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Distinzione peculato truffa: la Cassazione chiarisce

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24391/2024, ha chiarito la distinzione peculato truffa. Il caso riguardava due dirigenti di un’Azienda Sanitaria Locale condannati per peculato per aver acquistato dispositivi elettronici per uso personale con fondi pubblici. La Corte ha stabilito che si configura peculato, e non truffa, quando il pubblico ufficiale ha già la disponibilità giuridica del denaro. Viene inoltre confermata la responsabilità di una società per il reato presupposto di truffa commesso dal suo amministratore, poiché ne ha tratto un vantaggio economico. La Corte ha dichiarato la prescrizione per i fatti più datati e ha annullato con rinvio la sentenza per un imputato solo per la valutazione sulla concessione dei benefici di legge.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Distinzione Peculato Truffa: la Cassazione Fa il Punto su Fondi Pubblici e Responsabilità d’Impresa

La Corte di Cassazione, con una recente sentenza, è tornata a pronunciarsi sulla sottile linea di demarcazione tra reati contro la Pubblica Amministrazione, offrendo un’analisi cruciale sulla distinzione peculato truffa. La decisione non solo consolida un principio giuridico fondamentale, ma affronta anche temi attuali come la responsabilità amministrativa degli enti e le conseguenze della prescrizione nel corso del processo. Analizziamo insieme i dettagli di questo caso emblematico.

I Fatti del Processo: Uso Personale di Fondi Pubblici

Il caso ha origine dalla condanna di due figure apicali di un’Azienda Sanitaria Locale (ASL). Un dirigente con potere di spesa e un direttore finanziario con compiti di controllo e autorizzazione ai pagamenti erano stati accusati di essersi appropriati di fondi pubblici. Nello specifico, tra il 2010 e il 2011, avevano utilizzato denaro dell’ASL per acquistare diversi dispositivi elettronici (tablet e smartphone) destinati a un uso esclusivamente personale e familiare, anziché a scopi istituzionali.

Parallelamente, una società di diagnostica medica era stata ritenuta responsabile ai sensi del D.Lgs. 231/2001. Il suo amministratore, attraverso la produzione di fatture false, aveva ottenuto dall’ASL un pagamento non dovuto di 70.000 euro a titolo di ‘adeguamento tariffe’, un adeguamento mai avvenuto. Questo illecito aveva costituito il reato presupposto per la condanna dell’ente.

La Distinzione Peculato Truffa al Centro del Dibattito

Le difese degli imputati hanno tentato di riqualificare il reato di peculato in truffa aggravata. La strategia era chiara: se il fatto fosse stato considerato truffa, sarebbe intervenuta la prescrizione per tutti i capi d’imputazione. Secondo i ricorrenti, i dirigenti non avevano una disponibilità diretta del denaro, ma l’avrebbero ottenuta attraverso condotte fraudolente, inducendo in errore l’ente pubblico. Questo, a loro avviso, integrava gli estremi della truffa e non del peculato.

Per quanto riguarda la società, la difesa ha sostenuto che, essendo il reato presupposto prescritto per la persona fisica, non si potesse accertare la responsabilità dell’ente. Inoltre, contestava la sussistenza di un reale ‘interesse o vantaggio’ per la società stessa.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi dei dirigenti sulla qualificazione del reato e quello della società, accogliendo solo parzialmente il ricorso di uno dei dirigenti su un aspetto tecnico relativo alla concessione dei benefici di legge.

Le Motivazioni

La Corte ha ribadito con forza il criterio distintivo tra i due reati. Il cuore della distinzione peculato truffa risiede nel concetto di ‘possesso o disponibilità’ del bene. Si configura il peculato (art. 314 c.p.) quando il pubblico ufficiale ha già la disponibilità giuridica o materiale del denaro o del bene per ragioni del suo ufficio e se ne appropria. Nel caso di specie, il direttore finanziario e il dirigente avevano il potere di disporre dei pagamenti, quindi avevano la disponibilità giuridica dei fondi che hanno distratto per fini privati.

Si configura, invece, la truffa aggravata (art. 640 cpv. c.p.) quando il soggetto attivo, non avendo la disponibilità del bene, se la procura fraudolentemente, utilizzando artifici e raggiri per indurre in errore chi ha il potere di disposizione. La Corte ha chiarito che l’assenza di tale disponibilità è il presupposto della truffa.

Per quanto concerne la società, i giudici hanno confermato la condanna, spiegando che la prescrizione del reato per la persona fisica non impedisce l’accertamento autonomo della sua esistenza ai fini della responsabilità dell’ente. Inoltre, l’incasso di 70.000 euro non dovuti e il consolidamento della propria posizione sul mercato rappresentavano un chiaro e indebito ‘vantaggio’ per la società, integrando così i requisiti dell’art. 5 del D.Lgs. 231/2001.

Infine, la Corte ha dichiarato prescritti i fatti di peculato più risalenti nel tempo, ma ha confermato la pena per uno degli imputati poiché già fissata al minimo edittale per il reato non prescritto. Per l’altro imputato, ha annullato la sentenza con rinvio, ma solo per rivalutare la concessione della sospensione condizionale della pena, criticando la motivazione illogica della Corte d’Appello su questo specifico punto.

Le Conclusioni

Questa sentenza è un importante promemoria dei confini tra i reati contro la Pubblica Amministrazione. La chiave di volta è la preesistente disponibilità del bene da parte dell’agente pubblico. Se questa sussiste, l’appropriazione è peculato; in caso contrario, se ottenuta con l’inganno, è truffa. La decisione sottolinea inoltre l’autonomia della responsabilità degli enti (D.Lgs. 231/2001), che può sussistere anche quando il reato presupposto è prescritto per l’autore individuale, a patto che ne sia provata la commissione a vantaggio dell’ente stesso.

Qual è la differenza fondamentale tra peculato e truffa aggravata ai danni dello Stato?
La differenza risiede nella disponibilità del denaro o del bene. Si ha peculato quando il pubblico ufficiale ha già la disponibilità giuridica o materiale del bene per via del suo ufficio e se ne appropria. Si ha truffa, invece, quando il soggetto non ha tale disponibilità e se la procura con l’inganno (artifici e raggiri).

Quando una società può essere ritenuta responsabile per un reato commesso dal suo amministratore?
Una società è responsabile ai sensi del D.Lgs. 231/2001 quando il reato è stato commesso da un soggetto in posizione apicale nel suo interesse o a suo vantaggio. La Corte ha specificato che un vantaggio può consistere in un profitto economico diretto, come l’incasso di somme non dovute, o in un vantaggio concorrenziale illecito.

Cosa succede se un reato si prescrive durante il processo di appello o cassazione?
Se un reato si prescrive, la Corte deve dichiarare di non doversi procedere. Tuttavia, se c’è stata una condanna al risarcimento del danno in primo e secondo grado, la Corte conferma le statuizioni civili, come previsto dall’art. 578 del codice di procedura penale, pur estinguendo il reato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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