Detenzione di Stupefacenti: Anche un Basso Principio Attivo Configura Reato
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha affrontato un caso di detenzione di stupefacenti, chiarendo un principio fondamentale: una bassa percentuale di principio attivo (THC) non esclude la responsabilità penale se la quantità complessiva della sostanza è notevole. Questa decisione offre spunti cruciali sul concetto di “offensività della condotta” nei reati legati alla droga, confermando un orientamento consolidato.
I Fatti del Caso
Un soggetto veniva condannato sia in primo grado dal Tribunale di Udine che in secondo grado dalla Corte d’Appello di Trieste alla pena di due anni di reclusione e ottomila euro di multa. L’accusa era quella prevista dall’art. 73, comma 4, del d.P.R. 309/1990, per aver detenuto un ingente quantitativo di marijuana, pari a un peso complessivo di 5,275 chilogrammi. L’imputato, non rassegnandosi alla condanna, proponeva ricorso per Cassazione, affidandosi a una specifica linea difensiva.
La Tesi Difensiva: La Mancanza di Offensività
Il perno del ricorso era l’erronea applicazione della legge penale, in particolare la violazione dell’art. 49, comma 2, del codice penale, che disciplina il cosiddetto “reato impossibile”. Secondo la difesa, le analisi qualitative e quantitative effettuate sulla sostanza sequestrata avevano rivelato una percentuale di principio attivo (THC) estremamente ridotta, pari allo 0,5%. Tale dato, a dire del ricorrente, rendeva la condotta priva di concreta offensività, ovvero incapace di ledere o porre in pericolo il bene giuridico tutelato dalla norma, cioè la salute pubblica.
Le Motivazioni della Cassazione sulla Detenzione di Stupefacenti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo manifestamente infondato. I giudici hanno sottolineato come gli argomenti difensivi non fossero altro che una riproposizione di censure già esaminate e correttamente respinte dalla Corte d’Appello. La Suprema Corte ha confermato la validità del ragionamento del giudice di merito, il quale aveva evidenziato due punti cruciali.
In primo luogo, la modesta percentuale di principio attivo non era di per sé sufficiente a escludere l’offensività del fatto. Ciò che conta, secondo la Corte, è il potenziale dannoso complessivo della sostanza. In questo caso specifico, nonostante il basso THC, dal quantitativo totale di marijuana era comunque possibile ricavare ben 1.036 dosi medie singole. Un numero così elevato di dosi rappresenta una minaccia concreta per la salute pubblica, integrando pienamente il requisito dell’offensività.
In secondo luogo, la Corte ha ribadito la notevole consistenza del quantitativo detenuto, palesemente superiore al fabbisogno per un uso meramente personale.
Le Conclusioni: Cosa Insegna Questa Ordinanza
Questa pronuncia rafforza un principio giuridico consolidato in materia di detenzione di stupefacenti: la valutazione sulla pericolosità della condotta deve essere effettuata in modo complessivo, senza fermarsi a un singolo dato come la percentuale di principio attivo. La legge non punisce la detenzione di una sostanza chimica pura, ma il possesso di una quantità di droga che, immessa sul mercato, può raggiungere un numero elevato di consumatori. Pertanto, possedere oltre 5 kg di marijuana, anche se di scarsa qualità, costituisce un reato grave perché rappresenta un pericolo concreto e diffuso. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Un basso principio attivo (THC) nella marijuana può escludere il reato di detenzione di stupefacenti?
No. Secondo la Corte di Cassazione, un basso principio attivo non esclude automaticamente il reato se il quantitativo totale della sostanza è ingente e permette di ricavare un numero significativo di dosi medie singole.
Come si valuta l’offensività della condotta nella detenzione di droga?
L’offensività si valuta considerando non solo la percentuale di principio attivo, ma anche il peso complessivo della sostanza e il numero di dosi che se ne possono ricavare. La capacità di diffondere la sostanza sul mercato, anche se di bassa qualità, è sufficiente a renderla pericolosa.
Cosa succede quando un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
Quando il ricorso è dichiarato inammissibile, la Corte non esamina il merito della questione. La sentenza impugnata diventa definitiva e il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma alla Cassa delle ammende.
Testo del provvedimento
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 44451 Anno 2023
Penale Ord. Sez. 7 Num. 44451 Anno 2023
Presidente: COGNOME NOME
Relatore: COGNOME NOME
Data Udienza: 05/10/2023
ORDINANZA
sul ricorso proposto da: BINA.] COGNOME nato il DATA_NASCITA
avverso la sentenza del 06/06/2022 della CORTE APPELLO di TRIESTE
dato avviso alle parti;
udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME;
MOTIVI DELLA DECISIONE
Con la sentenza in epigrafe, la Corte di appello di Trieste ha confermato la sentenza del Tribunale di Udine del 10 luglio 2019, con cui NOME COGNOME era stato condannato alla pena di anni due di reclusione ed ottomila di multa in relazione al reato di cui all’art. 73, comma 4, d.P.R. n. 309 del 1990 (detenzione di marijuana del peso complessivo di kg. 5,275 di marijuana).
COGNOME, a mezzo del proprio difensore, ricorre per Cassazione avverso la sentenza della Corte di appello per erronea applicazione della legge penale per inosservanza degli artt. 49, comma 2, cod. pen. e 73, d.P.R. n. 309 del 1990.
Si censura l’omessa valutazione del dato desunto dalle analisi qualitative e quantitative dello stupefacente sequestrato, di entità estremamente ridotta tale da escludere la concreta offensività della condotta.
Il ricorso è manifestamente infondato, in quanto riproduttivo di profili di censura già adeguatamente vagliati e disattesi dal giudice di merito e non scanditi da specifica critica delle argomentazioni a base della sentenza.
La Corte territoriale, infatti, ha sottolineato che la modesta percentuale di principio attivo rilevata (0,5%) non escludeva l’offensività della condotta dell’imputato, in ragione della possibilità di ricavare comunque ben 1.036 dosi medie singole dal quantitativo di marijuana (pag. 3).
Nella sentenza impugnata è stata correttamente evidenziata la notevole consistenza del quantitativo di marijuana posseduta, sicuramente superiore al fabbisogno personale.
Per tali ragioni il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, non sussistendo ipotesi di esonero, al versamento di una somma alla Cassa delle ammende, determinabile in euro tremila, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen.
P. Q. M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro tremila alla Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma il 5 ottobre 2023.