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False generalità: ricorso inammissibile e condanna

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato condannato per aver fornito false generalità alle forze dell’ordine. La decisione si fonda sulla manifesta infondatezza del motivo di ricorso, poiché l’intento colpevole è stato logicamente desunto dal comportamento dell’imputato, che ha non solo mentito sulla propria identità ma anche nascosto un documento di riconoscimento.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

False Generalità: Quando la Cassazione Conferma la Condanna

Fornire false generalità a un pubblico ufficiale è un reato che può portare a serie conseguenze legali. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione, la n. 24851 del 2024, offre un chiaro esempio di come la giustizia valuti tali comportamenti, sottolineando l’importanza dell’elemento psicologico del reato e le conseguenze di un ricorso presentato in modo generico e infondato. Analizziamo insieme questa decisione per comprendere meglio i principi applicati.

I Fatti del Processo

Il caso ha origine dalla condanna di un individuo per il delitto previsto dall’art. 496 del codice penale, ovvero per aver dichiarato false generalità a degli agenti di polizia. La Corte d’Appello, pur riformando parzialmente la sentenza di primo grado escludendo la recidiva e riducendo la pena (in mitius), aveva confermato la responsabilità penale dell’imputato.

Contro questa decisione, l’imputato ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando una violazione di legge e un vizio di motivazione riguardo alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, cioè l’intenzione di ingannare.

L’analisi della Corte sul reato di false generalità

La Suprema Corte ha respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile per manifesta infondatezza e genericità. Secondo gli Ermellini, la Corte d’Appello aveva correttamente ricostruito i fatti e motivato in modo logico e congruo la sua decisione. L’imputato non si era limitato a fornire verbalmente dati anagrafici non veritieri, ma aveva aggravato la sua posizione negando di possedere un documento di identità, che invece gli agenti hanno rinvenuto a seguito di una perquisizione.

La Condotta dell’Imputato come Prova dell’Intento

È proprio da questo comportamento complessivo che i giudici di merito hanno tratto la prova dell’elemento soggettivo. La Cassazione ha evidenziato come la condotta del ricorrente fosse chiaramente finalizzata a trarre in inganno gli operanti. Il ricorso, invece, non ha saputo contrapporre argomentazioni specifiche a tale ricostruzione, limitandosi a critiche assertive e generiche che non possono trovare accoglimento in sede di legittimità.

Il Principio di Diritto

La Corte ribadisce un principio fondamentale: un ricorso per Cassazione non può limitarsi a una generica contestazione della decisione impugnata, ma deve confrontarsi specificamente con l’ iter logico-giuridico seguito dal giudice di merito. In assenza di una critica puntuale, che dimostri un errore di diritto o un vizio logico manifesto, l’impugnazione risulta inammissibile.

Le Motivazioni della Decisione

La motivazione della Corte di Cassazione si fonda su due pilastri principali. In primo luogo, la corretta valutazione dei fatti da parte della Corte di merito, che ha logicamente dedotto l’intento doloso dal comportamento dell’imputato: la dichiarazione mendace unita all’occultamento del documento di identità. In secondo luogo, la genericità del ricorso, che non ha messo in discussione la coerenza della ricostruzione dei giudici di secondo grado, limitandosi a riproporre una diversa lettura dei fatti senza evidenziare vizi specifici. Di conseguenza, il ricorso è stato giudicato manifestamente infondato.

Le Conclusioni

L’ordinanza in esame conferma la severità dell’ordinamento nei confronti del reato di false generalità e stabilisce precise conseguenze per chi presenta ricorsi infondati. La dichiarazione di inammissibilità ha comportato non solo la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, ma anche al versamento di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende. Questa sanzione aggiuntiva è giustificata dalla ‘colpa’ ravvisata nella presentazione di un’impugnazione palesemente priva di fondamento, un monito a non abusare dello strumento processuale del ricorso in Cassazione.

Quando un ricorso per false generalità è considerato inammissibile?
Quando è manifestamente infondato e generico, ovvero non contesta specificamente il percorso logico-giuridico seguito dal giudice di merito per accertare i fatti e l’intento colpevole, ma si limita a censure assertive e non pertinenti.

Come viene provato l’intento di ingannare nel reato di false generalità?
L’intento (elemento soggettivo) può essere desunto in modo logico dal comportamento complessivo dell’imputato. Nel caso di specie, è stato provato dal fatto che l’imputato ha dichiarato dati falsi e, allo stesso tempo, ha negato di possedere un documento di identità che invece è stato successivamente ritrovato.

Quali sono le conseguenze di un ricorso dichiarato inammissibile per colpa evidente?
Oltre alla conferma della condanna, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di denaro (in questo caso, tremila euro) in favore della Cassa delle ammende, a titolo di sanzione per aver presentato un’impugnazione palesemente infondata.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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