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Contraffazione grossolana: quando il falso è reato?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32157/2024, ha stabilito che per valutare la sussistenza del reato di contraffazione, il criterio non è la riconoscibilità del falso da parte di un esperto, ma la sua capacità di ingannare un consumatore medio. La Corte ha rigettato il ricorso di un imprenditore condannato per aver prodotto accessori auto con marchi falsi, chiarendo che non si configura una contraffazione grossolana se il falso non è palesemente riconoscibile da chiunque. È stata inoltre confermata la confisca obbligatoria dei macchinari utilizzati.

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Pubblicato il 17 gennaio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Contraffazione Grossolana: La Cassazione definisce i limiti della punibilità

La recente sentenza della Corte di Cassazione n. 32157 del 2024 affronta un tema cruciale nel diritto penale industriale: la contraffazione grossolana. Questo concetto determina quando un prodotto falso è così palesemente tale da non poter ingannare nessuno, escludendo così la punibilità. La pronuncia chiarisce che il metro di giudizio non è l’occhio esperto delle forze dell’ordine o di un perito, ma la percezione del consumatore medio.

I Fatti di Causa

Il caso riguarda un imprenditore condannato in primo e secondo grado per il reato previsto dall’art. 473 del codice penale. L’imputato aveva contraffatto e utilizzato marchi di note case automobilistiche per produrre e commercializzare accessori per auto, principalmente tappetini.

La difesa ha presentato ricorso in Cassazione basandosi su tre motivi principali:
1. Violazione dell’art. 473 c.p.: Si sosteneva che i marchi fossero facilmente riconoscibili come non originali, configurando una contraffazione grossolana e quindi un reato impossibile ai sensi dell’art. 49 c.p. Secondo la difesa, sia i militari operanti che un consulente tecnico avevano immediatamente notato la falsità dei prodotti.
2. Mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.): La difesa riteneva che la condotta fosse di scarsa offensività.
3. Carenza di motivazione sulla confisca: Si contestava la confisca dei macchinari (ricamatrici e software) utilizzati per la produzione, sostenendo che, essendo una misura facoltativa, richiedesse una prova concreta del loro possibile utilizzo per futuri reati.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso, confermando la condanna dell’imputato. La sentenza offre importanti chiarimenti su ciascuno dei punti sollevati dalla difesa, consolidando principi giuridici fondamentali in materia di reati contro la fede pubblica e la proprietà industriale.

Contraffazione grossolana e la prospettiva del consumatore medio

Il cuore della decisione riguarda il primo motivo di ricorso. La Cassazione ha ribadito che la valutazione sulla contraffazione grossolana non deve essere condotta ex post, cioè dopo accurate verifiche, né basandosi sulle competenze specifiche di soggetti qualificati (come poliziotti o periti).

Il criterio corretto è una valutazione ex ante, che si pone nella prospettiva del potenziale acquirente medio. La Corte ha specificato che il reato sussiste se il falso è idoneo a ingannare un “acquirente che non avesse precisa contezza della qualità materiale e disegno di tali tappetini”. Sebbene gli esperti potessero notare le differenze, per un consumatore comune tali discrepanze non erano immediatamente percepibili. La falsificazione, pertanto, non era così palese da escludere ogni possibilità di inganno, e il reato era pienamente configurato.

La confisca obbligatoria degli strumenti del reato

Anche il terzo motivo, relativo alla confisca dei macchinari, è stato respinto. La Corte ha chiarito un punto fondamentale introdotto dall’art. 474-bis del codice penale. Per i reati di cui agli articoli 473 e 474 c.p., la confisca delle cose che “servirono o furono destinate a commettere il reato” è obbligatoria, non facoltativa.

Questo significa che il giudice non deve compiere alcuna valutazione discrezionale sulla futura pericolosità dei beni. È sufficiente accertare il nesso di strumentalità tra i beni (in questo caso, le ricamatrici e i software) e il reato commesso. Una volta provato che tali strumenti sono stati utilizzati per la contraffazione, la loro confisca è una conseguenza automatica prevista dalla legge, volta a depotenziare il fenomeno criminoso del commercio di marchi falsi.

Motivazioni della Decisione

La Corte ha motivato il rigetto del ricorso basandosi su consolidati principi giurisprudenziali. Ha sottolineato che i reati di falso tutelano la pubblica fede e sono reati di pericolo. Non è necessario che l’inganno si realizzi effettivamente; è sufficiente che la condotta sia astrattamente idonea a ledere il bene giuridico protetto. La contraffazione grossolana, che dà luogo al reato impossibile, si verifica solo quando la falsità è riconoscibile ictu oculi (a colpo d’occhio) da qualsiasi persona di comune discernimento, senza necessità di particolari competenze.

Nel caso di specie, la Corte territoriale aveva adeguatamente motivato che il consumatore medio “poteva essere pacificamente tratto in errore”, rendendo la condotta punibile. Per quanto riguarda la non punibilità per tenuità del fatto, la Corte ha confermato la decisione di merito, evidenziando che il “rilevante numero di prodotti” trovati nella disponibilità dell’imputato e la professionalità con cui l’attività illecita era condotta escludevano la particolare tenuità della condotta.

Conclusioni

La sentenza n. 32157/2024 della Corte di Cassazione rafforza due principi cardine nella lotta alla contraffazione. In primo luogo, stabilisce che la capacità ingannatoria di un prodotto contraffatto deve essere valutata dal punto di vista del cittadino comune, non dell’esperto. Questo approccio garantisce una tutela più ampia contro le falsificazioni che, pur non essendo perfette, sono sufficientemente verosimili da trarre in inganno il mercato. In secondo luogo, conferma la natura obbligatoria della confisca degli strumenti utilizzati per la contraffazione, riconoscendola come un’arma fondamentale e non discrezionale per contrastare questo dannoso fenomeno economico.

Quando una contraffazione è considerata ‘grossolana’ e quindi non punibile?
Una contraffazione è considerata ‘grossolana’, e il reato impossibile, solo quando la falsità è riconoscibile ‘ictu oculi’ (a colpo d’occhio) da qualsiasi persona di comune discernimento e avvedutezza, senza la necessità di particolari cognizioni tecniche o di una diligenza straordinaria.

Il giudizio sulla capacità di un prodotto falso di ingannare si basa sulla percezione di un esperto o di un consumatore medio?
Il giudizio deve basarsi sulla prospettiva del consumatore/acquirente medio. Anche se un esperto o le forze dell’ordine possono riconoscere il falso, il reato sussiste se il prodotto è in grado di trarre in errore un acquirente comune che non possiede specifiche conoscenze tecniche del prodotto originale.

La confisca dei macchinari usati per produrre merce contraffatta è sempre obbligatoria?
Sì, per i reati previsti dagli articoli 473 e 474 del codice penale, l’art. 474-bis c.p. stabilisce che la confisca delle cose che sono servite a commettere il reato (come macchinari e software) è obbligatoria. Non è richiesta una valutazione sulla futura pericolosità dei beni, ma solo l’accertamento del loro utilizzo per la commissione del reato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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