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DASPO per recidiva: valutazione della pericolosità

Un tifoso, già destinatario di un DASPO oltre vent’anni prima, ne riceve uno nuovo per condotte provocatorie durante una partita. La Corte di Cassazione, nel dichiarare inammissibile il ricorso, ha stabilito un principio fondamentale sul DASPO per recidiva: la durata della misura non è automatica ma deve essere giustificata da una valutazione concreta della pericolosità attuale del soggetto, basata sulla gravità dei nuovi fatti commessi.

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Pubblicato il 11 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

DASPO per recidiva: la Cassazione sulla pericolosità sociale

Il tema della violenza negli stadi è costantemente al centro del dibattito pubblico e giuridico. Uno degli strumenti più incisivi per contrastare questo fenomeno è il DASPO, ovvero il divieto di accesso alle manifestazioni sportive. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (Sentenza n. 3971/2026) ha fornito importanti chiarimenti sui criteri di applicazione del DASPO per recidiva, sottolineando come la sua durata debba essere ancorata a una valutazione concreta della pericolosità attuale del soggetto e non a un mero automatismo legato al suo passato.

I fatti del caso: condotta provocatoria e un precedente di 23 anni

Il caso esaminato riguarda un tifoso che, durante un incontro di calcio, si era reso responsabile di reiterate condotte provocatorie, minacciose e intimidatorie nei confronti dei sostenitori della squadra avversaria. Tali comportamenti, avvenuti sotto la diretta osservazione delle forze dell’ordine, avevano portato alla sua identificazione e al suo allontanamento dall’impianto sportivo.

L’autorità di pubblica sicurezza (il Questore) ha emesso nei suoi confronti un provvedimento di DASPO della durata di cinque anni, accompagnato dall’obbligo di presentarsi presso la stazione dei Carabinieri in occasione delle partite della sua squadra. Elemento peculiare del caso era che il soggetto era già stato destinatario di un provvedimento analogo ben 23 anni prima.

Il tifoso ha impugnato la misura, sostenendo che fosse sproporzionata ed eccessiva, e che il precedente, così lontano nel tempo, non potesse giustificare una tale severità.

L’intervento della Corte e il principio sul DASPO per recidiva

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, cogliendo l’occasione per ribadire i principi che governano la convalida del DASPO per recidiva. La legge prevede che, in caso di recidiva, la durata del divieto non possa essere inferiore a cinque anni e debba essere sempre accompagnata dall’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Tuttavia, i giudici hanno chiarito che questo non esime l’autorità giudiziaria da un controllo penetrante. Il giudice della convalida deve verificare:
1. La riconducibilità delle condotte alle ipotesi previste dalla legge.
2. L’attribuibilità dei fatti al soggetto.
3. La pericolosità concreta e attuale del destinatario della misura.
4. La congruità della durata del provvedimento.

Il cuore della decisione risiede proprio nella necessità di non applicare la legge in modo meccanico. La recidiva è un presupposto che inasprisce la sanzione, ma la durata specifica deve essere motivata sulla base della gravità dei nuovi episodi e del pericolo sociale che il soggetto manifesta oggi.

Le motivazioni

La Corte ha ritenuto che, nel caso di specie, il provvedimento fosse pienamente legittimo e adeguatamente motivato. I giudici di merito avevano correttamente evidenziato la particolare gravità della condotta del ricorrente: reiterate minacce e intimidazioni rivolte a un gruppo di circa 80 persone, comportamenti idonei a scatenare reazioni violente e a turbare l’ordine pubblico.

La decisione sulla durata di cinque anni non è stata considerata un automatismo derivante dalla recidiva di 23 anni prima, ma una conseguenza diretta della gravità dei fatti attuali. La condotta è stata definita come “una evidente provocazione” capace di “suscitare reazioni idonee a far scaturire episodi di violenza e ad ingenerare e rafforzare nelle tifoserie sentimenti di odio, di vendetta e di istigazione alla violenza”. Pertanto, la pericolosità sociale del soggetto è stata ritenuta concreta e attuale, giustificando pienamente la misura imposta.

Le conclusioni

La sentenza rappresenta un importante punto di equilibrio. Da un lato, conferma la linea dura del legislatore nei confronti di chi, già colpito da DASPO, si rende nuovamente protagonista di episodi di violenza o intolleranza sportiva. Dall’altro, riafferma il ruolo cruciale del giudice come garante della proporzionalità e della personalizzazione della misura.

Il messaggio è chiaro: il DASPO per recidiva è uno strumento severo, ma la sua applicazione deve sempre passare attraverso un’attenta e motivata analisi della pericolosità attuale del soggetto. Il passato rileva, ma è il presente a determinare la misura della sanzione, assicurando che l’intervento restrittivo sia sempre giustificato da un effettivo e concreto allarme sociale.

Quando una persona è già stata sottoposta a DASPO, la durata di un nuovo provvedimento è automatica?
No. Anche in caso di DASPO per recidiva, il giudice deve valutare la gravità dei nuovi fatti e la pericolosità concreta e attuale del soggetto per giustificare la durata della misura, che non può essere un automatismo.

Qual è la differenza tra il divieto di accesso allo stadio e l’obbligo di presentazione alla polizia?
Il divieto di accesso allo stadio limita la libertà di circolazione ed è soggetto al controllo del giudice amministrativo. L’obbligo di presentazione (o “obbligo di firma”) limita la libertà personale ed è perciò soggetto a un controllo di legittimità (convalida) da parte del giudice penale.

Un precedente DASPO molto vecchio (es. 23 anni) ha ancora valore per un nuovo provvedimento?
Sì, rileva come precedente specifico, ma non è l’elemento decisivo. La decisione sulla nuova misura e sulla sua durata deve basarsi principalmente sulla gravità della condotta attuale e sulla pericolosità che il soggetto dimostra di avere oggi, non solo sul suo passato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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