Detenzione Domiciliare e Domicilio Effettivo: L’Analisi della Cassazione
La concessione della detenzione domiciliare rappresenta un punto cruciale nel percorso di esecuzione della pena, bilanciando le esigenze di controllo sociale con quelle di risocializzazione del condannato. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato un caso interessante, chiarendo come la valutazione del domicilio di fatto del condannato influenzi la scelta della misura alternativa più adeguata, anche quando tale domicilio si trovi lontano dal tribunale competente.
I Fatti del Caso: Domicilio Lontano e Richiesta di Misure Alternative
Il caso trae origine dal ricorso di un uomo condannato, al quale il Tribunale di Sorveglianza di una città del Sud Italia aveva concesso la detenzione domiciliare. Tuttavia, il condannato lamentava una presunta contraddizione nella decisione: il Tribunale aveva respinto le sue richieste per altre misure, come l’affidamento in prova al servizio sociale, sulla base del fatto che il suo domicilio attuale non era più nella città di competenza del Tribunale, bensì in una località del Nord. Allo stesso tempo, però, nel concedere la detenzione domiciliare, aveva stabilito la competenza del Magistrato di Sorveglianza della città del Sud.
Secondo il ricorrente, questa decisione era irragionevole: se il domicilio lontano era un ostacolo per una misura, doveva esserlo anche per l’altra. Il suo ricorso in Cassazione si fondava proprio su questa apparente illogicità.
La Decisione della Cassazione sulla Detenzione Domiciliare
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici supremi hanno spiegato che la decisione del Tribunale di Sorveglianza non era affatto contraddittoria, ma basata su una valutazione logica e ponderata degli elementi a disposizione.
La Valutazione del Domicilio di Fatto
Il provvedimento impugnato aveva preso in considerazione il domicilio di fatto del condannato, situato a centinaia di chilometri di distanza, non come un ostacolo assoluto, ma come un elemento per valutare la serietà e la fattibilità dell’istanza. L’istanza originale, infatti, prevedeva un’attività lavorativa proprio nella città del Sud. Il giudice di merito ha quindi dovuto considerare la coerenza del progetto rieducativo proposto.
La Scelta tra Detenzione Domiciliare e Altre Misure
La scelta di concedere la detenzione domiciliare anziché misure diverse, come l’affidamento in prova, è stata motivata dalla necessità di contemperare la residua pericolosità del soggetto con le esigenze di controllo e di risocializzazione. Il Tribunale ha ritenuto che, alla luce dei precedenti penali del condannato, definiti di “scarso allarme sociale”, la detenzione domiciliare fosse il regime di espiazione della pena più idoneo a garantire un adeguato controllo, pur favorendo un percorso di reinserimento.
Le Motivazioni
Le motivazioni della Corte Suprema si fondano sul principio che il giudice della sorveglianza gode di un’ampia discrezionalità nel scegliere la misura alternativa più adatta al singolo caso. La valutazione non è meccanica, ma deve tenere conto di una pluralità di fattori: la personalità del condannato, i suoi precedenti, il suo comportamento, il contesto sociale e, come in questo caso, la logistica del progetto di reinserimento. Il domicilio lontano non è un impedimento di per sé, ma un dato che il giudice utilizza per calibrare la sua decisione. La contraddizione lamentata dal ricorrente era solo apparente, poiché le diverse misure alternative hanno presupposti e finalità differenti. La detenzione domiciliare, pur essendo una misura extramuraria, garantisce un livello di controllo più stringente rispetto all’affidamento in prova, ed è stata ritenuta più appropriata per il profilo del condannato.
Conclusioni
Questa ordinanza ribadisce un principio fondamentale nell’esecuzione penale: la flessibilità e l’individualizzazione del trattamento sanzionatorio. La decisione del Tribunale di Sorveglianza, confermata dalla Cassazione, dimostra come il domicilio di fatto e la competenza territoriale possano essere gestiti in modo non rigido, per trovare la soluzione più equilibrata. La scelta di concedere la detenzione domiciliare è il risultato di un bilanciamento tra la necessità di monitorare il condannato e l’obiettivo di favorire la sua risocializzazione, anche quando le circostanze logistiche presentano delle complessità. La decisione finale spetta al giudice, che deve motivare la sua scelta in base a una valutazione complessiva della situazione concreta.
Può essere concessa la detenzione domiciliare anche se il domicilio di fatto del condannato è lontano dal tribunale competente?
Sì, la Corte ha chiarito che il domicilio di fatto, anche se lontano, viene preso in considerazione dal giudice per valutare la serietà e la fattibilità dell’istanza, ma non preclude necessariamente la concessione della misura e la determinazione della competenza.
Perché il giudice ha preferito la detenzione domiciliare ad altre misure come l’affidamento in prova?
La scelta è stata motivata dalla necessità di bilanciare la residua pericolosità del condannato, desunta dai suoi precedenti penali, con le esigenze di controllo e risocializzazione. La detenzione domiciliare è stata ritenuta un regime più idoneo a garantire questo equilibrio nel caso specifico.
Cosa comporta la dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in Cassazione?
La dichiarazione di inammissibilità comporta che il ricorso non venga esaminato nel merito. Inoltre, come in questo caso, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di denaro alla Cassa delle ammende.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 37756 Anno 2024
Penale Ord. Sez. 7 Num. 37756 Anno 2024
Presidente: COGNOME
Relatore: COGNOME NOME
Data Udienza: 26/09/2024
ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
COGNOME NOME nato a NAPOLI il DATA_NASCITA
avverso l’ordinanza del 16/04/2024 del TRIB. SORVEGLIANZA di NAPOLI
dato avviso alle parti;
udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME
RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO
Esaminato il ricorso proposto avverso l’ordinanza in data 16 aprile 2024, con la quale il Tribunale di sorveglianza di Napoli ha accolto l’istanza di detenzione domiciliare avanzata da NOME COGNOME;
Ritenuto che si lamenta il mancato accoglimento delle istanze ex art. 47 e 50 ord. pen., in ragione del fatto che non era più attuale il suo domicilio a Napoli e i due motivi si incentrano sull’irragionevole e contraddittoria affermazione che egli non potrebbe essere affidato al servizio sociale in Napoli mentre la detenzione domiciliare è concessa stabilendo la competenza del Magistrato di sorveglianza di Napoli;
che il provvedimento in realtà prende in considerazione il domicilio di fatto del condannato ben lontano da Napoli (in particolare, a Rho) ai fini di valutare la serietà dell’istanza che prevedeva l’attività lavorativa in Napoli e motiva la scelta del regime di espiazione della pena nelle forme della detenzione domiciliare, anziché con misure diverse, in ragione della sua residua pericolosità da contemperare con le esigenze di controllo e di risocializzazione («alla luce di quanto sopra evidenziato, ed in particolare con riguardo ai precedenti penali di scarso allarme sociale»);
che per queste ragioni, il ricorso va dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, non ricorrendo ipotesi di esonero, al versamento di una somma alla Cassa delle ammende, determinabile in tremila euro, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila in favore della Cassa delle ammende.
Così deciso il 26 settembre 2024 Il C GLYPH igliere estensore GLYPH
Il Presidente