Custodia Cautelare in Carcere: Analisi di una Recente Sentenza della Cassazione
La Corte di Cassazione, con una recente sentenza, è tornata a pronunciarsi sui criteri per il mantenimento della custodia cautelare in carcere, la più afflittiva delle misure cautelari personali. Il caso in esame riguarda un soggetto imputato per gravi reati in materia di stupefacenti, il quale aveva richiesto la sostituzione della detenzione in carcere con gli arresti domiciliari. La decisione offre importanti spunti sulla valutazione della pericolosità sociale e sui limiti del sindacato di legittimità.
I Fatti del Processo
Un soggetto, già condannato a oltre dieci anni di reclusione per reati legati al traffico di stupefacenti (artt. 73 e 74 D.P.R. 309/90) e per trasferimento fraudolento di valori (art. 512 bis c.p.), si trovava in stato di custodia cautelare in carcere. Tramite i suoi legali, aveva presentato istanza per ottenere gli arresti domiciliari, istanza che era stata respinta prima dalla Corte di Appello e poi dal Tribunale del Riesame.
Avverso quest’ultima decisione, la difesa ha proposto ricorso per cassazione, lamentando un vizio di motivazione e un’erronea applicazione della legge. Secondo il ricorrente, il provvedimento si basava su affermazioni generiche, senza considerare che, dopo l’ultimo fatto contestato risalente al 2019, non erano emerse altre violazioni. Inoltre, la lunga durata della misura (oltre due anni) avrebbe dovuto indurre i giudici a considerare sufficienti gli arresti domiciliari, anche con il divieto di contatti con persone estranee.
La Decisione della Corte di Cassazione
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso infondato, rigettandolo e confermando l’ordinanza del Tribunale del Riesame. I giudici di legittimità hanno ritenuto la motivazione del provvedimento impugnato logica e coerente, priva di vizi di legittimità. La decisione si è basata sulla valutazione della persistente pericolosità sociale dell’imputato, un elemento chiave per giustificare il mantenimento della misura cautelare più severa.
La Valutazione della Custodia Cautelare in Carcere
Il cuore della sentenza ruota attorno alla presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere prevista dall’art. 275, comma 3, del codice di procedura penale per reati di particolare gravità, come quelli associativi finalizzati al traffico di stupefacenti. La Corte ha ribadito che, in questi casi, spetta alla difesa fornire elementi concreti per superare tale presunzione.
La Pericolosità Sociale dell’Indagato
Il Tribunale del Riesame aveva correttamente valorizzato una serie di elementi per confermare il giudizio di elevata pericolosità sociale del ricorrente:
1. Gravità dei reati: La condanna a oltre dieci anni di reclusione per aver organizzato lucrose attività criminali con un ruolo di primo piano.
2. Contatti recenti: L’esistenza di contatti pericolosi mantenuti fino a febbraio 2023, a ridosso dell’esecuzione della misura cautelare.
3. Precedenti penali: La presenza di numerosi e variegati precedenti penali (corruzione, falso, ricettazione), inclusa una condanna specifica per stupefacenti.
Questi fattori, nel loro insieme, hanno corroborato la valutazione che misure meno restrittive, come gli arresti domiciliari, sarebbero state inefficaci a contenere il rischio di recidiva.
I Limiti del Ricorso in Cassazione
La Corte ha colto l’occasione per ribadire un principio fondamentale del processo penale: il ricorso per cassazione non è un terzo grado di giudizio di merito. Non è possibile, in sede di legittimità, proporre una diversa lettura dei fatti o una differente valutazione delle circostanze già esaminate dai giudici precedenti. Il controllo della Cassazione è limitato alla violazione di specifiche norme di legge o alla manifesta illogicità della motivazione, vizi che nel caso di specie non sono stati riscontrati.
Le Motivazioni della Corte
Le motivazioni della Suprema Corte si fondano sulla coerenza logica e giuridica del provvedimento impugnato. I giudici hanno stabilito che la valutazione del Tribunale del Riesame non era né illogica né contraddittoria. Al contrario, era solidamente ancorata agli elementi processuali disponibili: la gravità oggettiva dei fatti, la personalità dell’imputato come desumibile dai suoi precedenti e dai contatti mantenuti, e la conseguente presunzione di adeguatezza della misura carceraria. La difesa, secondo la Corte, si era limitata a sollecitare una rivalutazione del merito, inammissibile in sede di legittimità.
Conclusioni
La sentenza in esame consolida l’orientamento giurisprudenziale secondo cui, per reati di particolare allarme sociale, la custodia cautelare in carcere resta la misura adeguata in presenza di un quadro indiziario solido e di una concreta e attuale pericolosità sociale dell’imputato. La decisione evidenzia come la valutazione del rischio di recidiva debba basarsi su un’analisi complessiva della personalità del soggetto, che include la gravità dei fatti per cui si procede, i precedenti penali e la condotta di vita. Infine, viene riaffermato il principio per cui il ricorso in Cassazione non può trasformarsi in un’occasione per rimettere in discussione l’accertamento dei fatti, ma deve limitarsi a un controllo sulla corretta applicazione della legge.
Quando può essere mantenuta la custodia cautelare in carcere anche dopo molto tempo dall’applicazione?
La custodia cautelare in carcere può essere mantenuta quando persistono le esigenze cautelari, in particolare un elevato e attuale rischio di recidiva. Questo rischio viene valutato sulla base della gravità dei reati, della personalità dell’imputato, dei suoi precedenti penali e di altri elementi concreti, come contatti recenti con ambienti criminali.
