impugnata. Ha proceduto direttamente alla riqualificazione del reato come fatto di lieve entità ai sensi dell’art. 73, comma 5, del d.P.R. 309/1990. Poiché l’accertamento della responsabilità dell’imputato è divenuto irrevocabile, la Corte ha disposto il rinvio ad un’altra Sezione della Corte d’Appello di Palermo, ma solo per la rideterminazione della pena, che dovrà essere ricalcolata sulla base della nuova e più favorevole qualificazione giuridica del reato.

La detenzione di una quantità di droga non minima esclude automaticamente l’ipotesi del fatto di lieve entità?
No. La Cassazione chiarisce che il solo dato quantitativo, sebbene rilevante, non è sufficiente a escludere la fattispecie del fatto di lieve entità. È necessaria una valutazione globale di tutti gli elementi, come i mezzi, le modalità e le circostanze dell’azione illecita.

Un’attività di spaccio continuativa può essere considerata un fatto di lieve entità?
Sì. La Corte afferma che l’ipotesi del fatto di lieve entità non è incompatibile con lo svolgimento di un’attività di spaccio di stupefacenti non occasionale ma continuativa. Anche episodi che attuano un programma criminoso stabile possono essere configurati come lievi.

Cosa ha sbagliato la Corte d’Appello in questo caso secondo la Cassazione?
La Corte d’Appello ha errato nel basare la sua decisione di escludere il fatto di lieve entità unicamente sul dato ponderale della sostanza e sulla presunta frequenza delle cessioni, senza addurre elementi di prova concreti a sostegno di tale conclusione, rendendo la sua motivazione carente e apodittica.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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