Divieto di Accesso Urbano: La Semplice Violazione è Reato
Il tema della sicurezza nelle nostre città è sempre al centro del dibattito pubblico e giuridico. Uno degli strumenti più discussi è il cosiddetto divieto di accesso urbano, una misura preventiva che impedisce a determinati soggetti di frequentare specifiche aree. Un’ordinanza recente della Corte di Cassazione (n. 43111/2023) offre un chiarimento fondamentale: per essere condannati non è necessario creare un pericolo concreto, basta violare l’ordine. Analizziamo questa importante decisione.
I Fatti del Caso
Un individuo veniva raggiunto da un provvedimento del Questore di Milano che gli vietava, per un anno, l’accesso a una specifica area della città, i Bastioni di Porta Volta, nota per la presenza di parcheggiatori abusivi. Nonostante il divieto, la persona veniva sorpresa all’interno della zona interdetta per ben due volte.
Contro la sentenza di condanna della Corte d’Appello, l’imputato proponeva ricorso in Cassazione. La sua difesa si basava su un punto principale: la sua sola presenza nell’area non aveva creato alcuna situazione di effettivo pericolo per la sicurezza pubblica, né erano state realizzate condotte estorsive. Sostanzialmente, si contestava la rilevanza penale di una condotta considerata non pericolosa e non reiterata in modo significativo.
La Decisione della Corte sul Divieto di Accesso Urbano
La Corte di Cassazione ha respinto la tesi difensiva, dichiarando il ricorso manifestamente infondato e quindi inammissibile. Gli Ermellini hanno confermato in toto la decisione della Corte d’Appello, ribadendo un principio giuridico netto e rigoroso.
Le Motivazioni: la Mera Violazione è Sufficiente
Il fulcro della decisione risiede nell’interpretazione dell’art. 10, comma 2, del D.L. n. 14 del 2017. La Corte ha chiarito che il reato in questione non è la creazione di un pericolo, ma la disobbedienza a un ordine legittimamente emesso dall’autorità di pubblica sicurezza. La norma, infatti, è posta a tutela del provvedimento amministrativo del Questore e mira a punire il contravventore del divieto.
In altre parole, la legge non richiede al giudice di valutare se la presenza del soggetto abbia, di fatto, minacciato la sicurezza dei cittadini o degli utenti della strada. L’illecito penale consiste nella mera violazione dell’ordine di non accedere a una determinata zona. È un reato di pura condotta, che si perfeziona nel momento stesso in cui si trasgredisce al divieto.
La Corte ha inoltre sottolineato come, nel caso di specie, la condotta fosse stata anche abituale, essendo stata accertata per almeno due volte. Questo elemento ha ulteriormente rafforzato la correttezza della decisione dei giudici di merito. La ricostruzione dei fatti è stata ritenuta precisa e l’inquadramento giuridico impeccabile.
Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche del Divieto di Accesso Urbano
Questa ordinanza consolida l’efficacia del divieto di accesso urbano come strumento di prevenzione. Le implicazioni pratiche sono significative:
1. Irrilevanza del Pericolo Concreto: Chi riceve un ordine di questo tipo deve sapere che la sua semplice presenza nell’area vietata è sufficiente per integrare il reato. Non è una difesa valida sostenere di non aver fatto nulla di male o di non aver creato pericoli.
2. Tutela dell’Autorità: La sentenza rafforza il potere e l’autorità del Questore, i cui provvedimenti preventivi assumono una cogenza penale diretta.
3. Conseguenze Economiche: L’inammissibilità del ricorso ha comportato, come previsto dalla legge, la condanna del ricorrente non solo al pagamento delle spese processuali, ma anche al versamento di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende, a titolo sanzionatorio per aver intrapreso un’impugnazione senza fondamento.
Per essere condannati per la violazione di un divieto di accesso urbano, è necessario aver creato un pericolo concreto per la sicurezza pubblica?
No. Secondo la Corte di Cassazione, il reato si perfeziona con la semplice e mera violazione dell’ordine del Questore di non accedere a una determinata zona, a prescindere dal concreto verificarsi di una situazione di pericolo.
La condotta deve essere ripetuta per essere punita?
Nel caso specifico, la Corte ha evidenziato l’abitualità della condotta, in quanto l’imputato è stato sorpreso nell’area vietata per almeno due volte. Questo ha rafforzato la decisione, ma il principio è che la singola violazione dell’ordine costituisce reato.
Cosa succede se un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
Come stabilito dall’art. 616 del codice di procedura penale, la declaratoria di inammissibilità comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e di una somma di denaro in favore della Cassa delle ammende, come avvenuto in questo caso con una sanzione di tremila euro.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 43111 Anno 2023
Penale Ord. Sez. 7 Num. 43111 Anno 2023
Presidente: COGNOME NOME
Relatore: COGNOME NOME COGNOME
Data Udienza: 22/09/2023
ORDINANZA
sul ricorso proposto da: COGNOME NOME nato il DATA_NASCITA
avverso la sentenza del 24/02/2023 della CORTE APPELLO di MILANO
dato avviso alle parti; udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME;
Considerato che NOME ricorre per cassazione averso la sentenza in epigrafe indicata deducendo, con unico motivo di ricorso, violazione di legge e vizio della motivazione in ord alla responsabilità per il reato di cui all’art. 10, comma secondo, D.L. n. 14 del 2017, deduce che la presenza dell’imputato nell’area di parcheggio a lui preclusa dal AVV_NOTAIO, n ha determinato alcuna situazione di pericolo per la sicurezza pubblica, non essendo stat realizzate condotte estorsive connesse all’attività di parcheggiatore abusivo, e trattandosi di condotta non reiterata.
La censura è manifestamente infondata. La Corte d’appello ha infatti evidenziato, in linea fatto, che l’imputato è stato sorpreso, per almeno due volte nel periodo oggetto del divieto, nel tratto di zona della città di AVV_NOTAIO Bastioni di Porta Volta il cui accesso gli era stat con provvedimento del AVV_NOTAIO per un anno. Correttamente poi il giudice a quo ha precisato che la condotta contestata, verificatasi almeno due volte, consiste nella mera violazi dell’ordine del AVV_NOTAIO di accedere nella predetta zona, a prescindere dal concreto verifica di una situazione di pericolo per la sicurezza urbana dei cittadini e degli utenti della strada, posto che la norma si limita a punire il contravventore del divieto, ed ha evidenziato della condotta. Dalle cadenze motivazionali della sentenza d’appello è dato quindi desumere una ricostruzione dei fatti precisa e circostanziata e un corretto inquadramento giuridico d stessi, avendo i giudici di secondo grado preso in esame tutte le deduzioni difensive ed essendo pervenuti alla decisione attraverso una disamina completa ed approfondita, in fatto e in diri delle risultanze processuali, dalle quali hanno tratto conseguenze corrette sul piano giuridico
Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevat che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il ric senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», alla declarator dell’inammissibilità medesima consegue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere del spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in euro tremila.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, il 22 settembre 2023
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Il Consigliere estensore
Il Presidente