È possibile contestare la valutazione dei fatti nel ricorso per cassazione?
No, il ricorso per cassazione non serve a riesaminare i fatti del processo. È ammissibile solo se si denunciano violazioni di specifiche norme di legge o una motivazione del provvedimento che sia manifestamente illogica o contraddittoria, ma non per proporre una diversa interpretazione delle prove o delle circostanze.
Quali elementi giustificano la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere per reati di droga?
Per reati associativi finalizzati al traffico di stupefacenti, la legge presume che la custodia in carcere sia l’unica misura adeguata. Questa presunzione è giustificata dalla particolare gravità del reato e dall’allarme sociale che genera. Per superarla, la difesa deve fornire prove concrete che dimostrino l’assenza di esigenze cautelari o la sufficienza di una misura meno afflittiva.
Testo del provvedimento
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 3 Num. 118 Anno 2026
Penale Sent. Sez. 3 Num. 118 Anno 2026
Presidente: COGNOME
Relatore: COGNOME NOME
Data Udienza: 16/10/2025
SENTENZA
sul ricorso proposto da COGNOME (alias COGNOME), nato in Albania il DATA_NASCITA, avverso l’ordinanza del 05 -08-2025 del Tribunale di Torino; visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere NOME COGNOME; lette le conclusioni rassegnate dal Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale, dottAVV_NOTAIO, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
Con ordinanza del 5 agosto 2025, il Tribunale del Riesame di Torino rigettava l’appello cautelare proposto nell’interesse di NOME COGNOME, imputato dei reati ex art. 74 e 73 del d.P.R. n. 309 del 1990 e 512 bis cod. pen., avverso il provvedimento della Corte di appello di Torino del 9 luglio 2025, con cui era stata disattesa l’istanza volta alla sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari.
Avverso l’ordinanza del Tribunale piemontese, NOME COGNOME, tramite i suoi difensori di fiducia, ha proposto ricorso per cassazione, sollevando un unico motivo, con il quale la difesa contesta, sotto il duplice profilo del vizio di motivazione e dell’erronea applicazione della legge penale, la valutazione sulle esigenze cautelari e sulla mancata sostituzione della misura di massimo rigore, lamentando il difetto di motivazione del provvedimento impugnato che avrebbe fatto ricorso a mere affermazioni congetturali, senza considerare che il ricorrente, dopo l’importazione di droga di fine ottobre 2019, non è incorso in ulteriori violazioni della normativa sugli stupefacenti, per cui, anche tenuto conto del fatto che la misura inframuraria è in esecuzione da oltre due anni, il rischio di recidiva ben poteva essere salvaguardato con la misura degli arresti domiciliari, accompagnata dal divieto di contatti con persone estranee al nucleo familiare.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è infondato.
Premesso che nel caso di specie di specie non è controversa la valutazione circa i gravi indizi di colpevolezza a carico del ricorrente, deve rilevarsi che, rispetto al giudizio sulla persistenza delle esigenze cautelari e sul l’adeguatezza della custodia cautelare in carcere, l’ordinanza gravata non presenta vizi di legittimità. Ed invero al riguardo il Tribunale del Riesame, nel richiamare la presunzione di cui all’art. 275 comma 3 cod. proc. pen., ha ritenuto persistenti le esigenze cautelari, valorizzando a tal fine il fatto che COGNOME si è reso colpevole di gravi reati che hanno portato a una condanna a suo carico ad oltre dieci anni di reclusione, ciò a conferma della sua qualificata propensione a organizzare lucrose attività criminali associate con un ruolo di primo piano, avendo altresì i giudici di merito attestato che il ricorrente ha avuto pericolosi contatti sino al febbraio 2023, ossia sino all’esecuzione dell’ordinanza cautelare . Il giudizio sull’elevata pericolosità sociale di NOME COGNOME, tale da rendere inefficaci misure diverse da quella di massimo rigore, è stato inoltre corroborato dalla considerazione dei precedenti
penali a suo carico, non proprio recenti, ma comunque numerosi ed eterogenei (corruzione, falsi, ricettazione e una condanna specifica in tema di stupefacenti).
Orbene, in quanto sorretto da considerazioni non manifestamente illogiche, il giudizio sul mancato superamento della duplice presunzione normativa circa la persistenza delle esigenze cautelari e l’adeguatezza della misura di massimo rigore non presta il fianco alle doglianze difensive, che invero sollecitano sul punto sostanzialmente differenti valutazioni di merito, che tuttavia non possono trovare ingresso in sede di legittimità, dovendosi ribadire in tal senso la costante e condivisa affermazione di questa Corte (cfr. ex multis Sez. 4, n. 18795 del 02/03/2017, Rv. 269884), secondo cui il ricorso per cassazione in tema di impugnazione delle misure cautelari personali è ammissibile soltanto se denuncia la violazione di specifiche norme di legge, ovvero la manifesta illogicità della motivazione del provvedimento secondo i canoni della logica e i principi di diritto, ma non anche quando propone censure che riguardino la ricostruzione dei fatti ovvero, come avvenuto nella vicenda in esame, si risolvano in una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito.
Alla stregua di tali considerazioni, il ricorso proposto nell’interesse di COGNOME deve essere quindi rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94, comma 1 -ter, disp. att. cod. proc. pen.
Così deciso in Roma il 16 ottobre 2025
Il consigliere estensore Il Presidente NOME COGNOME NOME COGNOME