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False dichiarazioni RDC: condanna anche con 5 anni

La Corte di Cassazione conferma la condanna per false dichiarazioni RDC. Nonostante l’incostituzionalità del requisito di residenza decennale, la dichiarazione mendace resta penalmente rilevante se il richiedente non soddisfa neppure il requisito, ritenuto legittimo, di cinque anni di residenza. La Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile, confermando che la mancata integrazione anche del requisito quinquennale rende la dichiarazione falsa e punibile.

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Pubblicato il 1 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

False dichiarazioni RDC: la condanna penale resta valida anche senza il requisito decennale

Recenti sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia Europea hanno modificato i requisiti di residenza per l’accesso al Reddito di Cittadinanza, ma le conseguenze per chi dichiara il falso non cambiano. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce che le false dichiarazioni RDC restano un reato anche se il requisito di residenza decennale è stato dichiarato illegittimo, qualora non si possegga neanche il requisito minimo di cinque anni. Analizziamo insieme questa importante decisione.

I fatti del caso

Una cittadina straniera presentava domanda per ottenere il Reddito di Cittadinanza, dichiarando di essere residente in Italia da almeno dieci anni, come richiesto dalla normativa all’epoca vigente. Tuttavia, a seguito di accertamenti, emergeva che la sua iscrizione anagrafica risaliva a meno di quattro anni prima della data della domanda. Di conseguenza, veniva condannata sia in primo grado che in appello per il reato di false dichiarazioni finalizzate all’ottenimento indebito del beneficio.

La ricorrente presentava quindi ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua condanna fosse ingiusta alla luce di una recente sentenza della Corte Costituzionale. Quest’ultima, sulla scia di una pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, aveva dichiarato l’illegittimità del requisito di residenza di dieci anni per i cittadini stranieri, ritenendolo discriminatorio e sproporzionato.

Le false dichiarazioni RDC alla luce delle nuove sentenze

La Corte di Cassazione, pur riconoscendo la fondatezza del principio espresso dalla Corte Costituzionale, ha dichiarato il ricorso inammissibile. La decisione si basa su un’argomentazione precisa: la dichiarazione mendace della ricorrente non era irrilevante. Anche se il requisito decennale è stato eliminato, la giurisprudenza europea e nazionale ha confermato la legittimità di un requisito di residenza di cinque anni. Tale periodo è considerato un lasso di tempo idoneo e ragionevole per dimostrare un effettivo e stabile radicamento sul territorio nazionale, presupposto fondamentale per accedere a prestazioni di questo tipo.

L’irrilevanza della dichiarazione e il requisito quinquennale

Nel caso specifico, la ricorrente, al momento della domanda (febbraio 2021), era residente in Italia solo da luglio 2017. Non aveva quindi maturato neppure il requisito quinquennale, considerato legittimo e proporzionato. Pertanto, la sua dichiarazione di essere residente da dieci anni non era una mera imprecisione, ma una falsità sostanziale che incideva direttamente sul diritto a percepire il beneficio. Il fatto dichiarato (residenza decennale) era falso e la situazione reale (residenza inferiore a cinque anni) non le avrebbe comunque dato diritto al sussidio. Di conseguenza, la condotta mantiene la sua rilevanza penale.

Le motivazioni

La Suprema Corte ha affermato che la norma penale che sanziona le false dichiarazioni RDC (art. 7, d.l. 4/2019) è conforme ai principi costituzionali e sovranazionali. L’obiettivo della norma è tutelare la corretta allocazione delle risorse pubbliche, garantendo che i sussidi vadano a chi ne ha effettivamente diritto. La dichiarazione di un periodo di residenza falso, quando anche il periodo effettivo è insufficiente a soddisfare il requisito minimo e legittimo (ora fissato a cinque anni), costituisce un reato. La condotta della ricorrente, quindi, non poteva essere scusata dall’incostituzionalità del requisito decennale, perché la sua situazione di fatto non le avrebbe consentito in ogni caso di accedere al beneficio.

Le conclusioni

Questa ordinanza della Cassazione offre un importante chiarimento: l’abolizione del requisito di residenza decennale per il Reddito di Cittadinanza (e misure analoghe) non sana le false dichiarazioni rese in passato. Se il richiedente non soddisfaceva neppure il requisito, oggi ritenuto legittimo, di cinque anni di residenza, la dichiarazione mendace conserva tutta la sua gravità e rilevanza penale. La decisione sottolinea come la veridicità delle dichiarazioni rese alla Pubblica Amministrazione sia un principio cardine del nostro ordinamento, la cui violazione comporta conseguenze penali, specialmente quando è finalizzata a ottenere indebitamente risorse pubbliche destinate al sostegno dei più bisognosi.

Compromettere la veridicità delle dichiarazioni per l’RDC è ancora un reato dopo l’annullamento del requisito di residenza decennale?
Sì, resta un reato. La Corte di Cassazione ha chiarito che se la dichiarazione è falsa e il richiedente non soddisfa nemmeno il requisito di residenza quinquennale, considerato legittimo, la condotta è penalmente rilevante.

Qual è il periodo di residenza ora considerato legittimo per accedere a benefici come il Reddito di Cittadinanza?
Sulla base della giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea e della Corte Costituzionale, un periodo di residenza di cinque anni è considerato un termine idoneo e proporzionato per attestare un legame stabile con il territorio nazionale.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile nonostante l’illegittimità del requisito decennale?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché la falsità della dichiarazione non era irrilevante. La ricorrente, non avendo maturato neppure cinque anni di residenza al momento della domanda, non avrebbe avuto diritto al beneficio in ogni caso. La sua dichiarazione mendace era quindi sostanziale e finalizzata a ottenere un sussidio che non le spettava, rendendo la condanna legittima.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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