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Falsi certificati medici: la Cassazione conferma condanna

Un medico di base è stato condannato per aver emesso falsi certificati medici a favore di una paziente, attestando visite ambulatoriali mai avvenute e patologie gravi basandosi solo su contatti telefonici. Tale condotta ha indotto in errore il datore di lavoro e l’ente previdenziale, portando a un’indebita erogazione di retribuzione. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per falso ideologico e truffa aggravata, rigettando il ricorso del medico. In particolare, ha escluso l’applicabilità della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, data la reiterazione della condotta.

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Pubblicato il 23 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Falsi certificati medici: la telefonata non sostituisce la visita

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 40760/2025, ha affrontato un caso di grande rilevanza deontologica e penale, riguardante i falsi certificati medici emessi da un medico di base. La decisione conferma che un certificato di malattia, per essere legittimo, richiede una visita effettiva e non può basarsi su una semplice telefonata, specialmente quando attesta condizioni gravi per giustificare l’assenza dal lavoro. Questa pronuncia ribadisce la natura di atto pubblico del certificato medico e le gravi responsabilità che ne derivano per il professionista.

I fatti del caso

Un medico di base veniva condannato in primo grado e in appello per i reati di falso ideologico in atto pubblico e truffa aggravata. L’accusa era di aver rilasciato a una sua paziente tre certificati medici in un breve arco temporale, attestando falsamente lo svolgimento di visite ambulatoriali e la sussistenza di una grave patologia che richiedeva “terapie salvavita”.

In realtà, il medico non aveva mai visitato la paziente di persona, ma si era basato su comunicazioni telefoniche e su precedenti certificazioni specialistiche che diagnosticavano un disturbo d’ansia generalizzato. Queste false attestazioni avevano indotto in errore il datore di lavoro e l’ente previdenziale, che avevano erogato alla lavoratrice la retribuzione per le assenze, per un importo superiore a 13.000 euro.

Il medico ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo principalmente tre motivi:
1. La mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.), data l’esiguità del danno e la natura non abituale della condotta.
2. L’insussistenza degli elementi oggettivi dei reati, poiché le diciture “visita ambulatoriale” e “terapia salvavita” erano, a suo dire, imposte dai moduli precompilati del sistema informatico dell’INPS.
3. L’assenza dell’elemento soggettivo (dolo), in quanto non era consapevole del trasferimento della paziente in un’altra regione e non aveva tratto alcun vantaggio personale.

Falsi certificati medici e la decisione della Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendolo infondato in tutti i suoi motivi e confermando la condanna del medico. Gli Ermellini hanno fornito chiarimenti importanti su ciascuno dei punti sollevati dalla difesa.

Le motivazioni

La Corte ha smontato punto per punto le argomentazioni difensive.

In primo luogo, riguardo alla particolare tenuità del fatto, i giudici hanno sottolineato che, sebbene la presenza di più reati in continuazione non escluda di per sé l’applicazione dell’art. 131-bis c.p., è necessaria una valutazione complessiva. In questo caso, la reiterazione della condotta per ben tre volte in un breve periodo è stata considerata un comportamento abituale, ostativo al riconoscimento della speciale causa di non punibilità. La condotta non era un episodio isolato, ma parte di un contesto articolato.

In secondo luogo, sull’elemento oggettivo dei reati, la Corte ha qualificato il ricorso come un tentativo inammissibile di rivalutare i fatti. Le sentenze di merito avevano accertato in modo logico e non contraddittorio che:
– I falsi certificati medici erano stati emessi sulla base di mere telefonate, senza alcuna visita medica diretta.
– La compilazione del modulo INPS, che obbligava a scegliere una modalità di visita (ambulatoriale, domiciliare, ecc.), aveva proprio lo scopo di garantire un accertamento diretto della patologia, escludendo modalità diverse come quella telefonica.
– L’attestazione di una “grave patologia necessitante di terapia salvavita” era palesemente falsa, poiché non trovava riscontro nella diagnosi specialistica di ansia generalizzata.

La Corte ha ribadito un principio fondamentale: il certificato medico per l’assenza dal lavoro è un atto pubblico, e il medico ha il dovere di accertare, attraverso una visita effettiva, le reali condizioni di salute del paziente.

Infine, per quanto riguarda l’elemento soggettivo (dolo), la Cassazione ha ritenuto generica la censura. La consapevolezza della falsità era evidente: il medico sapeva di non aver visitato la paziente e di aver certificato una patologia non corrispondente alla diagnosi specialistica. La scelta di flaggare una voce non veritiera sul modulo (visita ambulatoriale) è stata vista come un’ulteriore prova della sua consapevolezza e volontà di compiere l’illecito.

Le conclusioni

La sentenza ribadisce la serietà e la responsabilità che accompagnano la professione medica, in particolare nella redazione di certificati aventi fede pubblica. La decisione chiarisce che la prassi, purtroppo diffusa, di emettere certificati basandosi su contatti telefonici non è legalmente ammissibile e integra gravi reati come il falso ideologico e la truffa. Inoltre, la ripetizione di tali condotte, anche a breve distanza di tempo, impedisce di beneficiare della non punibilità per particolare tenuità del fatto. Per i professionisti sanitari, questa sentenza è un monito a mantenere il massimo rigore deontologico, poiché le conseguenze penali possono essere severe, al di là del vantaggio economico immediato per il paziente.

Un certificato medico emesso per telefono è valido per giustificare un’assenza dal lavoro?
No. La sentenza chiarisce che il certificato medico destinato al datore di lavoro e all’ente previdenziale è un atto pubblico. Il medico ha il dovere di accertare le reali condizioni di salute del paziente attraverso una visita medica effettiva e diretta, non potendosi basare su una semplice comunicazione telefonica.

La ripetizione di un reato esclude sempre l’applicazione della causa di non punibilità per “particolare tenuità del fatto”?
Non automaticamente, ma è un fattore decisivo. La Corte ha spiegato che, pur in presenza di reati legati dal vincolo della continuazione, occorre una valutazione complessiva. Nel caso di specie, la reiterazione del comportamento illecito per tre volte in un breve arco temporale è stata considerata una condotta abituale, che preclude il riconoscimento della particolare tenuità del fatto.

Se un sistema informatico (come quello dell’INPS) impone di scegliere tra opzioni predefinite, questo giustifica un’attestazione non del tutto veritiera?
No. La Corte ha stabilito che la scelta consapevole di una voce non corrispondente alla realtà (in questo caso, “visita ambulatoriale” invece di una telefonata) costituisce un’ulteriore prova della consapevolezza e della volontà di commettere il falso. Il medico non può addurre le rigidità del sistema per giustificare una certificazione mendace.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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