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DASPO e obbligo di firma: la Cassazione conferma

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un tifoso contro un provvedimento di DASPO della durata di otto anni, con obbligo di firma per quattro. La Corte ha confermato la valutazione del G.i.p. sulla pericolosità del soggetto, basata non solo sull’ultimo episodio di violenza (minacce con un’asta verso tifosi avversari) ma anche su numerosi precedenti specifici, ritenendo le misure proporzionate e ben motivate.

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Pubblicato il 20 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

DASPO e Obbligo di Firma: La Cassazione Conferma la Misura per Tifoso Recidivo

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 28524/2024, ha affrontato un caso relativo all’applicazione del DASPO e obbligo di firma, confermando la legittimità di una misura restrittiva molto severa nei confronti di un tifoso resosi protagonista di condotte pericolose. La decisione sottolinea come la valutazione della pericolosità sociale non debba limitarsi al singolo episodio, ma debba tenere conto della storia pregressa del soggetto, specialmente in presenza di una chiara recidività.

I Fatti all’Origine del Provvedimento

Il caso trae origine da un’ordinanza del G.i.p. del Tribunale di Ancona, che convalidava un provvedimento emesso dal Questore locale. Tale provvedimento imponeva a un tifoso un duplice onere:
1. Un divieto di accedere per otto anni ai luoghi in cui si svolgono incontri calcistici (DASPO).
2. L’obbligo di presentarsi in Questura per quattro anni, in concomitanza con le partite disputate dalla squadra locale.

La misura era scaturita da un episodio specifico: durante una partita, il tifoso, già noto alle forze dell’ordine come appartenente alla tifoseria Ultra, era stato visto inveire contro i sostenitori della squadra avversaria, brandendo un’asta. Nonostante gli inviti a desistere, egli continuava ad avvicinarsi minacciosamente al settore ospiti, la cui chiusura era stata garantita solo dall’intervento delle unità cinofile.

Il Ricorso in Cassazione: Le Ragioni della Difesa

Il difensore del tifoso ha presentato ricorso per cassazione, contestando la decisione del G.i.p. su diversi fronti. In particolare, la difesa sosteneva che:
* La motivazione sulla pericolosità attuale del ricorrente fosse carente.
* La condotta addebitata (inveire contro la tifoseria avversaria) non fosse di per sé così grave da giustificare misure così afflittive.
* Non fosse stata adeguatamente motivata la necessità di imporre anche l’obbligo di presentazione, misura più stringente del solo divieto di accesso.
* Si faceva riferimento a un precedente DASPO del 2017, ritenuto ormai lontano nel tempo.

La Valutazione della Cassazione sul DASPO e Obbligo di Firma

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo le argomentazioni della difesa un tentativo di rimettere in discussione il merito della valutazione del G.i.p., operazione non consentita in sede di legittimità. Secondo gli Ermellini, il G.i.p. aveva fornito una motivazione completa e logica, immune da vizi.

La Corte ha chiarito che il giudice di merito non si era limitato a considerare il fatto che il tifoso stesse inveendo contro gli avversari. Al contrario, aveva valorizzato un quadro complessivo ben più grave: l’essersi portato a ridosso del cancello del settore ospiti, il possesso di un’asta e la perseveranza nell’atteggiamento minaccioso. Questi elementi, uniti, delineavano una condotta chiaramente pericolosa per l’ordine pubblico.

Le Motivazioni: La Rilevanza della Recidività

L’elemento decisivo nelle motivazioni della Corte è stato il richiamo ai precedenti del tifoso. Il ricorso della difesa tentava di minimizzare la storia del soggetto, citando solo un DASPO del 2017. La Cassazione, invece, ha dato pieno peso a quanto ricostruito dal G.i.p.: il tifoso era stato destinatario di ben altri quattro provvedimenti analoghi, emessi nel 2002, 2008, 2016 e anche dal Questore di un’altra provincia nel 2004.

Questa lunga catena di precedenti specifici è stata considerata la prova di una pericolosità sociale radicata e persistente. La Corte ha stabilito che, di fronte a una simile recidività, le misure adottate dal Questore – un DASPO di otto anni e l’obbligo di firma per quattro – non solo erano legittime, ma anche proporzionate alla necessità di prevenire ulteriori condotte violente.

Le Conclusioni

La sentenza in esame ribadisce un principio fondamentale in materia di misure di prevenzione: la valutazione della pericolosità di un individuo non può essere frammentaria o limitata all’ultimo episodio contestato. I giudici devono effettuare un’analisi complessiva della personalità e della storia del soggetto. In presenza di una conclamata e ripetuta tendenza a commettere atti di violenza in occasione di manifestazioni sportive, l’adozione di misure severe come il DASPO e obbligo di firma per un lungo periodo è pienamente giustificata. La decisione serve da monito, chiarendo che la tolleranza verso la violenza negli stadi si riduce progressivamente di fronte a chi dimostra di non voler cambiare condotta.

Perché il ricorso del tifoso è stato dichiarato inammissibile?
La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso inammissibile perché le censure sollevate non riguardavano vizi di legittimità della decisione, ma miravano a una nuova valutazione dei fatti, attività preclusa in sede di Cassazione. Il provvedimento del G.i.p. è stato giudicato immune da vizi logici o giuridici.

La gravità della condotta è stata l’unico fattore considerato per imporre il DASPO e l’obbligo di firma?
No. Sebbene la condotta fosse grave (avvicinamento al settore ospiti con un’asta in mano), l’elemento decisivo è stata la recidività specifica del tifoso. Quest’ultimo era già stato destinatario di altri quattro provvedimenti simili in passato, dimostrando una persistente pericolosità sociale che ha giustificato la severità delle nuove misure.

Quali sono i presupposti per imporre l’obbligo di presentazione oltre al DASPO?
L’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria è una misura accessoria e più afflittiva del solo DASPO. Viene imposta quando la pericolosità del soggetto è ritenuta particolarmente elevata, al punto che il solo divieto di accesso agli stadi non è considerato sufficiente a prevenire la commissione di ulteriori reati. In questo caso, i numerosi precedenti hanno indicato tale elevato livello di pericolosità.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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