Sentenza di Cassazione Penale Sez. 4 Num. 39614 Anno 2024
Penale Sent. Sez. 4 Num. 39614 Anno 2024
Presidente: COGNOME NOME
Relatore: COGNOME NOME
Data Udienza: 03/10/2024
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE TRIBUNALE DI NAPOLI
NORD
nel procedimento a carico di:
NOME nato a NAPOLI il DATA_NASCITA
avverso la sentenza del 26/04/2024 del TRIBUNALE di NAPOLI NORD
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere NOME COGNOME; lette le conclusioni del PG
RITENUTO IN FATTO
Il Tribunale di Napoli Nord ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di NOME COGNOME in ordine al delitto di furto di energia elettrica a ascritto, per mancanza di querela.
Il giudicante ha reputato illegittima, in quanto tardiva, la contestazione suppletiva formulata dalla pubblica accusa all’udienza del 10.2.2023, relativamente alla circostanza aggravante di cui all’art. 625, n. 7), cod. pen. (per essere l’energia elettrica un bene destinato a pubblico servizio), circostanza che avrebbe reso il reato procedibile d’ufficio anche alla luce della riforma introdotta dal d.lgs. n. 150/2022.
Avverso la prefata sentenza propone ricorso immediato per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nord, adducendo violazione di legge, per avere il Tribunale erroneamente applicato gli artt. 625, comma primo, n. 7, cod. pen. e 552, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., stante l’esistenza ab origine dell’aggravante della sottrazione di un bene funzionalmente destinato a un pubblico servizio, e comunque per non avere tenuto conto della nuova contestazione formulata dal PM.
Il Procuratore generale, con requisitoria scritta, ha concluso per l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato.
È assorbente il rilievo in ordine alla illegittimità della sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto la tardività della contestazione suppletiva da parte del Pubblico ministero, asseritamente in quanto intervenuta oltre il termine per proporre la querela, in relazione al reato per come originariamente contestato.
Sulla questione – divenuta di stretta attualità a seguito della cd. riforma Cartabia, in relazione ai reati divenuti perseguibili a querela per effetto del modifica introdotta dal d.lgs. 10 ottobre 2022, n. 150 – si riscontrano due diversi orientamenti da parte della giurisprudenza di legittimità.
Secondo un primo orientamento (risalente, per quanto consta, a Sez. F, n. 43255 del 22/08/2023, Rv. 285216 – 01), è consentito al pubblico ministero,
ove sia decorso il termine per proporre la querela di cui all’art. 85 del d.lgs citato, modificare l’imputazione mediante la contestazione, in udienza, di un’aggravante che rende il reato procedibile d’ufficio (cfr. successivamente, fra le tante, Sez. 4, n. 50258 del 22/11/2023, Rv. 285471 – 01, in una fattispecie relativa a furto di energia elettrica, in cui la Corte ha annullato la decisione proscioglimento sul rilievo che il Tribunale non aveva consentito al pubblico ministero di contestare, in via suppletiva, l’aggravante di cui all’art. 625, comma primo, n. 7, cod. pen., già descritta nell’imputazione, che avrebbe reso il delitto avente ad oggetto un bene funzionalmente destinato a pubblico servizio, procedibile d’ufficio).
5. Un secondo orientamento, invece, ha stabilito che, in tema di reati divenuti procedibili a querela per effetto della modifica introdotta dal d.lgs. 1 ottobre 2022, n. 150, ove sia decorso il termine previsto dall’art. 85 d.lgs. citat senza che sia stata proposta la querela, il giudice è tenuto, ex art. 129 cod. proc. pen., a pronunciare sentenza di improcedibilità, non essendo consentito al pubblico ministero la modifica dell’imputazione ex art. 517 cod. proc. pen. mediante contestazione di un’aggravante che renda il reato procedibile d’ufficio (cfr. Sez. 4, n. 44157 del 03/10/2023, Rv. 285647 – 01; in una fattispecie relativa a furto di energia elettrica, in cui la Corte ha ritenuto immune da censure la decisione di improcedibilità, sul rilievo che il contestato furto co violenza sulle cose fosse divenuto procedibile a querela).
Tale orientamento, in sintesi, valorizza il disposto di cui all’art. 517 cod proc. pen., per affermare che il Pubblico ministero è sempre legittimato ad effettuare la contestazione suppletiva di una circostanza aggravante che modifichi il regime di procedibilità del reato, indipendentemente dall’avvenuto decorso del termine per proporre querela in relazione al reato originariamente contestato. Tale facoltà dell’accusa, espressamente prevista dal codice di rito, impone al Giudice di decidere sulla rimodulata regiudicanda, onde verificare la sussistenza dei presupposti della contestata circostanza aggravante, traendone le relative conseguenze in tema di procedibilità del reato. D’altra parte prosegue tale orientamento – il giudicante, a norma del codice di rito, non può esercitare alcun sindacato preventivo sull’ammissibilità della contestazione del fatto diverso da come è descritto nel decreto che dispone il giudizio o del reato concorrente o della circostanza aggravante non menzionati in tale decreto, dovendo invece provvedere sul capo d’imputazione come modificato, stabilendo se sussiste o meno la responsabilità penale dell’imputato (cfr. Sez. 2, n. 9039 del 17/01/2023, Rv. 284289 – 01). Corte di Cassazione – copia non ufficiale
Tale orientamento, COGNOME in sintesi, valorizza i COGNOME principi espressi dalla giurisprudenza di questa Corte, in base ai quali l’accertato difetto – originario sopravvenuto – di una condizione di procedibilità, preclude lo svolgimento di qualsiasi attività processuale di parte e di qualsiasi ulteriore accertamento in punto di fatto, comportando quindi l’obbligo in capo al giudice, ai sensi dell’art.129 cod. proc. pen., di dichiarare l’immediata improcedibilità dell’azione penale (cfr. Sez. U, n. 49783 del 24/09/2009, COGNOME, Rv. 245163; Sez. 2, n. 45160 del 22/10/2015, NOME, Rv. 265098).
