Detenzione Stupefacenti: Quando la Droga Divisa in Dosi Diventa Spaccio?
La distinzione tra uso personale e spaccio di droga è una delle questioni più delicate nel diritto penale. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione fa luce sui criteri utilizzati per accertare la finalità della detenzione stupefacenti. Anche se un soggetto è un consumatore abituale, alcuni elementi specifici possono portare a una condanna per spaccio, come dimostra il caso analizzato.
I Fatti del Caso: La Condanna per Detenzione Stupefacenti
Il caso ha origine dalla condanna di un individuo, confermata in appello, per il reato di detenzione ai fini di spaccio di marijuana. La sostanza era stata trovata suddivisa in quattro confezioni separate. L’imputato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua condotta dovesse essere ricondotta all’uso personale (art. 75 D.P.R. 309/90), e quindi penalmente irrilevante, data la sua condizione di assuntore abituale e i profili ponderali della sostanza.
La Decisione della Corte di Cassazione
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e, di conseguenza, inammissibile. I giudici hanno ritenuto che i motivi presentati fossero generici e non criticassero in modo specifico le argomentazioni della corte d’appello, limitandosi a riproporre censure già respinte.
Gli Elementi Sintomatici dello Spaccio
La decisione si basa sulla valutazione di una serie di “elementi sintomatici” che, nel loro complesso, delineavano un quadro chiaro di detenzione finalizzata alla cessione a terzi. Questi elementi erano:
1. Suddivisione in dosi: La marijuana era confezionata in involucri separati, una modalità tipica della vendita al dettaglio.
2. Luogo di detenzione: La sostanza era detenuta in un luogo pubblico, non all’interno dell’abitazione per un consumo privato.
3. Materiale per il confezionamento: Durante una perquisizione domiciliare, erano stati rinvenuti involucri di cellophane con caratteristiche identiche a quelli utilizzati per confezionare la droga sequestrata.
Questi fattori, secondo la Corte, dimostravano in modo adeguato e logico che la sostanza era destinata alla vendita, indipendentemente dal fatto che l’imputato fosse anche un consumatore.
Le Motivazioni
La Corte ha sottolineato come la sentenza d’appello fosse lineare, congrua e priva di contraddizioni. Il giudice distrettuale aveva correttamente motivato la sua decisione, evidenziando come la prospettiva di cessione a terzi fosse l’unica spiegazione plausibile di fronte a tali elementi. La condizione di tossicodipendenza del soggetto non è stata considerata un fattore sufficiente a escludere l’intento di spaccio, poiché le due condizioni (consumatore e spacciatore) non si escludono a vicenda. Essendo il ricorso inammissibile e non ravvisandosi un’assenza di colpa da parte del ricorrente, la Corte lo ha condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
Conclusioni
Questa ordinanza ribadisce un principio consolidato nella giurisprudenza: per distinguere la detenzione stupefacenti per uso personale da quella finalizzata allo spaccio, non ci si basa solo sulla quantità della sostanza, ma si analizza un insieme di circostanze concrete. La suddivisione in dosi, le modalità di occultamento e il possesso di strumenti per il confezionamento sono considerati forti indicatori dell’intento di vendita. La decisione serve da monito: la condizione di consumatore non costituisce uno scudo contro un’accusa di spaccio se le prove indicano chiaramente una destinazione della droga al mercato illecito.
Quando la detenzione di sostanze stupefacenti viene considerata spaccio e non uso personale?
La detenzione è considerata spaccio quando esistono “elementi sintomatici” che indicano un’intenzione di cedere la sostanza a terzi. Nel caso specifico, la suddivisione della marijuana in involucri separati, la detenzione in luogo pubblico e il ritrovamento di materiale da confezionamento identico a casa dell’imputato sono stati ritenuti prove sufficienti.
Essere un consumatore abituale di droga esclude automaticamente l’accusa di spaccio?
No. La condizione di consumatore abituale non esclude la possibilità di essere condannati per spaccio. La Corte ha chiarito che gli elementi indicativi della cessione a terzi prevalgono, a prescindere dalla condizione personale dell’imputato.
Quali sono le conseguenze di un ricorso in Cassazione dichiarato inammissibile?
Quando un ricorso è dichiarato inammissibile, la Corte non lo esamina nel merito. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria (in questo caso, tremila euro) in favore della cassa delle ammende, poiché si ritiene che non vi sia assenza di colpa nella presentazione di un ricorso infondato.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 41368 Anno 2024
Penale Ord. Sez. 7 Num. 41368 Anno 2024
Presidente: COGNOME NOME
Relatore: COGNOME NOME
Data Udienza: 18/09/2024
ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
NOME COGNOME nato il DATA_NASCITA
avverso la sentenza del 13/02/2024 della CORTE APPELLO di GENOVA
dato avviso alle parti;
udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME;
MOTIVI DELLA DECISIONE
1.AVV_NOTAIO NOME ricorre avverso la sentenza in epigrafe la quale ha confermato la decisione del Tribunale di Genova che lo aveva ritenuto colpevole del reato di cui all’art.73 comma 5 dPR 309/90 per la detenzione, con finalità di spaccio, di sostanza stupefacente di tipo marijuana, suddivisa in quattro confezioni.
Il ricorrente deduce violazione di legge e vizio motivazionale laddove i fatti, in ragione dei profili ponderali dello stupefacente e tenuto conto delle modalità della condotta e della propria condizione di abituale assuntore di stupefacente, dovevano ritenersi penalmente irrilevanti in quanto riconducibili all’art.75 Dpr 309/90.
Ritiene il Collegio che i motivi sopra richiamati siano manifestamente infondati, in quanto generici, privi di confronto con la decisione impugnata, non scanditi da necessaria critica alle argomentazioni poste a fondamento della decisione e in contrasto con la giurisprudenza di legittimità sul punto.
La sentenza si presenta lineare e congrua, non presenta contraddizioni evidenti e pertanto non si presta di essere sottoposta al sindacato di legittimità, a fronte di argomenti di impugnazione meramente ripropositivi di censure già sviluppate nel giudizio di appello e disattese con adeguata motivazione logico giuridica. Il giudice distrettuale ha infatti adeguatamente motivato che tutti gli elementi sintomatici della condotta di detenzione con finalità di cessione dello stupefacente erano presenti in ragione della suddivisione dello stupefacente in involucri separati, della detenzione dello stesso in luogo pubblico, del rinvenimento all’interno dell’abitazione del prevenuto di involucri in cellophane dalle caratteristiche identiche a quelle in cui si presentava lo stupefacente sequestrato, così da inferirsi che lo stesso fosse detenuto in una prospettiva di cessione a terzi a prescindere dalla condizione di tossicodipendenza dell’AIT.
Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen, non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura indicata in dispositivo.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della cassa delle ammende.
Così deciso in Roma il 18 settembre 2024
Il Consigliere estensore
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