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Falsa dichiarazione ISEE: ricorso inammissibile

Una persona è stata condannata per una falsa dichiarazione ISEE, avendo attestato di vivere da sola mentre i registri anagrafici dimostravano la sua residenza con la famiglia d’origine. La Corte di Cassazione ha giudicato il ricorso inammissibile, confermando la condanna, poiché la dichiarazione contrastava oggettivamente con le risultanze ufficiali, rendendo irrilevante la presunta ignoranza del proprio stato di famiglia.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Falsa Dichiarazione ISEE: La Cassazione Conferma la Condanna

L’attestazione ISEE è uno strumento fondamentale per accedere a numerose prestazioni sociali agevolate. La sua compilazione richiede la massima attenzione, poiché una falsa dichiarazione ISEE può integrare un reato. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito questo principio, dichiarando inammissibile il ricorso di una cittadina condannata per aver falsamente attestato la composizione del proprio nucleo familiare. Analizziamo insieme la vicenda e le importanti conclusioni della Suprema Corte.

I Fatti del Caso: Una Dichiarazione Mendace

Il caso riguarda una persona condannata per i reati di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico (art. 483 c.p.) e per dichiarazioni mendaci (art. 76 D.P.R. 445/2000). Nello specifico, nell’ambito della richiesta di attestazione ISEE per l’anno 2018, aveva presentato una Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU) in cui autocertificava che il proprio nucleo familiare era composto unicamente da se stessa. Tuttavia, successivi accertamenti hanno rivelato una realtà diversa: alla data della richiesta, la dichiarante risultava anagraficamente convivente con i propri genitori e fratelli.

La Difesa dell’Imputata e il Motivo del Ricorso

Di fronte alla condanna, l’imputata ha proposto ricorso in Cassazione, basandolo su un unico motivo: la violazione di legge e il vizio di motivazione riguardo all’elemento psicologico del reato. La sua tesi difensiva sosteneva che, pur vivendo formalmente con la famiglia, di fatto conduceva una vita autonoma da anni e non era a conoscenza del suo esatto “stato di famiglia” ufficiale. In altre parole, non avrebbe agito con la consapevolezza e la volontà di dichiarare il falso.

La Decisione della Cassazione sulla falsa dichiarazione ISEE

La Corte di Cassazione ha ritenuto il motivo di ricorso del tutto generico e fattuale, e come tale lo ha dichiarato inammissibile. I giudici hanno sottolineato come le corti di merito avessero già accertato in modo inequivocabile la natura mendace della dichiarazione. La discrepanza tra quanto autocertificato e le risultanze anagrafiche ufficiali era palese e oggettiva.

Le Motivazioni della Corte

La motivazione della Corte si fonda su un principio chiaro: la dichiarazione sostitutiva era palesemente falsa perché contrastava con i dati risultanti dai registri anagrafici. Questi ultimi dimostravano che l’imputata viveva con i genitori e i fratelli. Inoltre, è emerso che un precedente tentativo di cambiare la propria residenza non era andato a buon fine, un fatto che, secondo la Corte, smentisce la presunta ignoranza della propria situazione anagrafica. La condotta dell’imputata, quindi, non poteva essere giustificata da una mera percezione soggettiva della propria condizione abitativa, quando i dati ufficiali affermavano il contrario. La responsabilità penale per una falsa dichiarazione ISEE sorge dal semplice contrasto oggettivo con la realtà documentata, che l’autore della dichiarazione ha l’onere di conoscere.

Conclusioni

L’ordinanza ribadisce un principio di fondamentale importanza: chi compila un’autocertificazione ha il dovere di verificare la veridicità dei dati che dichiara, specialmente quando questi sono facilmente riscontrabili presso pubblici registri, come l’anagrafe comunale. L’ignoranza del proprio stato di famiglia non può essere invocata come scusante. La conseguenza della declaratoria di inammissibilità è stata, come previsto dall’art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Questo caso serve da monito sulla serietà e sulle conseguenze legali che derivano dalla compilazione di documenti come la DSU per l’ISEE.

È possibile essere condannati per falsa dichiarazione ISEE se si crede sinceramente di vivere da soli?
Sì. Secondo la Corte di Cassazione, se le risultanze anagrafiche ufficiali dimostrano che il nucleo familiare è diverso da quello dichiarato, la dichiarazione è considerata mendace. La convinzione personale non è sufficiente a escludere la responsabilità penale se contrasta con i dati ufficiali.

Cosa succede se un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
Quando un ricorso è dichiarato inammissibile, la Corte non esamina il merito della questione. Di conseguenza, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una somma di denaro, equitativamente fissata, in favore della Cassa delle ammende.

Qual è stata la prova decisiva utilizzata dai giudici in questo caso?
La prova decisiva è stata il contrasto oggettivo tra quanto autocertificato dalla ricorrente (nucleo familiare composto solo da lei) e le risultanze anagrafiche, le quali attestavano che alla data della richiesta ella viveva ancora con i genitori e i fratelli.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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