Detenzione Domiciliare Negata: L’Importanza della Reperibilità del Condannato
L’accesso a misure alternative alla pena detentiva, come la detenzione domiciliare, è subordinato al rispetto di precisi requisiti non solo normativi, ma anche comportamentali. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: la collaborazione e la reperibilità del condannato sono condizioni imprescindibili per la valutazione della richiesta. Se il soggetto si rende irreperibile, impedendo di fatto agli organi competenti di svolgere le necessarie verifiche, la sua istanza è destinata al fallimento. Analizziamo insieme questa importante decisione.
I Fatti del Caso
Il caso trae origine dalla decisione del Tribunale di Sorveglianza di Catanzaro, che aveva respinto la richiesta di detenzione domiciliare avanzata da una condannata. Secondo il Tribunale, la richiedente si era resa irreperibile, non aveva fornito un indirizzo valido e non aveva mostrato alcuna condotta diligente volta a facilitare il lavoro dell’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (UEPE). Quest’ultimo, infatti, non era stato in grado di redigere la relazione sociale, documento essenziale per permettere al Tribunale di valutare l’idoneità della misura alternativa.
Contro questa decisione, la condannata ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua mancata presentazione all’UEPE fosse dovuta a un mero disguido.
La Decisione della Corte di Cassazione e la negazione della detenzione domiciliare
La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando in toto la linea del Tribunale di Sorveglianza. Gli Ermellini hanno stabilito che le censure difensive non erano in grado di scalfire il nucleo della motivazione del provvedimento impugnato. La decisione si fonda su un dato di fatto decisivo: la condotta non collaborativa e l’irreperibilità della richiedente.
La Corte ha quindi condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende, ponendo fine alla vicenda.
Le Motivazioni: Irreperibilità e Mancanza di Collaborazione
La motivazione della Corte Suprema si articola su due punti principali.
In primo luogo, viene sottolineato come la mancanza di una stabile residenza e l’irreperibilità del condannato siano ostacoli insormontabili all’esame di una richiesta di misura alternativa. La Corte ha richiamato la propria giurisprudenza consolidata (in particolare la sentenza n. 27347/2019), secondo cui è legittimo il rigetto di un’istanza quando la mancanza di una residenza stabile impedisce al servizio sociale “un costante contatto diretto con il condannato, necessario all’espletamento delle indispensabili funzioni di supporto e controllo”. Senza un indirizzo certo, l’UEPE non può svolgere il suo ruolo, e il Tribunale non ha gli strumenti per valutare la richiesta.
In secondo luogo, la Corte ha smontato la giustificazione della ricorrente relativa al “mero disguido”. Questa deduzione è stata ritenuta irrilevante per due ragioni:
1. Si tratta di un elemento di fatto che doveva essere provato nel merito e non può essere introdotto per la prima volta in Cassazione come vizio di omessa valutazione.
2. La circostanza non è stata in alcun modo documentata né allegata nel ricorso in conformità al principio di autosufficienza, secondo cui il ricorso deve contenere tutti gli elementi necessari a dimostrare le proprie ragioni, senza che il giudice debba ricercarli altrove.
Le Conclusioni: Implicazioni Pratiche della Decisione
Questa ordinanza offre un’importante lezione pratica: chi aspira a ottenere una misura alternativa alla detenzione deve assumere un ruolo attivo e collaborativo. Non è sufficiente presentare un’istanza; è necessario rendersi reperibili, fornire un indirizzo stabile e valido, e cooperare pienamente con l’UEPE per consentire la redazione della relazione socio-familiare.
L’irreperibilità non è solo un ostacolo pratico, ma viene interpretata dai giudici come un indice di inaffidabilità e di mancanza di diligenza, elementi che minano alla base la fiducia necessaria per la concessione di benefici come la detenzione domiciliare. In sintesi, la porta del carcere si può aprire verso una misura alternativa solo se il condannato dimostra con i fatti di essere un interlocutore serio e presente per lo Stato.
Può essere negata la detenzione domiciliare se una persona non ha una residenza stabile?
Sì, la Corte di Cassazione conferma che il rigetto di una misura alternativa è legittimo se si basa sulla mancanza di una stabile residenza del condannato, poiché tale assenza impedisce ai servizi sociali di esercitare le indispensabili funzioni di supporto e controllo.
Cosa succede se un condannato diventa irreperibile dopo aver richiesto una misura alternativa?
Se un condannato si rende irreperibile e non fornisce un indirizzo, la sua richiesta di misura alternativa, come la detenzione domiciliare, può essere legittimamente respinta. Tale comportamento è considerato una mancanza di condotta diligente, necessaria per consentire all’UEPE di effettuare le valutazioni indispensabili.
È sufficiente addurre un “mero disguido” per giustificare la mancata collaborazione con le autorità?
No, non è sufficiente. Secondo la Corte, una simile giustificazione, per essere presa in considerazione, deve essere adeguatamente documentata e allegata nel ricorso secondo il principio di autosufficienza. In caso contrario, è considerata una deduzione irrilevante.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 39674 Anno 2025
Penale Ord. Sez. 7 Num. 39674 Anno 2025
Presidente: COGNOME NOME
Relatore: COGNOME NOME
Data Udienza: 20/11/2025
ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
COGNOME NOME NOME a STRONGOLI il DATA_NASCITA
avverso l’ordinanza del 13/02/2025 del TRIB. SORVEGLIANZA di CATANZARO
dato avviso alle parti;
udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME;
)
RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO
EsamiNOME il ricorso proposto avverso l’ordinanza in data 13/02/2025, con la quale il Tribunale di sorveglianza di Catanzaro ha rigettato la richiesta detenzione domiciliare, come avanzata da NOME COGNOME;
Ritenuto che le censure difensive non si confrontano con il dato decisivo evidenziato dalla motivazione del provvedimento, costituito dal fatto che la condanna si è resa irreperibile, non ha fornito un proprio indirizzo e non h mostrato alcuna condotta diligente per consentire all’UEPE l’espletamento della relazione sociale indispensabile ai fini della valutazione della richiesta;
che tale comportamento è stato valutato unitamente agli altri elementi in quella fase a disposizione del Tribunale di sorveglianza;
che tali conclusioni, tenuto conto dell’assenza di dati certi sull’attu condizione anagrafica del ricorrente, appaiono rispettose della giurisprudenza di questa Corte, secondo cui è legittimo il rigetto della richiesta di una misu alternativa «fondato sulla mancanza di una sua stabile residenza, atteso che detta mancanza impedisce al servizio sociale un costante contatto diretto con il condanNOME, necessario all’espletamento delle indispensabili funzioni di supporto e controllo » (Sez. 1, n. 27347 del 17/05/2019, NOME, Rv. 276198 – 01).
che la deduzione della sussistenza di un mero disguido che avrebbe comportato la mancata presentazione della condannata all’UEPE non può assumere rilievo, per un verso perché si tratta di elemento di fatto rilevante n giudizio di ammissibilità laddove si censura l’omessa valutazione dello stesso e per altro verso perché la circostanza non è documentalmente emersa né è stata allegata in ossequio al principio di autosufficienza;
Per queste ragioni, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con l conseguente condanna dekcorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende;
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna.kcorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende.
Così deciso il 20 novembre 2025
Il Consigliere estensore
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