Facendo poi riferimento al parallelo filone interpretativo, secondo cui l’avvenuto decorso del termine prescrizionale preclude la successiva contestazione della circostanza aggravante (da cui deriverebbe un termine più lungo di prescrizione), in quanto il reato si sarebbe già estinto e la nuova contestazione non potrebbe avere l’effetto di farlo rivivere, residuando unicamente l’obbligo di immediata declaratoria della causa di estinzione codificato dall’art. 129 cod. proc. pen. (Sez. 6, n. 55748 del 14/09/2017, Rv. 271745; Sez. 6 n. 47499 del 22/09/2015, Rv. 265560 ed altre), il citato orientamento ha affermato che il potere del PM, sancito dall’art. 517 cod. proc. pen. sarebbe da ritenersi precluso o comunque esaurito, allorché la nuova contestazione intervenga in un momento in cui il reato sia già estinto ovvero quando l’azione penale non sia più proseguibile, stante l’obbligo di immediata declaratoria delle cause di non punibilità (fra cui quelle di improcedibilità) ex ar 129 cod. proc. pen.
A conforto di tale ricostruzione, veniva anche richiamata la notizia di decisione delle Sezioni Unite di questa Corte in data 28.9.2023, le quali, all’epoca, avevano reso noto di avere adottato una soluzione negativa al quesito: “Se, ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere, l’aumento di pena per la recidiva che integri una circostanza aggravante ad effetto speciale rilevi anche se la stessa sia stata oggetto di contestazione suppletiva dopo la decorrenza del termine di prescrizione previsto per il reato come originariamente contestato”. Si tratta della nota sentenza delle Sez. Unite “Domingo”, secondo cui, ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere, l’aumento di pena per la recidiva che integri una circostanza aggravante ad effetto speciale non rileva se la stessa sia stata oggetto di contestazione suppletiva dopo la decorrenza del termine di prescrizione previsto per il reato come originariamente contestato (cfr. Sez. U, n. 49935 del 28/09/2023, Rv. 285517 – 01).
Il detto orientamento è stato ribadito (cfr. Sez. 5, n. 13775 del 24/01/2024, Rv. 286224 – 01) anche a seguito del deposito delle motivazioni delle S.U. Donningo, sostanzialmente equiparando l’esigenza, affermata dalle citate S.U., di immediata declaratoria della causa di non punibilità derivante dall’intervenuta
estinzione del reato (in data antecedente alla contestazione suppletiva del PM), con quella di immediata declaratoria della causa di improcedibilità del reato · derivante dalla mancanza della querela al momento della (successiva) contestazione della circostanza aggravante che renderebbe il reato procedibile d’ufficio.
6. Il Collegio ritiene di dover condividere il primo orientamento, sulla scorta di argomentazioni in parte diverse da quelle dianzi accennate, adeguatamente sviluppate in una recente sentenza di legittimità (cfr. Sez. 5, n. 17532 del 11/04/2024), la quale ha svolto alcune importanti precisazioni sulla questione in disamina, valutando il rapporto esistente fra l’art. 129 cod. proc. pen. e l’art. 51 cod. proc. pen.
In primo luogo, è stata convincentemente esclusa la validità dell’operata equiparazione fra l’istituto della estinzione del reato (per prescrizione) con quello della improcedibilità del reato per mancanza di querela, ribadendosi la facoltà del PM ex art. 517 cod. proc. pen. di formulare la contestazione suppletiva della circostanza aggravante che rende il reato procedibile d’ufficio.
In proposito, è stato acutamente osservato come la pronuncia delle Sezioni Unite Domingo, riguardante un caso di contestazione suppletiva a fronte della maturata causa di estinzione del reato per prescrizione, non abbia escluso i poteri di cui il PM è titolare ai sensi del citato art. 517, ma abbia costruit rapporto fra contestazione suppletiva e causa di estinzione precedentemente perfezionatasi in termini di prevalenza della seconda che, per effetto della sentenza, acquisisce forza giuridica “ora per allora” con riferimento non al momento della sua dichiarazione formale ma a quello della sua maturazione.
Per contro, Sez. 5 n. 17532/2024 ha opinato che, ove sia decorso il termine per proporre la querela di cui all’art. 85 del d.lgs. citato, è consentito al pubbl ministero di modificare l’imputazione mediante la contestazione, in udienza, di un’aggravante che renda il reato procedibile d’ufficio, non essendosi realizzato alcun effetto preclusivo definitivo che imponga al giudice una pronuncia “ora per allora”, dato che, nel caso di declaratoria di improcedibilità, a differenz dell’ipotesi di estinzione del reato, anche i fatti sopravvenuti assumono rilievo e requisiti della pronuncia vanno accertati nel momento in cui la stessa deve essere resa (cfr. Sez. 5, n. 17532 del 11/04/2024, Rv. 286448 – 01).
A supporto di tale interpretazione sono state valorizzate le recenti modifiche normative introdotte dalla riforma Cartabia, con particolare riguardo all’art. 554bis cod. proc. pen., il quale, fra le altre cose, regolamenta le modalità attraverso le quali è possibile (ma anche doveroso) operare una modifica dell’imputazione al fine di consentire che la stessa contenga la descrizione del fatto e delle
circostanze in termini corrispondenti a quanto emerge dal fascicolo, così da far garantire, alla fine del giudizio, il rispetto del principio di corrispondenza “chiesto” e “pronunciato”.
Il comma 6 dell’art. 554-bis cit., infatti, dispone: “Al fine di consentire che il fatto, la definizione giuridica, le circostanze aggravanti e quelle che possono comportare l’applicazione di misure di sicurezza, siano indicati in termini corrispondenti a quanto emerge dagli atti, il giudice, anche d’ufficio, sentite l parti, invita il pubblico ministero ad apportare le necessarie modifiche e, ove lo stesso non vi provveda, dispone, con ordinanza, la restituzione degli atti al pubblico ministero. Quando il pubblico ministero modifica l’imputazione, procede alla relativa contestazione e la modifica dell’imputazione è inserita nel verbale di udienza”.
La contestazione suppletiva della aggravante, come riconosciuto dall’art. 517 cod. proc. pen., non prevede decadenze o limitazioni, neppure nel caso in cui l’elemento di fatto aggravatore fosse emerso già prima dell’esercizio della azione penale. Pertanto, tenuto conto del momento in cui, per effetto della novella, si è posto il tema della nuova procedibilità del reato, e della durata del conseguente regime transitorio disegnato per l’iniziativa anche fuori udienza della persona offesa, la eventuale inattività processuale durante tale periodo impedisce di fatto al pubblico ministero di reagire in tempo e di prevenire il rischio della declaratoria di improcedibilità del reato. Sicché non appare ragionevole inibirgli il potere di contestazione suppletiva della aggravante nella prima udienza utile fissata dopo il 30 marzo 2023 (così, in motivazione, Sez. 5, n. 17532 del 11/04/2024).
In altri termini, l’effetto di improcedibilità del reato, maturato dopo la da indicata a seguito della mancata presentazione della querela, si realizza indiscutibilmente con riferimento all’originario capo di imputazione, ma nulla vieta al PM di operare, alla prima udienza utile successiva e nel contraddittorio delle parti, una modifica dell’imputazione a mezzo della contestazione suppletiva della circostanza aggravante risultante dagli atti (nel caso, art. 625, n. 7, cod pen., in relazione al furto di cose destinate a pubblico servizio).
7. In definitiva, l’impianto della novella legislativa introdotta con la rifor Cartabia conferma che il PM non solo può, ma deve procedere, alla prima udienza utile, alla contestazione suppletiva dell’aggravante che, nella specie, rende il reato procedibile d’ufficio, avendone il potere e l’occasione (offerta da segmento processuale dell’udienza nel contraddittorio delle parti, che deve sempre precedere l’assunzione della decisione); una volta formulata la contestazione, il thema decidendi si estende alla circostanza aggravante e viene
eliminato l’ostacolo processuale al prosieguo dell’azione penale; il giudice non ha ragione di emettere una sentenza di improcedibilità, poiché non si è realizzato alcun effetto preclusivo definitivo che imponga una pronuncia “ora per allora”, dato che, nel caso di declaratoria di improcedibilità – a differenza dell’ipotesi di estinzione di un reato che, essendo venuto meno nella dimensione sostanziale, non può rivivere – anche i fatti sopravvenuti assumono rilievo e la decisione deve verificare la situazione al momento in cui è resa.
Dalle superiori COGNOME considerazioni COGNOME discende che COGNOME il Tribunale COGNOME ha illegittimamente precluso al Pubblico ministero il potere-dovere di esercitare e proseguire l’azione penale per il fatto-reato oggetto della contestazione suppletiva, in tal modo incorrendo nella nullità assoluta di ordine generale ex artt. 178 e 179 cod. proc. pen., concernente la formulazione dell’imputazione ad opera della parte pubblica nell’esercizio dell’azione penale.
A tale nullità consegue l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, con trasmissione degli atti al Tribunale di Napoli Nord, in diversa composizione, per l’ulteriore corso.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di Napoli Nord per l’ulteriore corso.
Così deciso il 3 ottobre 2024
Il Consigli COGNOME estensore COGNOME
Il Presidente