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Confisca per equivalente: obbligatoria nei reati tributari

La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza che aveva omesso di applicare la confisca per equivalente del profitto derivante da un reato tributario. La Corte ha ribadito che tale misura è una conseguenza obbligatoria della condanna, che il giudice deve sempre disporre a prescindere dall’effettivo rinvenimento del profitto o dalla situazione patrimoniale del reo, la cui verifica è demandata alla fase esecutiva.

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Pubblicato il 30 dicembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Confisca per Equivalente: Un Obbligo Inderogabile nei Reati Tributari

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha riaffermato un principio fondamentale in materia di reati tributari: la confisca per equivalente del profitto illecito non è una scelta del giudice, ma un obbligo di legge. Questa pronuncia chiarisce che la misura deve essere disposta anche quando il reo risulta impossidente, demandando la ricerca dei beni alla successiva fase esecutiva. Analizziamo nel dettaglio la decisione e le sue importanti implicazioni.

Il Contesto del Ricorso: Omissione della Confisca

Il caso trae origine da una sentenza di condanna emessa dal Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Bergamo. L’imputato, legale rappresentante di una società, era stato condannato per reati fiscali legati all’omessa presentazione delle dichiarazioni dei redditi e dell’IVA. Nonostante la condanna, il giudice di merito aveva omesso di disporre la confisca del profitto del reato, quantificato come il risparmio di spesa ottenuto evitando il pagamento delle imposte.

Contro questa omissione, il Procuratore Generale presso la Corte d’appello ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l’erronea applicazione della legge penale. L’argomento centrale del ricorso era la natura obbligatoria della confisca, anche nella forma per equivalente, in caso di condanna per i reati previsti dal D.Lgs. 74/2000.

La Decisione della Cassazione e l’Obbligatorietà della Confisca per Equivalente

La Suprema Corte ha accolto il ricorso, annullando la sentenza impugnata limitatamente al punto dell’omessa confisca e rinviando la questione a un nuovo giudizio. La Corte ha ribadito un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato: la confisca in materia di reati tributari è un atto dovuto.

Il giudice, una volta accertata la responsabilità penale, è tenuto a ordinare la confisca dei beni che costituiscono il prezzo o il profitto del reato. Qualora questi beni non siano rintracciabili, scatta l’obbligo di disporre la confisca per equivalente, ovvero la confisca di altri beni nella disponibilità del reo, per un valore corrispondente a quello del profitto illecito.

Le motivazioni della Corte

La Cassazione ha chiarito che l’impossibilità di reperire il profitto diretto del reato non blocca l’applicazione della misura, ma ne legittima, al contrario, l’applicazione nella forma per equivalente. La finalità della norma è quella di ristabilire l’equilibrio economico alterato dal reato, assicurando che “il crimine non paga”.

Un punto cruciale della motivazione riguarda l’irrilevanza, in sede di giudizio, della condizione di “impossidenza” del condannato. La difesa dell’imputato aveva sostenuto che né lui né la società possedevano beni, ma la Corte ha specificato che questo è un concetto estraneo alla fase di cognizione. Il compito del giudice del merito è quello di accertare il reato, determinare il profitto e ordinare la confisca. L’individuazione specifica dei beni da aggredire e la verifica della loro effettiva disponibilità sono attività riservate alla fase esecutiva, di competenza del Pubblico Ministero.

Le conclusioni: Implicazioni Pratiche della Sentenza

La sentenza consolida un principio di rigore nella lotta all’evasione fiscale. Le implicazioni pratiche sono significative:
1. Certezza della Misura Ablatoria: I giudici non hanno discrezionalità nel disporre la confisca in caso di condanna per reati tributari; si tratta di un automatismo di legge.
2. Irrilevanza dello Stato Patrimoniale in Giudizio: La presunta o effettiva impossidenza del reo al momento della sentenza non può essere usata come argomento per evitare l’ordine di confisca.
3. Potenziamento della Fase Esecutiva: La responsabilità di dare concreta attuazione all’ordine di confisca, ricercando i beni del condannato, è chiaramente attribuita al Pubblico Ministero nella fase post-sentenza.

In conclusione, questa pronuncia rafforza l’efficacia sanzionatoria della normativa tributaria, assicurando che chi commette un reato fiscale non solo subisca una pena detentiva o pecuniaria, ma venga anche privato dei vantaggi economici illecitamente conseguiti.

In caso di condanna per reati tributari, il giudice è sempre obbligato a disporre la confisca del profitto?
Sì, la sentenza stabilisce che la confisca del profitto del reato è una conseguenza necessaria e obbligatoria della condanna per i reati previsti dal d.lgs. 74/2000. Non è una scelta discrezionale del giudice.

Cosa succede se il profitto del reato non viene trovato? Si può ancora ordinare la confisca?
Sì. Se il prezzo o il profitto diretto del reato non è reperibile, il giudice deve ordinare la confisca per equivalente, cioè la confisca di beni di cui il reo ha la disponibilità per un valore corrispondente a tale profitto.

L’impossidenza del condannato, cioè il fatto che non abbia beni, impedisce al giudice di ordinare la confisca per equivalente?
No, l’eventuale impossidenza del reo è un concetto irrilevante in fase di giudizio. Il giudice è comunque obbligato a ordinare la confisca. La verifica della disponibilità dei beni e la loro concreta apprensione sono compiti riservati alla successiva fase esecutiva.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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