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Custodia cautelare: spaccio in carcere e atti digitali

La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per due indagati accusati di spaccio di stupefacenti e estorsione all’interno di un penitenziario. I ricorsi, che contestavano la qualificazione giuridica dello spaccio e la validità della trasmissione degli atti su supporto informatico, sono stati respinti. La Corte ha ritenuto corretta la valutazione sulla gravità dei fatti e ha escluso una lesione del diritto di difesa.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Custodia Cautelare: la Cassazione su Spaccio in Carcere e Trasmissione Atti

La recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 24354 del 2024, offre importanti chiarimenti sulla custodia cautelare in casi di spaccio di stupefacenti e estorsione avvenuti all’interno di un istituto penitenziario. La pronuncia affronta due questioni centrali: la corretta qualificazione del reato di spaccio e la validità delle procedure di trasmissione digitale degli atti processuali al Tribunale del Riesame.

I fatti del caso

Il caso riguarda due indagati sottoposti a misura di custodia cautelare in carcere. Le accuse a loro carico erano particolarmente gravi: l’introduzione e lo spaccio di sostanze stupefacenti all’interno di un penitenziario e un episodio di estorsione ai danni di un altro detenuto. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i due avevano messo in piedi un sistema ramificato per far entrare droga in carcere, destinata alla popolazione carceraria. Inoltre, avrebbero preteso con minacce e violenza una somma di denaro da un altro detenuto a titolo di “risarcimento” per un pacco di droga che quest’ultimo si era rifiutato di ricevere.

Contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame, che confermava la detenzione in carcere, i difensori degli indagati hanno proposto ricorso per cassazione, sollevando diverse obiezioni.

La decisione della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha rigettato entrambi i ricorsi, ritenendoli infondati. Ha quindi confermato l’ordinanza del Tribunale del Riesame e la conseguente applicazione della custodia cautelare per gli indagati. La Corte ha validato sia la valutazione sulla gravità dei reati contestati, sia la correttezza della procedura seguita per la trasmissione degli atti.

Le motivazioni

La sentenza si sofferma su tre punti fondamentali che hanno portato al rigetto dei ricorsi.

Custodia cautelare e la non configurabilità dello spaccio di “lieve entità”

Il primo motivo di ricorso contestava la mancata qualificazione dello spaccio come “fatto di lieve entità”, previsto dal comma 5 dell’art. 73 del d.P.R. 309/1990. La difesa sosteneva che i quantitativi fossero modesti. La Cassazione ha respinto questa tesi, allineandosi alla decisione dei giudici di merito. La motivazione sottolinea che la valutazione sulla lieve entità deve essere complessiva e non può limitarsi alla sola quantità di droga. Nel caso di specie, elementi come l’operatività all’interno di un carcere, la natura continuativa e organizzata dell’attività (con un vero e proprio “canale di spaccio”) e i quantitativi comunque significativi in alcuni episodi (fino a 100 grammi di hashish) escludevano categoricamente la possibilità di considerare il fatto come lieve. La Corte ha ribadito il principio, già affermato dalle Sezioni Unite, secondo cui il giudice deve vagliare tutti gli aspetti normativamente rilevanti.

La valutazione delle prove per l’estorsione

Anche le censure relative al reato di estorsione sono state respinte. La difesa aveva messo in dubbio l’attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa, sostenendo che fossero incongruenti e non riscontrate. La Cassazione ha invece ritenuto logica e ben argomentata la motivazione del Tribunale del Riesame. Le dichiarazioni del detenuto vittima di estorsione erano state considerate attendibili perché convergenti con altri elementi di prova, in particolare con un’intercettazione telefonica in cui la stessa vittima, parlando con un conoscente, raccontava le medesime circostanze denunciate. La Corte ha quindi ribadito che il ricorso per cassazione non può trasformarsi in un terzo grado di giudizio sul merito dei fatti, ma deve limitarsi a un controllo sulla logicità della motivazione, che in questo caso è risultata immune da vizi.

La validità della trasmissione degli atti su supporto informatico

Un altro motivo di ricorso, di natura prettamente procedurale, riguardava le modalità di trasmissione degli atti dalla Procura al Tribunale del Riesame. La difesa lamentava che gli atti fossero stati trasmessi su un’unica “pen-drive” USB, con i file disposti in modo disorganizzato in innumerevoli cartelle, rendendone difficile la consultazione e ledendo così il diritto di difesa. La Cassazione ha ritenuto infondata anche questa doglianza. La Corte ha chiarito che, sebbene la legge preveda oggi modalità telematiche specifiche, la trasmissione su supporto fisico non è di per sé illegittima. L’aspetto cruciale non è la forma, ma la sostanza: occorre verificare se la difesa abbia avuto, in concreto, la possibilità di consultare gli atti e di esercitare pienamente i propri diritti. Nel caso in esame, il Tribunale del Riesame aveva verificato che il supporto era leggibile e che i difensori avevano potuto formulare contestazioni dettagliate e nel merito, dimostrando così di aver avuto piena cognizione degli atti. Non essendo stato provato alcun pregiudizio concreto al diritto di difesa, l’eccezione è stata rigettata.

Le conclusioni

La sentenza consolida alcuni importanti principi in materia di misure cautelari e reati di droga. In primo luogo, riafferma che la valutazione della “lieve entità” dello spaccio richiede un’analisi onnicomprensiva che tenga conto del contesto, dell’organizzazione e della continuità dell’azione criminale, specialmente in ambienti sensibili come il carcere. In secondo luogo, sul piano procedurale, stabilisce che le modalità di trasmissione degli atti, anche se non perfettamente ordinate, non comportano una nullità automatica se non viene dimostrato un effettivo e concreto pregiudizio per l’esercizio del diritto di difesa.

Quando lo spaccio di droga in carcere può essere considerato di ‘lieve entità’?
Secondo la Corte, è molto difficile che lo spaccio in carcere sia considerato di ‘lieve entità’. La valutazione non si basa solo sulla quantità di droga, ma su un’analisi complessiva che include il contesto (il carcere è un luogo chiuso e controllato), l’organizzazione dell’attività e la sua continuità nel tempo. Un sistema ramificato e continuativo, come nel caso di specie, esclude la lieve entità.

La sola dichiarazione della vittima è sufficiente per confermare una custodia cautelare per estorsione?
No, ma la dichiarazione della vittima è una prova fondamentale. In questo caso, la Corte ha ritenuto la misura cautelare legittima perché le dichiarazioni della persona offesa erano state ritenute attendibili e, soprattutto, erano ‘convergenti’ con altri elementi di prova, come un’intercettazione telefonica che confermava il suo racconto. La coerenza con altri elementi è quindi decisiva.

La trasmissione disordinata degli atti processuali su una chiavetta USB invalida la misura cautelare?
Non necessariamente. La Corte di Cassazione ha stabilito che l’irregolarità procedurale è rilevante solo se lede concretamente il diritto di difesa. Se, nonostante la disorganizzazione dei file, i difensori hanno avuto la materiale possibilità di accedere, consultare ed estrarre copia degli atti e di formulare le proprie contestazioni (come avvenuto in questo caso), non si verifica alcuna nullità.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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