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Confisca per equivalente: il calcolo della quota

La Corte di Cassazione annulla un’ordinanza di sequestro, riaffermando un principio cruciale sulla confisca per equivalente in caso di concorso di persone nel reato. La Corte stabilisce che il giudice, prima di poter dividere il profitto illecito in parti uguali tra i correi, ha il dovere di accertare concretamente la quota di profitto effettivamente percepita da ciascun individuo. La divisione paritaria è solo un criterio residuale, applicabile unicamente quando tale accertamento individuale si riveli impossibile.

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Pubblicato il 14 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Confisca per equivalente: la Cassazione ribadisce i limiti alla divisione del profitto tra correi

In materia di reati commessi in concorso, la determinazione della quota di profitto illecito da sottoporre a confisca per equivalente per ciascun partecipe è una questione complessa. Con una recente sentenza, la Corte di Cassazione ha annullato un’ordinanza che aveva applicato in modo automatico il criterio della divisione in parti uguali, senza prima tentare di accertare il vantaggio economico effettivamente conseguito dal singolo indagato. Questa decisione rafforza le garanzie individuali, anche nella fase cautelare.

I fatti del processo

Il caso trae origine da un’indagine per una presunta frode legata alla commercializzazione di gasolio agricolo a tassazione agevolata. Secondo l’accusa, un imprenditore, in concorso con altri soggetti, avrebbe venduto ingenti quantità di prodotto petrolifero per usi non agricoli, soggetti a un’imposta maggiore, realizzando un ingente profitto illecito derivante dall’evasione di accise e IVA.

Inizialmente, il G.I.P. aveva disposto un sequestro preventivo per un valore complessivo di oltre 760.000 euro nei confronti dell’imprenditore. A seguito di un primo ricorso in Cassazione, la Suprema Corte aveva annullato la misura, specificando che non si poteva applicare un principio di responsabilità solidale, ma era necessario quantificare la quota di profitto attribuibile al singolo. Il caso era stato quindi rinviato al Tribunale del riesame per una nuova valutazione.

L’errore del giudice del rinvio nella gestione della confisca per equivalente

Il Tribunale, investito nuovamente della questione, ha ridotto l’importo del sequestro a circa 191.000 euro. Per arrivare a questa cifra, ha semplicemente diviso il profitto totale per il numero di alcuni dei correi, escludendone altri. Il Tribunale ha ritenuto, erroneamente, di non poter indagare sull’effettiva percezione di un profitto da parte del singolo indagato, limitandosi a un mero calcolo matematico.

Questa decisione è stata oggetto di un nuovo ricorso in Cassazione. La difesa ha sostenuto che il Tribunale avesse violato le indicazioni della Suprema Corte, omettendo il passaggio logico fondamentale: prima di dividere, bisogna accertare se e quanto profitto sia stato effettivamente incamerato da ciascun partecipe.

Le motivazioni della Corte

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando ancora una volta l’ordinanza e rinviando per un nuovo giudizio. I giudici hanno chiarito in modo inequivocabile la gerarchia dei criteri da seguire. Il principio cardine, sancito dalle Sezioni Unite nella sentenza ‘Massini’, è che la confisca per equivalente deve colpire ciascun concorrente solo per la parte di profitto che ha concretamente conseguito.

L’accertamento di questa quota individuale è un onere della prova che grava sull’accusa e deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti. Il giudice ha il dovere di compiere questa verifica in via prioritaria. Solo qualora, al termine di un serio tentativo probatorio, risulti impossibile determinare la quota di arricchimento del singolo, è legittimo ricorrere al criterio sussidiario e residuale della ripartizione in parti uguali.

Nel caso di specie, il Tribunale del riesame ha saltato completamente la fase di accertamento, applicando direttamente il criterio residuale. Così facendo, ha omesso una verifica cruciale, con il rischio di imporre un vincolo reale anche a soggetti che potrebbero non aver percepito alcun vantaggio economico dal reato.

Le conclusioni

La sentenza in esame è di fondamentale importanza pratica. Essa stabilisce che non può esserci alcun automatismo nella quantificazione del sequestro finalizzato alla confisca per equivalente in caso di reati plurisoggettivi. Il giudice non può abdicare al suo ruolo di accertatore del fatto, rifugiandosi in una comoda divisione matematica. L’onere di provare il profitto del singolo resta il cardine del sistema, a tutela del principio di proporzionalità della misura cautelare e del diritto di proprietà di ogni individuo. La suddivisione paritaria non è una scorciatoia, ma una soluzione di chiusura da utilizzare con estrema cautela e solo in caso di comprovata impossibilità di un accertamento individuale.

In un reato con più partecipanti, si può sequestrare l’intero profitto illecito a uno solo di essi?
No. La Corte di Cassazione ha chiarito che il sequestro e la confisca devono colpire ogni concorrente limitatamente alla porzione di profitto che ha effettivamente conseguito. Il principio della responsabilità solidale, tipico del diritto civile, è escluso in questo ambito.

Quando è legittimo dividere il profitto illecito in parti uguali tra i correi ai fini della confisca per equivalente?
La divisione in parti uguali è un criterio residuale, una ‘regola di chiusura’. Può essere applicata solo dopo che si è tentato, senza successo, di accertare la quota di profitto individuale di ciascun concorrente. Non può mai essere la prima opzione.

Qual è il compito del giudice quando deve determinare l’importo di un sequestro per confisca per equivalente tra più persone?
Il compito primario del giudice è quello di procedere a un accertamento probatorio per determinare se e in quale misura ciascun concorrente si sia arricchito illecitamente. Questo accertamento è un presupposto necessario e non può essere omesso. La sua omissione vizia il provvedimento.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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