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Dichiarazioni false: condanna per reddito di cittadinanza

La Corte di Cassazione conferma la condanna per il reato di dichiarazioni false a carico di una donna che aveva attestato falsamente di risiedere in un appartamento in affitto per ottenere una maggiorazione del reddito di cittadinanza. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché la Corte ha ritenuto irrilevante che il beneficio di base spettasse, sanzionando la specifica finalità di ottenere un importo maggiore attraverso l’inganno. È stata esclusa la non punibilità per tenuità del fatto, data la durata della percezione indebita (15 mesi) e l’importo (circa 4.500 euro).

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Pubblicato il 28 dicembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Dichiarazioni False per il Reddito di Cittadinanza: La Cassazione Conferma la Condanna

L’accesso ai benefici sociali, come il reddito di cittadinanza, è subordinato alla veridicità delle informazioni fornite dai richiedenti. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito la gravità delle dichiarazioni false, anche quando queste mirano soltanto a ottenere un importo maggiore di un sussidio altrimenti spettante. Questo caso offre spunti fondamentali sulla rilevanza penale di tali condotte e sui criteri di valutazione della punibilità.

I Fatti del Caso: La Falsa Dichiarazione sul Contratto di Locazione

Una donna veniva condannata in primo e secondo grado per il reato previsto dall’art. 7 del D.L. 4/2019. L’accusa era di aver reso dichiarazioni false nelle Dichiarazioni Sostitutive Uniche (DSU) presentate nel 2019 e 2020 per ottenere il reddito di cittadinanza. Nello specifico, aveva attestato di abitare in un appartamento in affitto, sebbene il contratto di locazione fosse scaduto da quasi due anni.

Questa falsa attestazione le aveva permesso di ottenere indebitamente un contributo aggiuntivo di circa 280 euro mensili, destinato al pagamento del canone di locazione, per un totale di circa 4.500 euro percepiti in 15 mesi. La difesa dell’imputata ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza del dolo e chiedendo l’applicazione delle attenuanti generiche e della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando integralmente la decisione della Corte d’Appello. I giudici hanno ritenuto i motivi del ricorso manifestamente infondati, fornendo chiarimenti cruciali su ogni punto sollevato dalla difesa.

Le Motivazioni: Perché le Dichiarazioni False sono Sempre Rilevanti

L’ordinanza della Cassazione si fonda su un’analisi rigorosa della normativa e dei principi generali del diritto penale. La Corte ha smontato punto per punto le argomentazioni difensive, ribadendo la piena responsabilità penale dell’imputata.

L’Elemento Soggettivo del Reato

La Corte ha chiarito che la fattispecie penale in questione sanziona non solo le dichiarazioni false che portano all’ottenimento del beneficio in sé, ma anche quelle finalizzate a ottenerne una quantificazione maggiore. Nel caso di specie, l’imputata era pienamente consapevole che il suo contratto di locazione era scaduto e ha dichiarato il falso con lo scopo precipuo di conseguire la maggiorazione dell’assegno. Questo dimostra la sussistenza del dolo, ovvero la piena coscienza e volontà di commettere l’illecito.

Il Diniego delle Attenuanti e della Particolare Tenuità

La difesa aveva invocato le attenuanti generiche, sottolineando la condizione di ‘madre indigente di quattro figli’. La Cassazione ha però confermato la decisione dei giudici di merito, i quali avevano negato il beneficio sulla base della personalità negativa dell’imputata, gravata da numerosi e seri precedenti penali (furti e rapine). La concessione delle attenuanti non è un diritto automatico, ma presuppone elementi positivi che, in questo caso, mancavano del tutto.
Allo stesso modo, è stata esclusa la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.). I giudici hanno ancorato la loro decisione a parametri oggettivi e non irragionevoli: la durata della percezione indebita (15 mesi) e l’ammontare complessivo del profitto ingiusto (circa 4.500 euro), ritenuti non trascurabili.

La Revoca della Sospensione Condizionale

Infine, la Corte ha respinto la doglianza relativa alla revoca di una precedente sospensione condizionale della pena. I giudici hanno ricordato che tale revoca è un atto di natura dichiarativa e non discrezionale, che scatta automaticamente quando si verificano le condizioni previste dalla legge, come la commissione di un nuovo reato entro i termini.

Conclusioni: Implicazioni Pratiche della Sentenza

Questa pronuncia della Corte di Cassazione invia un messaggio chiaro: la legge non tollera scorciatoie o falsità nell’accesso ai benefici pubblici. La condotta di chi rende dichiarazioni false è penalmente rilevante non solo quando mira a ottenere un sussidio non spettante, ma anche quando è finalizzata a percepirne un importo gonfiato. La valutazione della gravità del fatto non si limita al singolo importo mensile, ma considera la durata complessiva dell’illecito e il danno totale arrecato alla collettività. Infine, la presenza di precedenti penali può precludere l’accesso a benefici come le attenuanti generiche, anche in presenza di situazioni personali difficili.

È punibile una falsa dichiarazione che mira solo ad aumentare l’importo di un beneficio a cui si ha già diritto?
Sì, la Corte di Cassazione ha confermato che la legge punisce non solo le false dichiarazioni che determinano l’indebito conseguimento del beneficio in sé, ma anche quelle finalizzate a ottenerne una quantificazione maggiore del dovuto.

Un danno economico allo Stato di circa 4.500 euro può essere considerato di ‘particolare tenuità’?
No. Secondo la Corte, la durata della percezione indebita (in questo caso, 15 mesi) e l’ammontare complessivo del profitto ingiusto (circa 4.500 euro) sono parametri oggettivi sufficienti a escludere la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

La Corte può negare le attenuanti generiche a un imputato in condizioni di indigenza?
Sì, la concessione delle attenuanti non è un diritto automatico. La Corte può negarle se, come nel caso di specie, la personalità dell’imputato è ritenuta negativa a causa di numerosi e gravi precedenti penali, che prevalgono sulla sua condizione personale e familiare.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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