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Daspo Urbano: quando si configura il reato?

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per la violazione del daspo urbano. La sentenza stabilisce un principio chiave: per configurare il reato è sufficiente il mero accesso o attraversamento dell’area interdetta, non essendo necessario dimostrare lo stazionamento o la sosta prolungata. Il ricorso dell’imputato, che sosteneva l’insussistenza del reato per il solo fatto di transitare, è stato dichiarato inammissibile.

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Pubblicato il 8 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Daspo Urbano: Anche il Semplice Transito è Reato

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha consolidato un’interpretazione rigorosa in materia di daspo urbano, stabilendo che la violazione del divieto si concretizza con il semplice accesso all’area interdetta, senza che sia necessario provare un effettivo “stazionamento”. Questa decisione chiarisce i confini del reato previsto dall’art. 10 del D.L. n. 14/2017, offrendo un importante precedente per l’applicazione di questa misura di prevenzione.

I Fatti del Caso

Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguarda un individuo condannato sia in primo grado che in appello per aver violato un provvedimento di daspo urbano emesso dal Questore di Palermo. Il provvedimento gli vietava di accedere e stazionare in diverse aree della città, tra cui una specifica via, a causa di precedenti condotte legate all’attività di parcheggiatore abusivo.

In data 27 febbraio 2019, l’uomo veniva sorpreso dalle forze dell’ordine mentre si trovava all’intersezione di una delle strade a lui interdette. La sua difesa ha sostenuto, nel ricorso per cassazione, che la condotta non costituisse reato, in quanto si trattava di un mero attraversamento dell’area e non di uno stazionamento, elemento che, a suo dire, sarebbe stato necessario per integrare la fattispecie criminosa.

La Violazione del Daspo Urbano e la Decisione della Cassazione

La Corte di Cassazione ha respinto categoricamente la tesi difensiva, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il nucleo del reato di violazione del daspo urbano risiede nel mancato rispetto del “divieto di accesso” imposto dal Questore. La norma non richiede ulteriori condotte, come la sosta o la permanenza prolungata, per essere violata.

Il provvedimento amministrativo vieta l’ingresso in determinate aree, e il semplice fatto di trovarsi al loro interno, anche solo per transitarvi, è sufficiente a configurare la responsabilità penale. La Corte ha sottolineato come il legislatore abbia inteso punire la mera presenza del soggetto in luoghi dai quali deve restare lontano per tutelare la sicurezza pubblica, rendendo irrilevante la finalità o la durata di tale presenza.

Le Motivazioni della Corte

La motivazione della sentenza si fonda su un’analisi letterale e teleologica della norma. L’art. 10, comma 2, del D.L. n. 14/2017 punisce la violazione del “divieto di accesso ad una o più delle aree”. La parola “accesso” implica l’atto di entrare, di varcare i confini di un’area, ed è questa condotta che viene sanzionata.

I giudici hanno specificato che, sebbene il provvedimento del Questore menzionasse sia il divieto di accesso sia quello di stazionamento, la norma penale sanziona la trasgressione al primo. Pertanto, l’aver semplicemente attraversato la via interdetta integra pienamente il reato contestato. Inoltre, la Corte ha confermato la corretta applicazione della sanzione penale (arresto da sei mesi a un anno), introdotta dal D.L. n. 113/2018, in vigore dal 4 dicembre 2018 e quindi pienamente applicabile al fatto, commesso nel febbraio 2019.

Le Conclusioni e le Implicazioni Pratiche

La pronuncia della Cassazione ha importanti implicazioni pratiche. Essa stabilisce che chi è destinatario di un provvedimento di daspo urbano deve astenersi completamente dall’entrare nelle aree specificate. Non esistono eccezioni legate alla rapidità del passaggio o alla mancanza di un’intenzione di fermarsi. Il semplice transito è sufficiente per essere perseguiti penalmente. Questa interpretazione rafforza l’efficacia dello strumento del daspo urbano come misura preventiva, volta a rimuovere fisicamente da contesti problematici soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza urbana, garantendo un’applicazione chiara e inequivocabile della norma.

Per violare un daspo urbano è necessario essere sorpresi a sostare o è sufficiente passare attraverso l’area proibita?
No, non è necessario essere sorpresi a sostare (c.d. stazionamento). La Corte di Cassazione ha chiarito che il reato si configura con il semplice accesso o attraversamento dell’area interdetta, poiché la norma punisce la violazione del “divieto di accesso”.

Qual è la sanzione prevista per la violazione del daspo urbano?
Secondo la normativa vigente al momento del fatto (modificata dal D.L. 113/2018), la violazione del divieto di accesso previsto dal daspo urbano è punita con la pena dell’arresto da sei mesi a un anno.

È possibile contestare la legittimità del provvedimento del Questore durante il processo penale per la sua violazione?
No. La sentenza chiarisce che il processo penale ha per oggetto la violazione dell’ordine, non la sua legittimità. Il provvedimento del Questore deve essere impugnato nelle sedi amministrative competenti; se non lo si fa, non è possibile metterne in discussione il merito durante il procedimento penale per la sua trasgressione.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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