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Confisca per equivalente: legittima sull’amministratore

La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente a carico dell’amministratore di una società per un’ingente evasione fiscale. La Corte ha stabilito che la misura non ha natura punitiva ma ripristinatoria, e colpisce l’amministratore in quanto autore del reato, a prescindere da un suo arricchimento personale. La confisca per equivalente è applicabile quando non sia possibile aggredire il profitto diretto del reato, che in questo caso era entrato nel patrimonio della società.

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Pubblicato il 15 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Confisca per Equivalente sull’Amministratore: Quando è Legittima?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2707 del 2026, ha affrontato un tema di grande rilevanza nel diritto penale tributario: la legittimità della confisca per equivalente sui beni personali dell’amministratore di una società, anche quando quest’ultimo non abbia percepito un profitto diretto dal reato. La pronuncia chiarisce la natura e i limiti di questa potente misura, confermando che il suo scopo primario non è punire, ma ripristinare la legalità neutralizzando i vantaggi economici derivanti dall’evasione fiscale.

I Fatti del Caso

Il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Foggia aveva disposto un sequestro preventivo, finalizzato alla confisca diretta o per equivalente, per un valore di oltre 16 milioni di euro. Il sequestro era stato ordinato sui beni di una società a responsabilità limitata e, in caso di incapienza, sui beni personali del suo legale rappresentante. La somma corrispondeva al profitto illecito derivante dal reato di omesso versamento di imposte.

I difensori dell’amministratore avevano impugnato il provvedimento, sostenendo che la misura fosse sproporzionata e avesse una natura afflittiva, quasi punitiva. Secondo la difesa, il profitto del reato era stato incamerato esclusivamente dalla società, mentre l’amministratore non ne aveva tratto alcun vantaggio personale. L’applicazione del sequestro sui suoi beni personali, quindi, appariva come una sanzione ingiustificata.

Le censure del ricorrente e la confisca per equivalente

Il ricorso in Cassazione si fondava su due principali argomenti:

1. Natura punitiva e sproporzionata: L’amministratore sosteneva che il sequestro, per l’importo eccezionalmente elevato e l’assenza di un profitto personale, non poteva avere una finalità ripristinatoria, ma si trasformava in una vera e propria pena, in violazione del principio di proporzionalità sancito a livello nazionale ed europeo.
2. Incostituzionalità della norma: La difesa ha sollevato una questione di legittimità costituzionale dell’art. 12-bis del d.lgs. 74/2000, la norma che prevede la confisca per equivalente obbligatoria. A loro avviso, la legge sarebbe irragionevole perché impone la misura a prescindere dal vantaggio economico effettivamente conseguito dall’autore del reato.

La Decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso, ritenendolo infondato e confermando la piena legittimità del sequestro operato nei confronti dell’amministratore.

le motivazioni

Il ragionamento della Corte si sviluppa su alcuni punti cardine che definiscono la natura e la funzione della confisca per equivalente in ambito tributario.

Innanzitutto, i giudici hanno ribadito che la confisca, e il sequestro ad essa finalizzato, non è una “pena sproporzionata”. Si tratta di una misura di sicurezza patrimoniale con una funzione essenzialmente ripristinatoria. Il suo obiettivo è neutralizzare il vantaggio economico illecito ottenuto mediante l’evasione, ristabilendo l’equilibrio patrimoniale violato. Nei reati tributari, il profitto è facilmente identificabile nel “risparmio di spesa” derivante dal mancato versamento delle imposte.

In secondo luogo, la Corte ha sottolineato la natura “sussidiaria” della misura. La confisca per equivalente interviene solo quando non è possibile aggredire il profitto diretto, ad esempio perché è stato consumato o non è più rintracciabile nel patrimonio della società che ne ha beneficiato. Opera quindi come un rimedio sostitutivo.

Il punto cruciale della motivazione riguarda però il ruolo dell’amministratore. Egli non è considerato un soggetto terzo ed estraneo al reato, ma è colui che ha materialmente posto in essere la condotta illecita. Per questo motivo, la confisca può colpirlo in qualità di autore del reato, indipendentemente dalla percezione personale del profitto. Ciò che conta è la “riconducibilità soggettiva della condotta”, non l’effettivo arricchimento. La misura è intrinsecamente proporzionata, poiché il suo valore non può mai superare l’ammontare del profitto accertato, cioè l’imposta evasa.

Infine, la Corte ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, spiegando che la disciplina, interpretata correttamente, non introduce una misura afflittiva automatica e sganciata dal vantaggio illecito, ma uno strumento coerente con i principi di responsabilità penale e di tutela del patrimonio.

le conclusioni

La sentenza consolida un principio fondamentale: l’amministratore di una società risponde con il proprio patrimonio personale per i reati tributari commessi nell’esercizio delle sue funzioni, anche se il beneficio economico è andato interamente alla società. La confisca per equivalente si conferma come uno strumento essenziale per contrastare l’evasione fiscale, garantendo che il vantaggio economico derivante dal reato venga comunque neutralizzato, colpendo direttamente chi ha reso possibile l’illecito.

La confisca per equivalente nei confronti dell’amministratore di una società ha natura punitiva?
No, la Corte di Cassazione ha chiarito che non è una ‘pena sproporzionata’, ma una misura di sicurezza patrimoniale con funzione ripristinatoria, finalizzata a neutralizzare il vantaggio illecito derivante dal reato.

È necessario che l’amministratore si sia arricchito personalmente per subire la confisca per equivalente?
No, non è necessario. La misura colpisce l’amministratore in quanto autore dell’illecito. Ciò che rileva è la riconducibilità soggettiva della condotta criminale, non l’effettivo arricchimento personale.

La confisca per equivalente è legittima anche se il profitto del reato è entrato nel patrimonio della società?
Sì. La confisca per equivalente opera in via sussidiaria, proprio quando non è possibile aggredire il profitto diretto presso l’ente che ne ha beneficiato (la società). È un rimedio sostitutivo per recuperare il valore del profitto illecito.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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