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Dichiarazioni non verbalizzate: utilizzabili per misure

La Corte di Cassazione ha stabilito che le dichiarazioni non verbalizzate, rese alla polizia da soggetti trovati in possesso di modiche quantità di stupefacenti per uso personale, sono pienamente utilizzabili come fonte di prova per l’autorizzazione di intercettazioni e l’applicazione di misure cautelari. La Corte ha rigettato il ricorso di un imputato che ne contestava l’inutilizzabilità, chiarendo che tali soggetti non assumono la qualità di indagati e le loro dichiarazioni, anche se non formalmente registrate, costituiscono un valido atto atipico di indagine.

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Pubblicato il 22 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Dichiarazioni non verbalizzate: la Cassazione ne conferma l’utilizzabilità

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 47787/2023, ha affrontato un tema cruciale per le indagini penali: l’utilizzabilità delle dichiarazioni non verbalizzate. La Corte ha stabilito che le informazioni raccolte dalla polizia giudiziaria e semplicemente annotate, senza una formale verbalizzazione, possono legittimamente essere usate per autorizzare intercettazioni e applicare misure cautelari. Questa decisione consolida un importante orientamento giurisprudenziale, bilanciando le esigenze investigative con le garanzie difensive.

Il caso in esame

Il procedimento nasce dal ricorso di un soggetto sottoposto a misura di custodia cautelare in carcere per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l’inutilizzabilità delle intercettazioni poste a fondamento della misura, asserendo che il primo decreto autorizzativo si basava su dichiarazioni illegittimamente acquisite.

Nello specifico, due persone erano state trovate in possesso di modiche quantità di marijuana e avevano reso dichiarazioni alla polizia giudiziaria. Tali dichiarazioni, che indicavano il ricorrente come fornitore, non erano state formalmente verbalizzate ma solo riportate in una nota di servizio. Secondo il ricorrente, questi due soggetti avrebbero dovuto essere sentiti come indagati, con tutte le garanzie del caso (presenza di un difensore, avviso della facoltà di non rispondere), e la mancata verbalizzazione rendeva le loro dichiarazioni processualmente inutilizzabili.

La questione della qualità del dichiarante: indagato o persona informata?

Il primo nodo cruciale affrontato dalla Corte riguarda la corretta qualificazione giuridica dei due dichiaranti. La difesa sosteneva che, essendo stati trovati in possesso di sostanze stupefacenti, avrebbero dovuto essere considerati fin da subito indagati e non semplici persone informate sui fatti.

La Cassazione ha respinto questa tesi, ribadendo un principio consolidato: la detenzione di stupefacenti per uso esclusivamente personale non costituisce reato, ma un illecito amministrativo ai sensi dell’art. 75 del d.P.R. 309/1990. Poiché le sanzioni previste da tale articolo hanno natura preventiva e non punitiva (come chiarito anche dalla Corte Costituzionale), il soggetto non assume la qualità di indagato e non gode delle relative garanzie, come il diritto al silenzio. Di conseguenza, è stato corretto sentirlo come persona informata sui fatti.

L’utilizzabilità delle dichiarazioni non verbalizzate nelle indagini

Il secondo punto centrale è l’ammissibilità delle dichiarazioni non verbalizzate. Il ricorrente lamentava che la mancata redazione di un verbale formale, come previsto dall’art. 357 c.p.p., rendesse le dichiarazioni inutilizzabili.

Anche su questo punto, la Corte ha dato torto alla difesa. Richiamando un orientamento giurisprudenziale ormai prevalente, ha affermato che le dichiarazioni rese da persone informate sui fatti, anche se non formalmente verbalizzate ma semplicemente annotate in una relazione di servizio, non sono affette da invalidità. Esse costituiscono un atto di indagine atipico, pienamente utilizzabile nella fase delle indagini preliminari per l’adozione di provvedimenti come le misure cautelari o l’autorizzazione delle intercettazioni. La Corte ha precisato che i divieti di testimonianza indiretta per la polizia giudiziaria (art. 195 c.p.p.) operano principalmente nella fase dibattimentale e non precludono l’uso di tali annotazioni nella fase investigativa.

Le motivazioni della Corte

La Suprema Corte ha motivato la sua decisione sulla base di due pilastri fondamentali.

In primo luogo, ha valorizzato il principio sostanziale rispetto a quello formale nella qualificazione di un soggetto come ‘indagato’. Non è la mera iscrizione nel registro degli indagati a determinare tale status, ma la sussistenza di concreti elementi di reità a carico della persona. Nel caso di specie, i due dichiaranti erano stati denunciati solo per l’illecito amministrativo di uso personale di stupefacenti, non essendo emersi elementi di un uso non personale. Pertanto, la loro audizione come persone informate sui fatti era proceduralmente corretta.

In secondo luogo, la Corte ha sottolineato che l’ordinamento processuale non prevede una sanzione di nullità o inutilizzabilità per la mancata verbalizzazione delle dichiarazioni rese da una persona informata sui fatti. Tali annotazioni, redatte e sottoscritte dall’ufficiale di polizia giudiziaria, sono considerate un legittimo atto d’indagine. L’assenza di un divieto normativo esplicito ne consente l’utilizzo ai fini cautelari e investigativi, specialmente in contesti di urgenza e immediatezza dell’atto, dove una verbalizzazione formale potrebbe essere incompatibile con le esigenze operative.

Le conclusioni

La sentenza in commento consolida un principio di notevole importanza pratica: le informazioni acquisite dalla polizia giudiziaria tramite dichiarazioni non formalmente verbalizzate mantengono la loro validità come fonte di prova nella fase delle indagini. La decisione rigetta un’interpretazione eccessivamente formalistica delle norme procedurali, privilegiando la sostanza dell’atto investigativo. Viene così confermata la piena legittimità dell’utilizzo di tali elementi per fondare richieste di intercettazioni e misure cautelari, a condizione che i dichiaranti siano stati correttamente qualificati come persone informate sui fatti e non come indagati. Questa pronuncia offre quindi un chiarimento fondamentale sull’equilibrio tra efficienza investigativa e garanzie difensive nel procedimento penale.

Chi viene trovato con una modica quantità di droga per uso personale deve essere considerato un indagato?
No. Secondo la Corte, chi detiene una piccola quantità di stupefacenti per uso personale commette un illecito amministrativo (art. 75 d.P.R. 309/1990) e non un reato. Pertanto, non acquisisce lo status di ‘indagato’ e può essere sentito come ‘persona informata sui fatti’, senza le garanzie difensive previste per l’indagato.

Le dichiarazioni rese alla polizia e non formalmente verbalizzate sono utilizzabili nelle indagini?
Sì. La Corte di Cassazione ha stabilito che le dichiarazioni di una persona informata sui fatti, anche se non riportate in un verbale formale ma solo in un’annotazione di servizio della polizia, sono utilizzabili nella fase delle indagini preliminari per l’adozione di misure cautelari e per autorizzare le intercettazioni.

L’eventuale invalidità del primo decreto di intercettazione si trasmette automaticamente ai decreti successivi?
No. La Corte chiarisce che ogni decreto autorizzativo è dotato di autonomia. Anche se un decreto precedente fosse viziato, quelli successivi possono essere validi se si fondano su nuove notizie di reato o su elementi autonomi e sufficienti a giustificare la prosecuzione delle intercettazioni.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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