Espulsione per Droga: la Cassazione conferma la linea dura anche in presenza di legami familiari
Con la recente sentenza n. 13034/2023, la Corte di Cassazione si è pronunciata su un caso di detenzione di sostanze stupefacenti, affrontando temi cruciali come la recidiva, la qualificazione del reato, la confisca dei beni e, soprattutto, l’applicazione della misura di sicurezza dell’espulsione per lo straniero. Questa decisione ribadisce principi fondamentali e chiarisce i presupposti necessari per evitare l’allontanamento dal territorio nazionale, anche in presenza di un nucleo familiare in Italia.
I Fatti del Processo
Il caso riguarda un cittadino straniero condannato in primo e secondo grado per la detenzione di circa due chilogrammi di cocaina, trovati nella sua abitazione, e per la cessione di una singola dose. La Corte d’Appello di Milano aveva confermato la condanna a quattro anni e otto mesi di reclusione e 30.000 euro di multa, oltre alla confisca di una somma di denaro ritenuta sproporzionata rispetto ai redditi dichiarati e all’applicazione, a fine pena, della misura di sicurezza dell’espulsione.
I Motivi del Ricorso in Cassazione
La difesa dell’imputato ha presentato ricorso in Cassazione basandosi su quattro motivi principali:
- Errata applicazione della recidiva: si contestava l’aggravante, sostenendo la modesta gravità del reato precedente.
- Mancata riqualificazione del reato: si chiedeva di considerare la cessione della singola dose come un fatto di lieve entità (art. 73, comma 5, D.P.R. 309/90), separato dalla detenzione principale.
- Illegittimità della confisca: si sosteneva l’esistenza di redditi da lavoro leciti, documentati, che avrebbero giustificato il possesso del denaro sequestrato.
- Illegittimità dell’espulsione: si lamentava che i giudici non avessero adeguatamente bilanciato la pericolosità sociale con l’esigenza di tutelare il nucleo familiare dell’imputato, composto dalla compagna e da una figlia nata in Italia.
La Valutazione della Cassazione sull’Espulsione
La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile in ogni suo punto, ritenendo i motivi generici e infondati. Per quanto riguarda la misura dell’espulsione, i giudici hanno evidenziato come la Corte d’Appello avesse correttamente motivato la pericolosità sociale del soggetto. Gli elementi considerati sono stati la gravità del reato, l’ingente quantitativo di stupefacente, i precedenti penali e i collegamenti con ambienti criminali.
Il punto cruciale della decisione riguarda però la tutela dell’unità familiare. La difesa si era limitata ad affermare l’esistenza di una famiglia di fatto, senza però fornire alcuna prova concreta di una relazione di convivenza stabile e continuativa. La Cassazione ha ribadito che, ai sensi dell’art. 19 del Testo Unico sull’Immigrazione, la convivenza è una condizione essenziale per poter escludere l’espulsione. La semplice allegazione di un legame affettivo o della presenza di figli non è, da sola, sufficiente.
Le Motivazioni della Corte
La Suprema Corte ha ritenuto le argomentazioni della sentenza d’appello logiche e coerenti. Sulla recidiva, è stata confermata la valutazione della spiccata capacità criminale del soggetto. Riguardo all’ipotesi di reato di lieve entità, è stata esclusa a causa dell’enorme quantitativo di droga e della presenza di materiale per il confezionamento, indici di un’attività di spaccio strutturata e non occasionale. Anche la confisca è stata ritenuta legittima, poiché le prove portate dalla difesa sull’attività lavorativa sono state giudicate prive di valore probatorio. Infine, sulla misura di sicurezza, la Corte ha concluso che il giudice di merito ha fornito una motivazione adeguata sulla pericolosità sociale dell’imputato, bilanciandola correttamente con l’interesse familiare, che però non era stato adeguatamente provato nei suoi presupposti essenziali, come la convivenza.
Conclusioni
La sentenza in esame consolida un orientamento giurisprudenziale rigoroso. Per i cittadini stranieri condannati per gravi reati, la misura di sicurezza dell’espulsione è una conseguenza quasi automatica se viene accertata la pericolosità sociale. La tutela dei legami familiari, pur essendo un diritto fondamentale, non opera in astratto: per paralizzare l’allontanamento dal territorio nazionale, è onere dell’interessato fornire la prova rigorosa di una convivenza effettiva e stabile con il coniuge o i parenti. Una semplice affermazione o la presenza di figli non basta a soddisfare i requisiti richiesti dalla legge.
Quando può essere esclusa l’ipotesi di reato di lieve entità per spaccio di droga?
Secondo la sentenza, l’ipotesi di lieve entità (art. 73, comma 5, D.P.R. 309/90) può essere esclusa quando anche uno solo degli indici previsti dalla legge, come il dato quantitativo dello stupefacente, risulta particolarmente significativo. Nel caso di specie, la detenzione di due chilogrammi di cocaina è stata ritenuta incompatibile con la minore gravità del fatto.
Su quali basi un giudice può disporre l’espulsione di un cittadino straniero condannato?
L’espulsione può essere disposta come misura di sicurezza quando il giudice accerta la pericolosità sociale del condannato. Questa valutazione si basa su vari elementi, tra cui le caratteristiche del reato, la gravità della condotta, la quantità di droga, i precedenti penali e i collegamenti con ambienti criminali.
Avere una famiglia in Italia è sufficiente per evitare l’espulsione?
No. La sentenza chiarisce che la sola esistenza di un nucleo familiare (compagna e figlia) non è sufficiente. Per invocare la tutela prevista dall’art. 19 del Testo Unico sull’Immigrazione e impedire l’espulsione, è necessario dimostrare in modo concreto ed effettivo la convivenza con i familiari. La semplice allegazione di un rapporto non provato non è sufficiente.