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Confisca per sproporzione: quando il denaro è illecito

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato contro la confisca di una cospicua somma di denaro trovata insieme a sostanze stupefacenti. La decisione si fonda sul principio della confisca per sproporzione: l’imputato, privo di redditi leciti, non è riuscito a giustificare la provenienza del denaro, rendendo la confisca legittima. La Corte ha ritenuto infondate e generiche le motivazioni del ricorso, confermando la logicità della sentenza d’appello.

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Pubblicato il 29 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Confisca per Sproporzione: Se Non Giustifichi i Soldi, lo Stato li Prende

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ribadisce un principio fondamentale nella lotta ai proventi di attività illecite: la confisca per sproporzione. Quando una persona viene trovata in possesso di una somma di denaro ingente e sproporzionata rispetto ai propri redditi, e non è in grado di dimostrarne l’origine lecita, quel denaro può essere confiscato. Analizziamo insieme questa decisione per capire come funziona questo importante strumento legale.

I fatti del processo

Il caso riguarda un uomo condannato per detenzione di stupefacenti. Durante le indagini, le forze dell’ordine hanno rinvenuto, oltre alla droga, una considerevole somma di denaro in contanti. L’imputato, risultato privo di fonti di reddito documentate, si è difeso sostenendo che il denaro appartenesse a sua madre, frutto dei suoi risparmi.

Sia in primo grado che in appello, i giudici non hanno ritenuto credibile questa versione. La documentazione prodotta (vaglia postali per il mantenimento dei figli e prelievi dallo stipendio) è stata giudicata insufficiente a giustificare l’accumulo di una tale somma. Inoltre, la circostanza che la madre vivesse in un’abitazione diversa da quella del figlio ha indebolito ulteriormente la tesi difensiva.

L’uomo ha quindi presentato ricorso in Cassazione, contestando sia la confisca del denaro sia l’entità della pena inflitta.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto i motivi presentati manifestamente infondati, generici e ripetitivi di argomentazioni già esaminate e respinte nei precedenti gradi di giudizio. Secondo la Corte, il ricorrente non ha mosso una critica specifica e puntuale alla motivazione della sentenza d’appello, ma si è limitato a riproporre la propria versione dei fatti.

Le motivazioni della confisca per sproporzione

Il punto centrale della decisione riguarda la legittimità della confisca. La Corte ha confermato che la Corte d’Appello ha applicato correttamente l’istituto della confisca per sproporzione, previsto dall’articolo 85 bis del D.P.R. 309/1990 (Testo Unico Stupefacenti), che a sua volta richiama l’articolo 240 bis del codice penale.

La logica della legge è chiara: se una persona condannata per reati gravi, come lo spaccio di stupefacenti, ha la disponibilità di denaro o beni per un valore sproporzionato rispetto al proprio reddito e non può giustificarne la provenienza, si presume che tali beni siano il frutto di attività illecite. In questo caso, l’onere della prova si inverte: non è più lo Stato a dover dimostrare l’origine illecita del bene, ma è il condannato a doverne provare la provenienza lecita.

Nel caso specifico, l’imputato non ha fornito alcuna prova convincente. La sua totale assenza di redditi leciti rendeva palesemente sproporzionata la somma di denaro detenuta. La giustificazione legata ai risparmi della madre è stata considerata illogica e non supportata da prove adeguate, risultando quindi inidonea a superare la presunzione di illecita provenienza.

La valutazione sulla pena

Anche la parte del ricorso relativa alla pena è stata respinta. La Cassazione ha osservato che la Corte d’Appello aveva già parzialmente accolto le richieste dell’imputato, concedendo le circostanze attenuanti generiche. Tuttavia, aveva correttamente ritenuto di doverle considerare equivalenti alla recidiva contestata, e non prevalenti.

Questa decisione è stata motivata dalla crescente pericolosità sociale dell’imputato, che era passato da reati di lieve entità a condotte più gravi. Tale valutazione, essendo logica e non arbitraria, rientra nella discrezionalità del giudice di merito e non è sindacabile in sede di legittimità.

Le conclusioni

L’ordinanza in esame è un’importante conferma della validità e dell’efficacia della confisca per sproporzione come strumento di contrasto all’arricchimento illecito. La decisione sottolinea che non basta fornire una spiegazione qualunque per giustificare il possesso di ingenti somme di denaro, ma è necessario fornire prove concrete e credibili della loro origine lecita. In assenza di tale prova, e in presenza di una sproporzione evidente con i redditi dichiarati, la presunzione di illeceità prevale e la confisca diventa una conseguenza inevitabile.

Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché le motivazioni erano manifestamente infondate, generiche e si limitavano a riproporre argomenti già respinti dalla Corte d’Appello, senza una critica specifica e puntuale alla decisione impugnata.

Su quale principio si basa la confisca del denaro?
La confisca si basa sul principio della ‘confisca per sproporzione’. Poiché l’imputato non aveva redditi leciti dichiarati, la cospicua somma di denaro trovata in suo possesso era considerata sproporzionata. In questi casi, la legge presume che il denaro provenga da attività illecite, a meno che l’interessato non fornisca una prova convincente della sua origine lecita.

La giustificazione che i soldi appartenessero alla madre è stata accettata?
No, la giustificazione non è stata ritenuta credibile. La documentazione prodotta è stata considerata insufficiente a spiegare l’accumulo di una somma così ingente e coerente solo con le normali spese quotidiane. Inoltre, il fatto che la madre vivesse in un’altra abitazione ha reso la tesi difensiva ancora meno plausibile.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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