LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Dichiarazione fraudolenta: quando si consuma il reato?

La Cassazione chiarisce il momento consumativo del reato di dichiarazione fraudolenta. Se gli elementi passivi fittizi sono inseriti solo nella dichiarazione integrativa, il reato si perfeziona in quel momento, non con la dichiarazione originaria. Nel caso di specie, un liquidatore ha presentato nel 2018 una dichiarazione integrativa per l’anno 2013, inserendo una fattura per operazioni inesistenti. La Corte ha stabilito che il reato si è consumato nel 2018, respingendo l’eccezione di prescrizione e confermando la condanna.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 9 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Dichiarazione Fraudolenta: il Reato si Perfeziona con la Dichiarazione Integrativa

La dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti è uno dei reati fiscali più gravi. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha fornito un chiarimento fondamentale sul momento esatto in cui questo reato si considera commesso, specialmente quando la fattura fittizia viene inserita non nella dichiarazione originale, ma in una successiva dichiarazione integrativa. Questa precisazione ha implicazioni dirette sulla decorrenza della prescrizione.

I fatti del caso

Il liquidatore di una società a nome collettivo veniva condannato in primo grado e in appello per il reato di dichiarazione fraudolenta, previsto dall’art. 2 del D.Lgs. 74/2000. L’accusa era di aver indicato, al fine di evadere le imposte, elementi passivi fittizi nella dichiarazione dei redditi della società.

Nello specifico, la contestazione riguardava l’utilizzo di una fattura per operazioni inesistenti dell’importo di 28.500 euro, relativa all’anno d’imposta 2013. Tuttavia, la particolarità del caso risiedeva nel fatto che tale fattura non era stata inserita nella dichiarazione dei redditi originaria, presentata nel 2014, bensì in una dichiarazione integrativa che l’imputato, nella sua qualità di liquidatore, aveva presentato nel settembre 2018.

I motivi del ricorso e la tesi della prescrizione

L’imputato ha proposto ricorso in Cassazione basandosi su due motivi principali. In primo luogo, sosteneva che la responsabilità non potesse essergli addebitata, in quanto nel periodo 2012-2014, a causa di problemi di salute, non si era potuto occupare della società, la cui gestione era affidata a un altro socio. Egli aveva assunto il ruolo di liquidatore solo nel 2015.

Il secondo e più rilevante motivo riguardava la prescrizione del reato. Secondo la difesa, il momento consumativo del reato doveva essere individuato nel 30 settembre 2014, data di presentazione della dichiarazione dei redditi originaria per l’anno 2013. Di conseguenza, alla data della sentenza d’appello (dicembre 2023), il termine di prescrizione sarebbe già interamente decorso. La presentazione della dichiarazione integrativa nel 2018, a suo avviso, non costituiva una nuova dichiarazione e non poteva spostare in avanti la consumazione del reato.

Le motivazioni della Corte di Cassazione sulla dichiarazione fraudolenta

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo entrambi i motivi manifestamente infondati e confermando la correttezza delle decisioni dei giudici di merito.

I giudici hanno chiarito un principio fondamentale: il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti è un reato istantaneo. Esso si perfeziona nel momento in cui viene presentata la dichiarazione annuale contenente gli elementi fraudolenti.

Nel caso specifico, la Corte ha osservato che i costi fittizi derivanti dalla fattura inesistente sono confluiti nella dichiarazione fiscale relativa all’anno d’imposta 2013 esclusivamente tramite la presentazione della dichiarazione integrativa nel settembre 2018. È stato proprio l’imputato, in qualità di liquidatore, a compiere tale atto. Di conseguenza, l’azione penalmente rilevante non è stata la presentazione della dichiarazione originaria del 2014 (che non conteneva quell’elemento fittizio), ma proprio la presentazione della dichiarazione integrativa del 2018.

La Corte ha stabilito che, sebbene di norma la dichiarazione integrativa non sposti il momento consumativo del reato, ciò non vale quando, come in questo caso, l’utilizzo dei documenti per operazioni inesistenti avviene esclusivamente in essa. In tale circostanza, è la presentazione della dichiarazione integrativa a perfezionare il reato. Pertanto, il termine di prescrizione ha iniziato a decorrere dal settembre 2018 e non era affatto maturato al momento della sentenza.

Le conclusioni

La sentenza ribadisce che la responsabilità penale per la dichiarazione fraudolenta ricade su chi presenta materialmente la dichiarazione contenente i dati falsi. Inoltre, stabilisce un importante principio giuridico: qualora gli elementi passivi fittizi vengano inseriti per la prima volta in una dichiarazione integrativa, è la data di presentazione di quest’ultima a segnare il momento consumativo del reato, con tutte le conseguenze in termini di calcolo della prescrizione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.

Quando si considera commesso il reato di dichiarazione fraudolenta se una fattura falsa è usata solo in una dichiarazione integrativa?
Il reato si considera commesso (consumato) al momento della presentazione della dichiarazione integrativa, e non della dichiarazione originaria. È da questa data che inizia a decorrere il termine di prescrizione.

Può il liquidatore di una società essere ritenuto responsabile per una dichiarazione fraudolenta relativa a un anno d’imposta in cui non era ancora in carica?
Sì, se è lui a presentare la dichiarazione (in questo caso, integrativa) che contiene gli elementi passivi fittizi. La responsabilità penale è legata all’atto della presentazione della dichiarazione fraudolenta, a prescindere da chi gestisse la società nell’anno d’imposta di riferimento.

Cosa comporta la dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in Cassazione?
Comporta che il ricorso non viene esaminato nel merito perché ritenuto manifestamente infondato o privo dei requisiti di legge. La conseguenza è la conferma della condanna impugnata e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conerence call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati