Determinazione della pena: Quando la Cassazione Conferma la Decisione del Giudice
La corretta determinazione della pena è uno dei momenti più delicati del processo penale, in cui il giudice deve bilanciare la gravità del reato con la personalità dell’imputato. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione offre importanti chiarimenti sui limiti del sindacato di legittimità su questo aspetto, confermando che non è possibile contestare la pena semplicemente perché ritenuta eccessiva, se la decisione del giudice di merito è logica e ben motivata.
I Fatti di Causa
Il caso esaminato riguarda un individuo condannato dalla Corte d’Appello di Milano a una pena di tre anni, sei mesi e venti giorni di reclusione, oltre a una multa, per reati aggravati. La difesa dell’imputato ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando un trattamento sanzionatorio sproporzionato e illogico. Secondo il ricorrente, i giudici di merito non avrebbero considerato adeguatamente l’avvenuto risarcimento del danno in favore delle persone offese e avrebbero inflitto una pena non commisurata alla reale caratura criminale del fatto commesso.
La Decisione della Corte di Cassazione
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che le censure sollevate dalla difesa non erano altro che una riproposizione di argomentazioni già esaminate e correttamente respinte dalla Corte d’Appello. La Cassazione non può riesaminare il merito della vicenda, ma solo verificare che la decisione impugnata sia immune da vizi logici o violazioni di legge. In questo caso, il ragionamento dei giudici di merito è stato ritenuto pienamente coerente e corretto.
Le Motivazioni
La motivazione della Corte di Cassazione si fonda su un principio cardine: la valutazione sulla determinazione della pena è una prerogativa del giudice di merito, il quale dispone di un’ampia discrezionalità. Tale discrezionalità, tuttavia, deve essere esercitata seguendo i criteri indicati dall’articolo 133 del codice penale e deve essere supportata da una motivazione congruente e logica.
Nel caso specifico, la Corte d’Appello aveva giustificato la pena inflitta sulla base di tre elementi chiave:
1. Le modalità della condotta: I fatti erano stati commessi con un approccio organizzato e professionale.
2. L’entità del danno: Il pregiudizio economico causato era stato significativo.
3. La personalità dell’imputato: La presenza di precedenti penali a carico del soggetto delineava una personalità negativa.
La Cassazione ha ritenuto che tale motivazione fosse esaustiva, logica e priva di contraddizioni. Pertanto, l’apprezzamento del giudice di merito era insindacabile in sede di legittimità. Le lamentele del ricorrente, essendo generiche e non individuando uno specifico vizio logico-giuridico, sono state considerate un tentativo inammissibile di ottenere una nuova valutazione dei fatti.
Le Conclusioni
L’ordinanza ribadisce un importante insegnamento: il ricorso per Cassazione non è un terzo grado di giudizio. Per contestare la determinazione della pena, non è sufficiente sostenere che sia ‘troppo alta’. È necessario dimostrare che il giudice di merito ha commesso un errore palese nel suo ragionamento, ad esempio omettendo di considerare un elemento decisivo o basando la sua decisione su presupposti illogici. In assenza di tali vizi, la decisione sulla pena resta insindacabile. La conseguenza dell’inammissibilità del ricorso è stata la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende, a sanzione di un’impugnazione ritenuta infondata.
È possibile contestare in Cassazione la misura di una pena ritenuta troppo alta?
Sì, ma solo a condizione che si dimostri che la decisione del giudice di merito è viziata da illogicità manifesta, contraddittorietà o violazione di legge nella valutazione dei criteri previsti dall’art. 133 del codice penale. Non è sufficiente un semplice disaccordo con l’entità della pena inflitta.
Il risarcimento del danno alle vittime garantisce automaticamente uno sconto di pena?
No. Il risarcimento del danno è un elemento che il giudice deve considerare nella determinazione della pena, ma non comporta automaticamente una sua riduzione. In questo caso, pur essendo stato effettuato, i giudici hanno ritenuto prevalenti altri elementi negativi, come la professionalità nel reato e i precedenti dell’imputato.
Cosa succede quando un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
La sentenza impugnata diventa definitiva e irrevocabile. Inoltre, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di denaro alla Cassa delle ammende, come sanzione per aver proposto un ricorso privo dei requisiti di legge.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 48196 Anno 2023
Penale Ord. Sez. 7 Num. 48196 Anno 2023
Presidente: COGNOME
Relatore: NOME COGNOME
Data Udienza: 26/10/2023
ORDINANZA
sul ricorso proposto da: COGNOME NOME nato a POTENZA il DATA_NASCITA
avverso la sentenza del 02/03/2023 della CORTE APPELLO di MILANO
dato avviso alle parti; udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME;
RILEVATO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO
Con le censure dedotte nel ricorso di NOME COGNOME, il difensore AVV_NOTAIO si duole della violazione degli artt. 125, comma 3 cod. proc. pen. e 133 cod. pen., lamentando essersi fissato – a carico dell’imputato sopra nominato – un incongruo trattamento sanzionatorio, che non ha preso adeguatamente in considerazione l’avvenuto risarcimento dei danni, effettuato in favore delle persone offese ad opera del prevenuto e che, comunque, è stato parametrato in modo illogico e sproporzionato, rispetto alla caratura delinquenziale del fatto commesso.
Dette censure, esclusivamente inerenti alle valutazioni quoad poenam compiute dal giudice di merito, sono meramente riproduttive di profili di doglianza già coerentemente vagliati e disattesi – secondo un corretto argomentare giuridico – dalla Corte di appello di Milano con la sentenza impugnata. Tale pronuncia ha ritenuto il sopra nominato imputato responsabile dei reati di cui agli artt. 625 e 625 n. 2) e n 5) cod. pen. e – in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Milano del 19/07/2019 – ha rideterminato la pena inflitta in anni tre, mesi sei e giorni venti di reclusione ed euro mille di multa.
Invero, detta pronuncia evidenzia – in punto di modulazione sanzionatoria – le modalità di commissione dei fatti giudicati, valutando esaustivamente e logicamente la natura organizzata e professionale delle stesse, nonché l’entità del danno cagionato e la negativa personalità del prevenuto, come desumibile dal corredo di precedenti che egli annovera. Trattasi di motivazione congruente e logica, nonché priva di contraddittorietà di sorta e, quindi, meritevole di rimanere al riparo da qualsivoglia stigma in sede di legittimità.
Alla luce delle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, non ricorrendo ipotesi di esonero, al versamento di una somma alla Cassa delle ammende, determinabile in tremila euro, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, il 26 ottobre 2023.