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False dichiarazioni: Cassazione su onere motivazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per false dichiarazioni finalizzate a ottenere un beneficio pubblico. L’imputato aveva falsamente autocertificato l’assenza di condanne per reati ostativi. La Corte ha rigettato tutti i motivi, confermando la non abrogazione del reato, la sufficienza della motivazione dei giudici di merito e la corretta determinazione della pena, basata sulla gravità del fatto e sui precedenti penali.

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Pubblicato il 15 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

False dichiarazioni per benefici: la Cassazione conferma la condanna

Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha affrontato il tema delle false dichiarazioni rese per ottenere benefici pubblici, confermando un orientamento rigoroso. La pronuncia chiarisce importanti aspetti procedurali, come l’onere di motivazione della sentenza e i limiti del ricorso in sede di legittimità. Analizziamo nel dettaglio la decisione e le sue implicazioni.

I fatti di causa

Il caso trae origine dalla condanna di un soggetto da parte della Corte d’Appello per il reato previsto dall’art. 7 del d.l. n. 4 del 2019. L’imputato aveva sottoscritto un modulo di autocertificazione attestando falsamente di non aver riportato condanne per reati gravi, come quello di associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.), al fine di accedere a un beneficio statale. Contro tale sentenza, l’interessato ha proposto ricorso per Cassazione, affidandosi a tre distinti motivi.

I motivi del ricorso

La difesa dell’imputato ha articolato il ricorso sostenendo tre principali argomentazioni:

1. Abrogazione del reato: Si sosteneva che la norma incriminatrice fosse stata abrogata dalla Legge di Bilancio 2023, con effetto dal 1° gennaio 2024.
2. Vizio di motivazione: Si contestava la motivazione della sentenza di condanna, ritenuta insufficiente per affermare la responsabilità penale.
3. Errata applicazione della legge sulla pena: Si lamentava l’errata applicazione dell’art. 133 del codice penale, che stabilisce i criteri per la determinazione della pena.

L’analisi della Cassazione sulle false dichiarazioni

La Suprema Corte ha esaminato e respinto tutti i motivi del ricorso, dichiarandolo manifestamente infondato e, di conseguenza, inammissibile.

Sulla non abrogazione del reato

Il primo motivo è stato liquidato come manifestamente infondato. I giudici hanno richiamato un consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui il reato di false dichiarazioni di cui all’art. 7 del d.l. 4/2019 non è stato abrogato dalla normativa successiva. La continuità normativa, dunque, non è in discussione.

Sulla sufficienza della motivazione

Anche il secondo motivo, relativo al vizio di motivazione, è stato ritenuto infondato. La Corte ha evidenziato come i giudici di merito (Tribunale e Corte d’Appello) avessero raggiunto un “doppio conforme accertamento”, argomentando in modo chiaro e logico che l’imputato aveva effettivamente sottoscritto il modulo, autocertificando il falso. La motivazione, quindi, era tutt’altro che carente.

Sulla corretta determinazione della pena

Infine, il terzo motivo è stato giudicato generico e manifestamente infondato. La Corte territoriale, secondo la Cassazione, aveva correttamente ancorato la determinazione della pena ai criteri dell’art. 133 c.p., valorizzando elementi significativi come la gravità del fatto e i precedenti penali dell’imputato. La motivazione, anche su questo punto, è stata ritenuta corretta e completa, adempiendo pienamente all’obbligo di legge.

Le motivazioni della Decisione

La decisione della Corte di Cassazione si fonda sul principio della manifesta infondatezza di tutti i motivi di ricorso. Quando le censure mosse alla sentenza impugnata sono palesemente prive di pregio giuridico, come nel caso di specie, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. La Corte ha ribadito che il suo ruolo non è quello di riesaminare nel merito i fatti già accertati dai giudici dei gradi inferiori, ma di verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione. In questo caso, la motivazione della Corte d’Appello è stata ritenuta immune da vizi logici o giuridici, rendendo il ricorso un mero tentativo di ottenere una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità.

Le conclusioni

Questa ordinanza rafforza alcuni principi chiave. In primo luogo, conferma la piena vigenza del reato di false dichiarazioni per l’ottenimento di benefici pubblici. In secondo luogo, sottolinea che per contestare la determinazione della pena non è sufficiente una critica generica, ma è necessario indicare specifiche violazioni di legge. Infine, la decisione serve da monito: un ricorso per Cassazione deve basarsi su solide argomentazioni giuridiche, altrimenti si incorre in una declaratoria di inammissibilità con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.

Il reato di false dichiarazioni per ottenere benefici pubblici (art. 7 d.l. 4/2019) è stato abrogato?
No, secondo la giurisprudenza consolidata richiamata dalla Corte di Cassazione, il reato è pienamente in vigore e non è stato abrogato da norme successive come la Legge di Bilancio 2023.

Cosa deve fare un giudice per motivare correttamente la quantità della pena inflitta?
Il giudice deve adempiere al suo obbligo di motivazione indicando nella sentenza gli elementi ritenuti rilevanti secondo i criteri dell’art. 133 del codice penale. È sufficiente che evidenzi quelli più significativi nel caso specifico, come la gravità del fatto o i precedenti penali dell’imputato.

Cosa comporta la dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in Cassazione?
La dichiarazione di inammissibilità comporta non solo che il ricorso non venga esaminato nel merito, ma anche la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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