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Falsa attestazione: condannato anche senza un fine specifico

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale. L’imputato sosteneva di non aver agito con un fine specifico, ma i giudici hanno respinto questa tesi. La sentenza stabilisce un principio chiaro: per la configurazione del reato di falsa attestazione qualità personali non è necessario il ‘dolo specifico’ (cioè uno scopo ulteriore), ma è sufficiente il ‘dolo generico’, ovvero la semplice coscienza e volontà di dichiarare il falso. Il reato si consuma nel momento in cui la dichiarazione mendace giunge al pubblico ufficiale. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e l’imputato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione.

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Pubblicato il 25 marzo 2026 in Giurisprudenza Penale

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Riferimento Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 6623 Anno 2026 (Cass. pen. sez. 7 n. 6623/2026)

Falsa attestazione a un pubblico ufficiale: quando scatta il reato?

Mentire a un pubblico ufficiale sulle proprie qualità può costare caro, anche se non lo si fa per un secondo fine. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale in materia di falsa attestazione qualità personali, chiarendo che per essere condannati non è necessario avere un obiettivo specifico, ma basta la semplice volontà di fornire una dichiarazione non veritiera. Questa decisione sottolinea la serietà con cui la legge protegge la fiducia che i cittadini devono riporre nelle attestazioni rese a chi esercita una funzione pubblica.

Il caso: una dichiarazione non veritiera

La vicenda giudiziaria nasce da una situazione apparentemente semplice. Una persona, nel corso di un’interazione con un pubblico ufficiale, fornisce informazioni false riguardo a una propria qualità personale. A seguito di questa dichiarazione, viene avviato un procedimento penale che si conclude con una condanna per il reato previsto dall’articolo 495 del codice penale. L’imputato, non accettando la decisione, decide di ricorrere fino in Cassazione, sostenendo che la sua condotta non fosse penalmente rilevante.

La difesa dell’imputato: l’assenza di un fine specifico

La linea difensiva si concentrava su un punto preciso: l’elemento soggettivo del reato. L’imputato sosteneva di non aver agito con un ‘dolo specifico’, ovvero con lo scopo preciso di ottenere un vantaggio o di ingannare per un fine ulteriore. Secondo la sua tesi, la mancanza di questo obiettivo avrebbe dovuto escludere la sua colpevolezza. In pratica, affermava di aver mentito, ma senza un piano premeditato per trarne un beneficio, ritenendo che questo rendesse il fatto meno grave o addirittura non punibile.

La falsa attestazione qualità personali e il dolo

Il cuore della questione giuridica ruota attorno alla natura del dolo richiesto per il reato di falsa attestazione qualità personali. Il dolo è la coscienza e volontà di commettere un reato. Esiste in due forme principali: ‘generico’, quando è sufficiente la volontà di compiere l’azione vietata dalla legge (in questo caso, mentire); ‘specifico’, quando la legge richiede che l’autore agisca per un fine particolare (ad esempio, il furto richiede la volontà di impossessarsi della cosa altrui ‘al fine di trarne profitto’). La difesa puntava a dimostrare che fosse necessario il dolo specifico, che nel suo caso mancava.

Le motivazioni della Cassazione: basta la coscienza e volontà

La Corte di Cassazione ha respinto completamente la tesi difensiva, dichiarando il ricorso manifestamente infondato. I giudici hanno chiarito che il delitto di falsa attestazione qualità personali non richiede alcun dolo specifico. Per integrare il reato è sufficiente il dolo generico. Questo significa che basta avere la consapevolezza di dichiarare una qualità non vera a un pubblico ufficiale e la volontà di farlo. Il fine perseguito dall’autore della falsità è irrilevante. Il reato, inoltre, si considera consumato nel preciso istante in cui la dichiarazione falsa perviene al pubblico ufficiale, indipendentemente dal fatto che venga poi trascritta in un atto formale. La Corte ha ritenuto le argomentazioni del ricorrente generiche e un tentativo di ottenere una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità.

Le conclusioni: ricorso inammissibile e condanna

L’esito del processo è stato netto. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questa decisione ha reso definitiva la condanna emessa nei gradi precedenti. Oltre a ciò, l’imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende. La sentenza conferma quindi che mentire sulla propria identità o sulle proprie qualità a un pubblico ufficiale è un reato che si perfeziona con la semplice e consapevole dichiarazione del falso, a prescindere dalle motivazioni sottostanti.

Per commettere il reato di falsa attestazione serve un obiettivo preciso, come ottenere un vantaggio?
No, la Cassazione ha chiarito che non è richiesto un ‘dolo specifico’. È sufficiente la coscienza e la volontà di dichiarare il falso a un pubblico ufficiale, a prescindere dallo scopo.

Quando si considera commesso il reato di falsa attestazione?
Il reato si perfeziona nel momento esatto in cui la dichiarazione falsa arriva al pubblico ufficiale, anche prima che venga trascritta in un documento formale.

Cosa succede se un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
La persona che ha presentato il ricorso viene condannata a pagare le spese del processo e una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, e la sentenza impugnata diventa definitiva.

Termini giuridici

Dolo
La coscienza e la volontà di compiere un'azione che la legge considera un reato. In questo caso, è sufficiente sapere di mentire a un pubblico ufficiale, senza bisogno di avere un secondo fine.
Inammissibilità del ricorso
Una decisione con cui il giudice dichiara che un'impugnazione non può essere esaminata nel merito perché priva dei requisiti richiesti dalla legge. Comporta la conferma della decisione precedente.
Pubblico Ufficiale
Una persona che esercita una funzione pubblica per conto dello Stato o di un altro ente pubblico (es. un poliziotto, un cancelliere di tribunale, un notaio).
Elemento soggettivo del reato
L'atteggiamento mentale dell'autore del reato. Principalmente si distingue tra dolo (volontà) e colpa (negligenza, imprudenza).
Offensività del fatto
Il principio secondo cui un'azione è punibile solo se lede o mette in pericolo concretamente il bene giuridico protetto dalla norma (in questo caso, la fiducia pubblica nelle attestazioni).

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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