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Detenzione farmaci scaduti: non basta il dolo eventuale

La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per tentata somministrazione di presidi medici scaduti. La Corte ha stabilito che per configurare il reato di tentata detenzione farmaci scaduti a fini di somministrazione è indispensabile provare il dolo diretto, ovvero la chiara e inequivocabile volontà di utilizzare i prodotti sui pazienti. Il solo dolo eventuale, ossia la mera accettazione del rischio derivante da una cattiva organizzazione dello studio, non è considerato sufficiente per una condanna.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Detenzione farmaci scaduti: la Cassazione richiede la prova del dolo diretto

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 24756 del 2024, interviene su un tema di grande rilevanza per tutti i professionisti sanitari: la detenzione farmaci scaduti e le relative conseguenze penali. La pronuncia stabilisce un principio fondamentale: per configurare il reato di tentata somministrazione di medicinali guasti o imperfetti, non è sufficiente una generica negligenza organizzativa, ma è necessaria la prova della volontà diretta e inequivocabile di utilizzarli. Esaminiamo nel dettaglio la vicenda e le conclusioni della Suprema Corte.

I Fatti di Causa

Il caso riguarda un odontotecnico e un medico odontoiatra, rispettivamente legale rappresentante e direttore tecnico di un centro di riabilitazione dentale. A seguito di un controllo, all’interno del loro studio venivano rinvenute specialità medicinali e presidi medico-chirurgici scaduti di validità, conservati in condizioni igieniche precarie e a temperatura non controllata. Tale situazione, secondo l’accusa, esponeva i pazienti a un potenziale pericolo per la salute.

La Corte di Appello aveva condannato i due professionisti per il reato di cui all’art. 443 c.p. in forma tentata. I giudici di secondo grado avevano ritenuto che, sebbene la mera detenzione non integrasse il reato consumato, l’elevato numero di dispositivi non conformi indicasse carenze organizzative tali da comportare una “accettazione del rischio” di compromettere la salute pubblica, configurando così un’ipotesi di tentativo punibile.

Il Ricorso in Cassazione e il Dolo nel Reato Tentato

I due imputati hanno presentato ricorso per cassazione, sostenendo un punto cruciale in diritto penale: la distinzione tra dolo diretto e dolo eventuale. La difesa ha argomentato che il reato tentato richiede necessariamente il dolo diretto, ovvero la volontà consapevole e finalizzata a commettere il reato. Il ragionamento della Corte di Appello, basato sulla “accettazione del rischio”, descriveva invece una forma di dolo eventuale, che secondo i ricorrenti non sarebbe sufficiente per fondare una condanna per tentativo.

In altre parole, una cosa è voler somministrare un farmaco sapendolo scaduto; un’altra è gestire il proprio studio in modo così disorganizzato da accettare il rischio che ciò possa accadere. Per la difesa, solo la prima condotta integra il tentativo punibile.

Le Motivazioni della Sentenza: la detenzione farmaci scaduti richiede l’intenzione

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando la sentenza impugnata e rinviando il caso per un nuovo giudizio. La Suprema Corte ha ribadito la sua giurisprudenza consolidata: la detenzione per la somministrazione di farmaci guasti non integra il reato consumato di cui all’art. 443 c.p., ma può configurare un tentativo punibile ai sensi dell’art. 56 c.p. solo a due condizioni:

1. Che si tratti di un atto idoneo e diretto in modo non equivoco alla somministrazione.
2. Che l’atto sia accompagnato dalla consapevolezza del guasto o dell’imperfezione del prodotto.

Il punto centrale della decisione è che il tentativo richiede un quid pluris rispetto alla mera accettazione del rischio. È indispensabile accertare, anche tramite indizi, che l’agente avesse l’intenzione di somministrare i farmaci che sapeva essere guasti. Il dolo eventuale non basta. La Corte ha definito “equivoca” la sentenza di appello, poiché evocava il “rischio di compromissione” senza chiarire se gli imputati avessero direttamente voluto la somministrazione o se avessero solo agito con negligenza.

La Suprema Corte ha sottolineato che l’inidoneità dell’assetto organizzativo non implica, di per sé, una volontà diretta di somministrazione. Questa volontà deve essere specificamente indagata e provata nel processo.

Conclusioni

Questa sentenza traccia una linea netta tra la responsabilità colposa, legata a difetti organizzativi, e la responsabilità dolosa richiesta per il delitto tentato. Per i professionisti sanitari, il principio è chiaro: la detenzione farmaci scaduti diventa penalmente rilevante come tentativo solo se l’accusa riesce a provare che vi era l’intenzione specifica di utilizzarli sui pazienti, nonostante la loro condizione. La semplice negligenza nella gestione del magazzino, pur potendo avere altre conseguenze, non è di per sé sufficiente a sostenere una condanna per un reato così grave. La Corte di Appello di Napoli dovrà ora riesaminare il caso attenendosi a questo fondamentale principio di diritto.

La semplice detenzione di farmaci scaduti in uno studio medico è sempre reato?
No. Secondo la sentenza, la mera detenzione non integra il reato consumato previsto dall’art. 443 c.p. Può, tuttavia, configurare un’ipotesi di tentativo punibile solo a determinate e specifiche condizioni.

Cosa serve per essere condannati per tentata somministrazione di farmaci scaduti?
È necessario che l’accusa dimostri la presenza di un “dolo diretto”. Ciò significa provare che l’agente non solo era consapevole che i farmaci fossero scaduti o imperfetti, ma aveva anche l’intenzione specifica e inequivocabile di somministrarli ai pazienti.

Una cattiva organizzazione dello studio medico, che porta a conservare farmaci scaduti, è sufficiente per una condanna per tentativo?
No. La sentenza chiarisce che la sola “accettazione del rischio” derivante da carenze organizzative (che configura un dolo eventuale o una colpa) non è sufficiente per integrare il delitto tentato. L’inidoneità dell’assetto organizzativo non implica di per sé la volontà diretta di somministrare i prodotti scaduti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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