LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

DASPO recidivo: 5 anni di divieto sono legittimi?

La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un DASPO recidivo della durata minima di cinque anni, anche a fronte di un precedente provvedimento risalente a oltre 25 anni prima. La sentenza ha stabilito che i termini per la difesa sono stati rispettati, l’estensione del divieto alle partite amichevoli è lecita se queste sono pubblicizzate e un obbligo di firma plurimo è giustificato dalla pericolosità del soggetto. La Corte ha sottolineato che, in assenza di un formale percorso di riabilitazione, un precedente DASPO legittima l’applicazione delle sanzioni più severe previste per i recidivi.

Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 17 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

DASPO recidivo: la Cassazione conferma la legittimità del divieto minimo di 5 anni

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12558/2023, ha affrontato un caso di DASPO recidivo, fornendo chiarimenti cruciali sulla durata minima della misura e sui presupposti per la sua applicazione. La decisione analizza la posizione di un tifoso già colpito da un DASPO 27 anni prima, confermando la legittimità di un nuovo divieto di almeno cinque anni con obbligo di firma. Questo provvedimento ribadisce il rigore del legislatore verso chi reitera condotte pericolose in ambito sportivo.

I Fatti del Caso

Un tifoso, già destinatario di un DASPO nel 1995, veniva raggiunto da un nuovo provvedimento emesso dal Questore a seguito di gravi episodi di violenza. La misura gli imponeva il divieto di accedere a tutti i luoghi, in Italia e all’estero, dove si svolgevano manifestazioni sportive della sua squadra del cuore, incluse le partite amichevoli. Inoltre, il provvedimento prevedeva l’obbligo di presentazione presso un ufficio di polizia in concomitanza con tali eventi, con una frequenza di ben tre volte per le partite giocate in casa.

L’interessato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando quattro principali violazioni:
1. Compressione del diritto di difesa: il tempo concesso tra la notifica del DASPO e la convalida del GIP sarebbe stato insufficiente per predisporre un’adeguata difesa.
2. Estensione illegittima alle partite amichevoli: la difficoltà di conoscere la programmazione di tali incontri renderebbe l’obbligo inesigibile.
3. Obbligo di firma plurimo e sproporzionato: la richiesta di presentarsi tre volte in occasione delle partite in casa è stata ritenuta eccessiva rispetto ad altri soggetti coinvolti nei medesimi fatti.
4. Motivazione carente sulla durata: l’applicazione automatica della durata minima di cinque anni, prevista per il DASPO recidivo, non avrebbe tenuto conto del lungo lasso di tempo trascorso dal precedente provvedimento.

L’Analisi della Corte sul DASPO recidivo

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendo infondate tutte le doglianze. In primo luogo, ha stabilito che i termini procedurali sono stati rispettati, garantendo alla difesa un tempo sufficiente (superiore alle 48 ore dalla notifica) per presentare le proprie memorie prima della decisione di convalida del GIP.

Estensione del divieto e obblighi di presentazione

In merito all’estensione del divieto alle partite amichevoli, la Corte ha ribadito un principio consolidato: l’obbligo è legittimo a condizione che tali eventi siano programmati e pubblicizzati attraverso i normali canali di comunicazione (stampa, web, radio), rendendoli così conoscibili al destinatario della misura. Per quanto riguarda il triplice obbligo di firma, i giudici hanno ritenuto la motivazione del provvedimento adeguata. La decisione è stata giustificata per relationem, richiamando l’atto del Questore che evidenziava la “spiccata pericolosità” e la “particolare pervicacia” del soggetto, il cui comportamento era volto a ricercare lo scontro non solo con la tifoseria avversaria ma anche con le forze dell’ordine.

Le Motivazioni

Il punto centrale della sentenza riguarda la legittimità della durata della misura per il DASPO recidivo. La difesa sosteneva che il notevole tempo trascorso dal primo DASPO (27 anni) avrebbe dovuto indurre il giudice a una valutazione più attenuata. La Cassazione, tuttavia, ha chiarito che la legge non pone limiti temporali per la configurazione della recidiva amministrativa. La norma prevede che “nei confronti della persona già destinataria del divieto […] la durata del nuovo divieto e della prescrizione non può essere inferiore a cinque anni”.

I giudici hanno spiegato che, sebbene non si tratti di un automatismo, la condizione di recidivo fa scattare una presunzione di maggiore pericolosità. Tale presunzione diventa “relativa” quando il precedente è datato, ma spetta all’interessato dimostrare di aver intrapreso un percorso di risocializzazione, ad esempio chiedendo la riabilitazione prevista dalla stessa normativa. In assenza di tale prova, e a fronte di una nuova condotta gravemente aggressiva (nel caso di specie, il soggetto è stato ripreso mentre cercava lo scontro armato di una cintura con fibbia metallica), il giudice è tenuto a rispettare il minimo edittale di cinque anni. La valutazione sulla pericolosità attuale del soggetto, dunque, si somma alla sua condizione giuridica di recidivo, giustificando pienamente la severità della misura.

Le Conclusioni

La sentenza consolida un orientamento rigoroso in materia di misure di prevenzione negli stadi. La condizione di DASPO recidivo non decade con il semplice passare del tempo. Per evitare l’applicazione della sanzione minima di cinque anni, non basta l’assenza di condotte illecite per un lungo periodo, ma è necessario un atto formale di riabilitazione. In mancanza di ciò, la valutazione del giudice si concentra sulla gravità dei nuovi fatti e sulla pericolosità attuale del soggetto, elementi che, se presenti, rendono pienamente legittima l’applicazione del trattamento sanzionatorio più severo. La decisione riafferma la natura preventiva del DASPO, finalizzato a neutralizzare la pericolosità di specifici individui per tutelare l’ordine pubblico durante le manifestazioni sportive.

Quanto tempo ha la difesa per opporsi alla convalida di un DASPO?
Secondo la sentenza, la legge garantisce un termine di 48 ore dalla notifica del provvedimento del Questore affinché l’interessato possa presentare memorie e deduzioni al giudice della convalida. La decisione di quest’ultimo non può intervenire prima che sia decorso tale termine.

L’obbligo di firma per un DASPO si applica anche alle partite amichevoli?
Sì, la Corte di Cassazione conferma che l’obbligo di presentazione alla polizia può estendersi anche alle partite cosiddette “amichevoli”, ma a una condizione precisa: che tali incontri siano stati programmati e pubblicizzati attraverso i normali strumenti di diffusione (stampa, siti web, radio, ecc.), in modo da essere previamente conoscibili.

Un DASPO molto vecchio può giustificare una nuova sanzione minima di 5 anni per un DASPO recidivo?
Sì. La Corte ha chiarito che la qualifica di “recidivo” non svanisce con il tempo. Anche un DASPO emesso molti anni prima (nel caso specifico, 27 anni prima) comporta l’applicazione di una durata minima di cinque anni per il nuovo provvedimento. Questa presunzione di maggiore pericolosità può essere superata solo se l’interessato ha ottenuto una formale riabilitazione; in caso contrario, la valutazione del giudice si baserà sulla gravità della nuova condotta.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conerence call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati