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Falso in atto pubblico: i termini per l’improcedibilità

Due avvocati, accusati di falso in atto pubblico per aver omesso un conflitto di interessi in dichiarazioni al Comune, ottengono l’annullamento della sentenza. La Cassazione, pur ritenendo i ricorsi non inammissibili, ha dichiarato l’improcedibilità dell’azione penale per il superamento dei termini massimi di durata del processo d’appello, come previsto dall’art. 344-bis c.p.p.

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Pubblicato il 15 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Falso in atto pubblico: quando il tempo ferma la giustizia

Una recente sentenza della Corte di Cassazione getta luce su un caso complesso di falso in atto pubblico che coinvolge due avvocati, ma si conclude con una declaratoria di improcedibilità per superamento dei termini processuali. La decisione, pur non entrando nel merito della colpevolezza, offre spunti cruciali sulla differenza tra dichiarazioni false di un privato e la loro trasposizione in un atto ufficiale, e sull’impatto della Riforma Cartabia sui tempi della giustizia.

I fatti del processo

La vicenda riguarda due avvocati, legati da un rapporto coniugale e professionale, accusati di aver falsamente dichiarato a un Comune di non avere conflitti di interesse al fine di ottenere incarichi professionali. In realtà, uno dei due legali aveva precedentemente assistito una società in una causa contro lo stesso Comune.

Queste dichiarazioni mendaci erano state inserite nelle determine dirigenziali con cui l’ente pubblico conferiva gli incarichi. Il Giudice dell’udienza preliminare, pur riconoscendo la falsità delle dichiarazioni, aveva dichiarato l’azione penale improcedibile per la particolare tenuità del fatto (ex art. 131-bis c.p.), ritenendo il danno per l’ente pubblico irrilevante.

La questione del falso in atto pubblico e la decisione della Corte

Gli avvocati hanno impugnato la decisione, e il caso è giunto in Cassazione. La difesa ha sostenuto un punto di diritto fondamentale: la mera inclusione di una dichiarazione falsa di un privato in un atto amministrativo non configura automaticamente il reato di falso in atto pubblico (art. 479 c.p.) a carico del dichiarante in concorso con il pubblico ufficiale.

Perché si configuri tale reato, è necessario che l’atto pubblico sia destinato per legge ad attestare la verità di quanto dichiarato dal privato, conferendogli una ‘fede privilegiata’. Se il pubblico ufficiale si limita a riportare la dichiarazione senza attestarne la veridicità, si potrebbe configurare, al più, il diverso e meno grave reato di false dichiarazioni a un pubblico ufficiale (art. 483 c.p.).

Le motivazioni

La Corte di Cassazione ha ritenuto questa argomentazione difensiva non manifestamente infondata. La sentenza di primo grado era carente nel motivare perché le determine comunali dovessero avere quello specifico valore certificativo richiesto dall’art. 479 c.p. In altre parole, non era stato spiegato perché il pubblico ufficiale, riportando la dichiarazione sul conflitto di interessi, ne stesse garantendo la veridicità con la fede pubblica dell’atto.

Tuttavia, prima di poter decidere nel merito, la Corte ha dovuto fare i conti con una questione procedurale insormontabile. In base all’art. 344-bis del codice di procedura penale, introdotto dalla Riforma Cartabia, i processi di impugnazione hanno una durata massima. Nel caso specifico, il termine per la definizione del giudizio di cassazione era spirato il 15 agosto 2025. Poiché il fascicolo era pervenuto alla cancelleria della Corte solo pochi giorni prima di tale scadenza, non è stato materialmente possibile fissare l’udienza e decidere la causa in tempo utile.

Poiché i ricorsi non erano inammissibili, la Corte non ha potuto ignorare il superamento del termine. L’inammissibilità dell’impugnazione, infatti, avrebbe impedito la formazione di un valido rapporto processuale e, di conseguenza, l’applicazione della causa di improcedibilità. Ma non essendo questo il caso, la Corte ha dovuto applicare la legge.

Le conclusioni

La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l’improcedibilità dell’azione penale per superamento dei termini massimi di durata del giudizio. Questa decisione, se da un lato lascia irrisolta la questione di merito sulla colpevolezza degli imputati, dall’altro sottolinea due principi fondamentali: primo, la rigorosa distinzione tra le fattispecie di falso in atti; secondo, l’effetto perentorio dei nuovi termini di durata dei processi, che possono portare all’estinzione del procedimento anche quando le questioni legali sollevate sono meritevoli di approfondimento.

Quando una dichiarazione falsa di un privato integra il reato di falso in atto pubblico?
Secondo la sentenza, non è sufficiente che la dichiarazione falsa sia riportata in un atto pubblico. È necessario che l’atto, per sua natura e per disposizione di legge, sia destinato a provare la verità del fatto dichiarato dal privato, attestandolo con ‘fede privilegiata’. Se l’atto si limita a registrare la dichiarazione, il reato potrebbe essere diverso e meno grave.

Cosa succede se scadono i termini massimi di durata di un processo d’appello o di cassazione?
Se i termini previsti dall’art. 344-bis del codice di procedura penale scadono, l’azione penale diventa improcedibile. Questo significa che il processo si estingue e la sentenza impugnata viene annullata senza che si possa entrare nel merito della questione.

Un ricorso inammissibile può portare alla declaratoria di improcedibilità per superamento dei termini?
No. La sentenza chiarisce che l’eventuale inammissibilità del ricorso preclude la costituzione di un valido rapporto processuale e, di conseguenza, impedisce la declaratoria di improcedibilità per superamento dei termini. Solo se il ricorso è ammissibile (o, come in questo caso, non manifestamente infondato) la Corte deve applicare la causa di improcedibilità.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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