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Diritto di critica e diffamazione: la verità del fatto

La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di assoluzione per diffamazione, ribadendo che l’esercizio del diritto di critica richiede come presupposto indispensabile la verità dei fatti contestati. Nel caso specifico, un soggetto aveva accusato gli amministratori di un consorzio di illeciti basandosi su meri dubbi e su un procedimento penale poi archiviato. La Corte ha rinviato il caso al giudice civile per la valutazione del risarcimento del danno, sottolineando che non si può invocare il diritto di critica diffondendo notizie false o non verificate.

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Pubblicato il 30 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Diritto di Critica e Diffamazione: La Verità del Fatto è un Requisito Indispensabile

Con la sentenza n. 25019/2024, la Corte di Cassazione torna a delineare i confini tra il legittimo diritto di critica e il reato di diffamazione, stabilendo un principio fondamentale: non si può criticare sulla base di fatti non veri. Questa pronuncia ha annullato, ai soli fini civili, una sentenza di assoluzione, chiarendo che la libertà di espressione non può mai tradursi in una licenza di accusare falsamente.

I Fatti del Caso: Un’Accusa Inviata a Più Destinatari

La vicenda trae origine da una lettera inviata dal socio di un consorzio estrattivo a diverse entità, tra cui il consiglio di amministrazione del consorzio stesso, il sindaco, assessori comunali e regionali e vari funzionari. In questa missiva, l’imputato accusava l’amministratore e il presidente del consorzio di incapacità gestionale, operazioni illegittime, spreco di denaro e ritardi ingiustificati nell’avvio dell’attività estrattiva.

Le accuse, gravi e circostanziate, erano state presentate come un esercizio del diritto di critica sulla gestione del consorzio. Tuttavia, la vasta platea di destinatari, molti dei quali esterni e non direttamente coinvolti nell’attività consortile, ha rappresentato un primo campanello d’allarme sulla reale intenzione dell’autore.

Il Percorso Giudiziario e i Limiti del Diritto di Critica

In primo grado, il Giudice di Pace aveva condannato l’autore della lettera per diffamazione, disponendo anche il risarcimento del danno in favore delle parti civili. Sorprendentemente, il Tribunale, in funzione di giudice d’appello, aveva ribaltato la decisione, assolvendo l’imputato. La motivazione dell’assoluzione si fondava sul riconoscimento dell’esimente del diritto di critica. Il giudice di secondo grado aveva ritenuto che le accuse, sebbene offensive, fossero basate su fatti verosimili, in quanto all’epoca pendeva un procedimento penale a carico degli amministratori per reati societari.

L’errore del giudice d’appello, come evidenziato dalla Cassazione, è stato proprio questo: aver dato per scontata la plausibilità dei fatti basandosi unicamente sull’esistenza di un altro procedimento penale, senza considerare che quest’ultimo si era poi concluso con una sentenza di non luogo a procedere, confermata in Cassazione, a favore degli amministratori.

La Decisione della Cassazione: il Diritto di Critica Richiede Veridicità

La Suprema Corte ha accolto il ricorso delle parti civili, censurando duramente la decisione del Tribunale. I giudici di legittimità hanno ribadito un principio consolidato: l’applicazione dell’esimente del diritto di critica non può mai prescindere dal requisito della verità del fatto storico che ne costituisce il fondamento.

Criticare è legittimo, ma solo se la critica parte da una base fattuale vera e accertata. Non è sufficiente basarsi su ‘meri dubbi’ o sospetti. L’esimente sussiste solo quando i fatti riportati sono veri o, al limite, quando chi critica è fermamente e incolpevolmente convinto della loro veridicità. In questo caso, l’imputato non solo si basava su un procedimento penale dall’esito incerto (e poi favorevole agli accusati), ma, essendo egli stesso membro del consorzio, avrebbe dovuto essere a conoscenza della regolarità delle operazioni contestate.

le motivazioni

La Corte ha ritenuto viziata la motivazione della sentenza d’appello perché ha assolto l’imputato riconoscendo il diritto di critica senza un adeguato accertamento della verità dei fatti denunciati. La veridicità è un presupposto essenziale, la cui mancanza fa venir meno la scriminante stessa. Il Tribunale ha erroneamente ritenuto sufficiente la pendenza di un altro procedimento penale per considerare i fatti ‘verosimili’, ignorando che quel procedimento si era concluso con un proscioglimento. Inoltre, gli atti processuali, come lo statuto del consorzio e i contratti di vendita, attestavano la legittimità dell’operato degli amministratori, smentendo le accuse. L’invio della lettera a soggetti estranei all’attività consortile è stato inoltre interpretato come un indice della volontà di denigrare, piuttosto che di esercitare una critica costruttiva.

le conclusioni

In conclusione, la Cassazione ha annullato la sentenza impugnata limitatamente alle statuizioni civili, con rinvio al giudice civile competente per un nuovo esame della richiesta di risarcimento. Questo significa che, pur restando ferma l’assoluzione in sede penale, le parti danneggiate potranno ottenere giustizia in sede civile. La pronuncia rafforza il principio secondo cui la libertà di espressione non è illimitata e trova un confine invalicabile nel rispetto della reputazione altrui, che non può essere lesa da accuse basate su fatti falsi o non rigorosamente verificati.

Quando l’esercizio del diritto di critica può giustificare un’accusa potenzialmente diffamatoria?
L’esercizio del diritto di critica può giustificare un’accusa solo quando i fatti storici posti a fondamento della critica sono veri. La Cassazione ha specificato che non ci si può basare su meri dubbi o su procedimenti penali poi conclusi a favore dell’accusato.

È sufficiente che chi accusa sia convinto, anche erroneamente, della verità dei fatti?
No. La sentenza chiarisce che l’esimente del diritto di critica sussiste solo se i fatti sono veri, o almeno se l’accusatore è ‘fermamente e incolpevolmente’ convinto della loro veridicità. Basarsi su un procedimento penale in corso senza conoscerne l’esito non è stato ritenuto un errore ‘incolpevole’.

Cosa succede se una sentenza penale di assoluzione viene annullata solo per le statuizioni civili?
L’assoluzione penale dell’imputato diventa definitiva. Tuttavia, il caso viene rinviato a un giudice civile per un nuovo giudizio che deciderà autonomamente sulla richiesta di risarcimento del danno avanzata dalla parte civile, valutando nuovamente i fatti ai soli fini della responsabilità civile.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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