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Falsa attestazione e abitualità: ricorso inammissibile

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per falsa attestazione finalizzata all’ottenimento del reddito di cittadinanza. La Corte ha ritenuto i motivi del ricorso manifestamente infondati, sottolineando come la condanna fosse coerente con l’accusa e come l’abitualità del comportamento dell’imputato, desunta da precedenti condanne, impedisse l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

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Pubblicato il 15 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Falsa Attestazione e Abitualità del Reato: L’Inammissibilità del Ricorso

Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso di falsa attestazione legata all’ottenimento del reddito di cittadinanza, offrendo importanti chiarimenti sui requisiti di ammissibilità dei ricorsi e sul concetto di abitualità del comportamento come ostacolo alla non punibilità per particolare tenuità del fatto. La decisione sottolinea il rigore con cui vengono valutate le dichiarazioni rese per accedere a benefici statali e le conseguenze di una condotta criminale reiterata.

I Fatti del Caso

Il procedimento trae origine dalla condanna di un individuo per il reato previsto dall’art. 7, comma 1, del D.L. n. 4/2019. L’imputato era stato ritenuto colpevole di aver fornito una falsa attestazione su circostanze rilevanti al fine di ottenere il reddito di cittadinanza. Avverso la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello, l’imputato proponeva ricorso per Cassazione, affidandolo a due distinti motivi.

I Motivi del Ricorso e la Falsa Attestazione

Il ricorrente lamentava, in primo luogo, una violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza (art. 521 c.p.p.). A suo dire, era stato condannato per una falsa attestazione iniziale (comma 1 dell’art. 7), mentre l’accusa originaria si sarebbe riferita all’omessa comunicazione di variazioni reddituali (comma 5 dello stesso articolo). Tale discrepanza, secondo la difesa, avrebbe reso nulla la sentenza.

In secondo luogo, il ricorrente contestava la mancata concessione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’art. 131 bis del codice penale. Sosteneva che il reato commesso fosse di modesta entità e che, pertanto, dovesse essere escluso dalla sanzione penale.

Le Motivazioni della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha respinto entrambi i motivi, dichiarando il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza.

Sul primo punto, i giudici hanno chiarito che non vi era alcuna violazione del principio di correlazione. Dall’esame degli atti era emerso chiaramente che l’imputato era stato processato e condannato proprio per la falsa attestazione di circostanze rilevanti contestata nel capo di imputazione, e non per l’omessa comunicazione di variazioni successive. Il motivo di ricorso è stato quindi ritenuto privo di qualsiasi fondamento.

Ancor più significativa è la motivazione sul secondo punto. La Corte ha ritenuto il motivo manifestamente infondato a causa dell'”abitualità del comportamento” dell’imputato. L’applicazione dell’art. 131 bis c.p. è infatti preclusa quando l’autore del reato è un delinquente abituale. Nel caso di specie, l’imputato aveva a suo carico ben quattro condanne precedenti per violazione dell’art. 95 del d.p.r. 115/2002, relative a tentativi di ottenere il patrocinio a spese dello Stato tramite dichiarazioni mendaci. Questi precedenti, essendo della “stessa indole” del reato contestato (poiché entrambi volti a ottenere indebitamente benefici pubblici tramite falsità), integravano pienamente il presupposto dell’abitualità, rendendo impossibile la concessione della causa di non punibilità.

Le Conclusioni

In conclusione, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di 3.000 euro in favore della Cassa delle Ammende. Questa ordinanza ribadisce due principi fondamentali: in primo luogo, il controllo sul rispetto del principio di correlazione tra accusa e sentenza è rigoroso e non ammette contestazioni pretestuose; in secondo luogo, la valutazione dell’abitualità del comportamento, basata su precedenti penali specifici, assume un ruolo decisivo nell’escludere l’applicazione di istituti premiali come la non punibilità per particolare tenuità del fatto, specialmente quando i reati commessi rivelano una persistente inclinazione a ledere lo stesso tipo di bene giuridico.

Quando un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
Un ricorso è dichiarato inammissibile quando i motivi presentati sono manifestamente infondati, ovvero non hanno alcuna base giuridica per essere accolti, come nel caso di specie in cui le contestazioni sono state ritenute prive di pregio dalla Corte.

Cosa significa abitualità del comportamento e perché impedisce la non punibilità per un fatto di lieve entità?
L’abitualità del comportamento indica una tendenza del soggetto a commettere reati, desunta da precedenti condanne. Tale condizione impedisce l’applicazione dell’art. 131 bis cod. pen. (non punibilità per particolare tenuità del fatto) perché questo beneficio è riservato a reati occasionali e non a chi dimostra una consolidata propensione a delinquere, specialmente per reati della stessa indole.

Per quale reato specifico è stato condannato l’imputato e perché il suo primo motivo di ricorso è stato respinto?
L’imputato è stato condannato per il reato di falsa attestazione di circostanze rilevanti per ottenere il reddito di cittadinanza. Il primo motivo di ricorso è stato respinto perché la condanna corrispondeva esattamente al fatto contestato nell’imputazione, rispettando pienamente il principio di correlazione tra accusa e sentenza.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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